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"Occhi allo Specchio". Descrizioni dal vero Orvieto-Montecchio - 20

martedì 14 novembre 2017
"Occhi allo Specchio". Descrizioni dal vero Orvieto-Montecchio - 20

La scrittura, si sa, è il più gran bel gioco del mondo, per questo non volevamo certo che si divertissero solo i nostri alunni di Orvieto e Montecchio con le loro descrizioni dal vero per il progetto "Occhi allo Specchio": quadri viventi colti con la penna in due spedizioni reciproche nei rispettivi paesi (troverete i link per le loro descrizioni a fondo pagina. Andate e leggete: sono bellissime).

Ecco quindi che anche noi professori abbiamo voluto metterci in gioco: armati di penna e taccuino siamo andati, insieme a loro, alla ricerca di qualcuno in grado di far scattare qualcosa, insomma di un lampo esterno che ci illuminasse dentro. Anche noi quindi ci siamo appostati, l’uno a Montecchio, le altre a Orvieto, aspettando pazienti che ci si palesasse una persona adatta a diventar personaggio, quindi, pirandellianamente, vera. Quello che leggerete oggi, a conclusione di questa serie, è ciò che è venuto fuori da quei due bei giorni di maggio, giorni di gioioso vagare con i nostri alunni nelle vene di Orvieto e Montecchio, e nell’anima di chi questi paesi, ogni giorno li vive.

Grazie di cuore ai nostri meravigliosi alunni ed alunne della classe 2D della Scuola Media "L.Signorelli" di Orvieto e delle classi 1C e 2C della Scuola Media "M.Buonarroti" di Montecchio (A.S. 2016-2017) che si sono gettati con entusiasmo in questa avventura, a tutti i lettori che hanno seguito queste puntate di “Descrizioni dal vero” e a Orvietonews.it per la professionalità e la disponibilità che ha dimostrato volendo pubblicare questa serie di lavori nati in ambito scolastico, ma meritevoli, a nostro parere, di non morire in un compito in classe, in un quaderno, in un faldone.

Prof.ri Alessandra Bennati e Andrea Caponeri

A VOLTE RITORNANO...FORSE MAI

Scarpe: mocassini sotto pantaloni casual, sandali, stivaletti, ciabattine, tacchi alti, altissimi, calzature comode, alcune bizzarre, di turisti stranieri. La non-stagione lascia molto spazio alla libertà di espressione. E passi. Rapidi, di chi corre verso un appuntamento; decisi, di chi è irremovibile nelle proprie scelte; incerti, di chi non vuole cedere alla forza sfiancante dell'età; svagati, di chi si riserva del tempo, osserva, si ferma e riprende, riluttante, il cammino.

Svagati, come lo sguardo della signora seduta, da sola, al tavolino del bar. Gli occhi bassi, sotto palpebre stanche scurite da una spessa coltre di ombretto, fissano un punto rasoterra. Lì, in quel punto indefinito, convergono scarpe e passi che tracciano disegni inconsistenti su indifferenti sampietrini, trionfanti nella lotta contro il tempo. Altrettanto immobile la signora; forse ipnotizzata da quel movimento incessante che altro non è se non lo scorrere inafferabile della vita. Anzi, delle vite. Le vite degli altri. Inchiodata al suo ruolo di spettatrice, la signora di Corcos del ventunesimo secolo, assisa sull'unico scranno di legno tra comunissime sedie di metallo, accanto alla tazza ormai vuota di un cappuccino scomparso, tiene un luminoso cellulare bianco.

Ora, non so se si possa a ragione sostenere che sia stato questo dettaglio a fare la differenza e mi riferisco al colore bianco, lo stesso del mio più fedele compagno, il cellulare, o lo sguardo perso nel vuoto, che mi appartiene fin dalla più tenera età (stando alle più remote testimonianze), fatto sta che sono stata risucchiata. Un' epifania. C'est moi. Colta da un improvviso tremore e spinta dalla più banale necessità di trovare un appoggio per scrivere, mi accomodo, con fare circospetto, ad un tavolino poco distante. Temo di essere scoperta, smascherata e denunciata per violazione della privacy o furto d'identità. Per camuffarmi, ordino un succo d'ananas. Fingendo sguardi distratti, inizio a scrutarla.

Avvolta in uno scialle grigio-perla, elegantemente posato sulle spalle e lasciato scivolare lungo le braccia, la signora è ancora ferma nella sua posizione. Ed è irrilevante che, a me, il tempo trascorso sembri infinito. A un tratto, con studiata lentezza, solleva il cellulare, lasciando intravedere un braccialetto molto fine che quasi si perde tra le rughe morbide e sottili della pelle abbronzata e digita, in modo antico, una lettera dopo l'altra. Ma lo sguardo rimane imperturbabile e, dopo la breve concessione alla socialità digitale, torna a posarsi lì, in basso, dove si muove la vita, viva e presente.

Abbasso anch'io lo sguardo e mi abbandono all’indecifrabile andirivieni. Le scarpe e i passi vanno e vengono; raramente tornano indietro, forse mai. E immagino la signora in barca, sotto il sole del boom economico. Riesco perfino a sentire l'odore del mare, lo stesso che sento quando torno dalle mie parti e abbasso il finestrino appena uscita dal casello autostradale, e la salsedine sulla pelle.
Quando si alza, sul lato esterno della sua borsa si vede l'immagine stampata di una giovane ragazza, gonna corta e stivali, che porta al guinzaglio un barboncino molto trendy. I colori blu, viola, arancio, rosso sprizzano allegria e sembrano gridare con la forza spudorata della giovinezza. Un tempo perduto.Riprendo possesso della mia persona. Hic et nunc. Mentre, in sottofondo, continua inesorabile l'andirivieni di scarpe e passi.

Prof.ssa Alessandra Bennati
"M. Buonarroti", Montecchio
A.S. 2016-2017

PAGARE LA ROBA

Sono davanti alla Posta. La vecchia appoggia i suoi parecchi anni sulla panchina, stendendovi sopra la gamba sinistra: problemi di circolazione, suppongo. Anche mia mamma faceva così, la sera, quando tornava sfinita dal lavoro. “Andrè, vammi a prendere un cuscino ché devo tener su le zampe”. Diceva proprio così: “zampe”, come gli animali, e io la correggevo con l’odiosa saccenza dei ragazzini che hanno studiato: “Gambe, mamma, si dice gambe, non siamo bestie!”. Ero giovane e coglione, non sapevo che in quel termine c’era un’infanzia contadina, una complicità con il mondo animale, un vivere alla pari con galline e conigli che a me era ignoto e lontano.

Mentre mi disperdo in questi pensieri, la vecchia chiacchiera con un’altra donna, anche lei, a me pare, piuttosto anziana. Da come si parlano intuisco che è la figlia. Un po’ mi sorprende, e mi volto a riconsiderare la signora di prima, alla quale avevo all’inizio tolto qualche anno. Vorrei farglielo sapere, alla signora, so che ai vecchi fa piacere quando qualcuno dice loro che dimostrano qualche anno di meno. Lo so perché anche a me, da un po’ di tempo, capita lo stesso.

Ora la figlia si è alzata, e anche la madre comincia le grandi manovre per il sollevamento: riporta la gamba a terra, afferra il bastone, prende la busta della spesa, si sistema la borsa con gli effetti personali sotto il braccio, poi richiama i muscoli al loro antico dovere e, con un certo sforzo, comincia ad alzarsi. Mi commuove tutta questa complessa macchinazione che gli anziani devono mettere in opera per una cosa tanto semplice come tirarsi su.

La figlia, già in piedi da un po’, le dice: “Oh mà, do’ vai co’ ‘sta busta della spesa? Dammela, ché te la porto io!”, al che la vecchia, con l’orgoglio degli anziani, risponde pronta: “E che mica l’ho rubata la roba! L’ho pagata, sa’!”. Mi scappa un sorriso, così la signora, soddisfatta di avere un piccolo, ma inedito, uditorio, si gira un po’ verso di me e aggiunge: “Quando la roba la paghi, vai in giro a faccia pulita” e anche questa semplice forma di dignità, ora che sto scrivendo, mi riporta violentemente a mia madre, alla sua ossessione contadina nel non lasciare debiti in giro, non comprare a rate. Rinnovo il sorriso, e anche la signora ha un guizzo negli occhi. Finalmente è in piedi: con una mano si appoggia al bastone e con l’altra si liscia le pieghe della gonna con un gesto che mi pare di veder sempre meno nelle ragazze di oggi (che, a ogni modo, portano sempre meno le gonne).

La figlia si accerta che la complicata operazione della conquista della posizione eretta sia avvenuta senza imprevisti. Nei suoi occhi ho letto fino a qualche secondo fa un po’ di apprensione, recente ricordo di rovinose cadute in salotto, di anche uscite e mai del tutto rientrate, di nervose settimane di immobilità a letto. Poi, rincuorata, saluta la madre e si allontana. La vecchia cortesemente rivolge a me, straniero che da qualche minuto la osserva cercando (inutilmente?) di non farsi notare, un cenno col bastone, un po’ per prender congedo, un po’, credo, per dimostrarmi che, volendo, potrebbe anche farne a meno lei, tsè.

La vedo allontanarsi in direzione opposta rispetto alla figlia: cammina lentamente oscillando, sia per il movimento del bastone, sia per il peso della busta della spesa nell’altra mano. L’inseguo per un tratto con lo sguardo, poi la sua figura, già piccola di suo, si fa ancora più minuta. Mi sorprendo a pensare che tra un po’ scomparirà all’orizzonte, come le navi che salpano dal porto, o che, come in certi finali di Chaplin, a un certo punto si restringa l’obiettivo della cinepresa a inghiottire i protagonisti che, visti di schiena, si allontanano lungo una strada infinita.
Invece, semplicemente, gira per un vicoletto a destra e d’un tratto non c’è più.

Prof. Andrea Caponeri
"L. Signorelli", Orvieto
A.S. 2016-2017

ORVIETO 10.45 A.M. START OF MISSION

11:20 am - I've been walking around for about half an hour looking for a person to describe and realize that the streets of Orvieto, are not only extremely uncomfortable for walking with 10cm heels, they are also full of unusual characters . My eyes have crossed so many people’s eyes and yet the only person I care to write about is wearing large dark glasses and is sitting at the table of a typical bar for foreigners at the intersection between the Olmos and Corsica districts.

To tell the truth, beyond the trendy eyewear and red tomato sauce nail polish, what really attracts me is that gorgeous but striking American accent that seems to contradict the composure of the British language. I try to sit at one of the tables that are not prepared for lunch but, just when I'm about to  start jotting down my observations, I'm forced to order a ham sandwich that I obviously have no desire to eat but that will accompany me in order to finish my mission. The lady, an unconscious object of description, did not notice my presence even though her glasses did not allow me to understand where her eyes were. She is committed to tasting a giant pork sandwich, which far from being bitten, is cut off with  harmonious cure and brought to her mouth with elegance.

A serious and complex chignon collects her long blond hair and a pair of earrings with small stones illuminate the cutlery that is next to a still perfectly folded napkin on the table. Everything seems perfectly in line with her composure and an embarrassing seriousness  when suddenly, as if to break a magic spell, just after the tasting of the last bite created for that purpose, the lady takes the fingers of her right hand to her mouth and begins to lick them as in the childish gesture that appreciates what she has just eaten. Not satisfied, after this unpleasant ceremonial, she rubs her hands on her black oversized cotton trousers. The marked gesture, however, does not seem to annoy her interlocutor who continues to eat without any major problems.

She’s styled in a complete black outfit, if it were not for the pistachio-colored linen jacket, a bit crumpled and of a larger size. The trainers worn without socks despite the hot weather, shout out the need to be comfortable for the long stroll through the city streets, a hypothesis confirmed by reading an Orvieto tour guide, promptly pulled out of a giant leather bag similar to that which  doctors use for home visits. The reading is accompanied by small drops of dietary coke and annoying notes, which I can catch despite the speed of the dialogue in the language she’s speaking to her husband about the bus delay, but I'm not sure.

It strikes me a lot, despite the fact that his table is in full shade, she has never taken her glasses off even to read. Maybe it's not a joke or a form of vanity, maybe the glasses have graduated lenses or perhaps the lady is hiding scars associated with a blepharoplasty or maybe she even spent a sleepless night in a hotel with an awkward mattress. Perhaps, among the many reproaches made to her husband, there will be one regarding the wrong choice of the hotel, far from the historic center, uncomfortable and terribly loud. While engaged in my guesswork, the lady is up and struggling, though she has spent more than an hour sitting, she reaches another group of foreigners in front of the ice-cream shop of the course.

I see her walk away, dragging herself, she hangs to the left and seems to look for the support of her husband who promptly offers her help. This moves me because I now see two middle-aged people who have spent their life together and who are retired and ready to enjoy a bit of life together. This moves me because I lost my father and I see my mother in this lady. But I understand that sometimes the mind tends to project images that are associated with pure casualty. His figure is now blurred, far from the people who crowd the streets of Orvieto. Satisfied with my description I wrap what is left of my sandwich and meet up with my colleague which are just a few feet away.

Prof.ssa Elettra Corsi
"M. Buonarroti", Montecchio
A.S. 2016-2017

 

 

 

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