"Ogni Parola è una Storia", quinta edizione - 5

LA LEGGENDA DEL TRAMONTO
di Emma Barbanera, classe 2E, racconto vincitore di annualità della Scuola Sec. Inf. di Baschi
Tutti gli uccelli sognavano di raggiungere quel luogo che, prima di “far sparire” il sole, tingeva di colori caldi il cielo. La totalità dei pennuti credeva nella leggenda del tramonto, ma nessuno aveva mai provato a raggiungere quel posto incantato. Questa leggenda nacque anni fa, quando un tucano decise di provarci. Era il nonno di Rio. Rio era il tucano, che credeva più di tutti in questa storia. Nel corso del tempo aveva provato mille volte, ma dato che i tucani non migrano, non era adatto per questo lungo viaggio. Lui non era mai stato fortunato, anzi aveva sempre qualche problema, proprio per questo voleva partire, attirato dai fantasmagorici beni che immaginava offrisse quel luogo magico. Una sera, dopo che tutti si erano addormentati, spiccò il volo.
Dal Brasile tutto sembra più lontano, non sapeva quanto la meta fosse distante e se l’avrebbe mai potuta raggiungere. Rio era stanco, il mare sembrava infinito e pian piano, perdeva le sue forze. Il becco sembrava sempre più pesante e gli occhi si chiudevano senza la sua volontà. Ancora non si è venuto a sapere per quale fortuna, ma Rio riuscì ad avvistare un’isoletta, in cui decise di fermarsi. Non voleva rimanere troppo, per cui stabilì che la mattina seguente sarebbe subito ripartito. Si appollaiò su un albero e si addormentò. Appena il sole illuminò il cielo, Rio si rese conto che era vicinissimo alla sorgente della luce! Sarebbero bastati pochi chilometri e sarebbe riuscito ad incontrare suo nonno. Si fece forza e volò più veloce che poteva. Intanto il tempo era volato e stava iniziando a tramontare. Proprio sotto quei colori caldi, che accendevano il cielo, apparve una scala dorata, ricamata con finiture argentate. Sembrava divina. Pensò tra sé che la leggenda era vera e che suo nonno non aveva mentito.
Questo rese Rio ancora più determinato ed emozionato. Salì le scale con il cuore in gola, la cima non si vedeva, perché era piena di nuvole. Dopo la fine della scala una luce lo attraversò. Non riusciva più a vedere, per un momento si era dimenticato come si faceva. Quando la luce svanì, riuscì di nuovo a vedere e vide un paradiso: c’era un enorme giardino pieno di alberi, splendenti bacini d’acqua con pesci dorati all’interno e tanti, tantissimi uccelli che volavano in sincronia felici. Mentre si godeva tutto ciò, un'ala toccò la sua. Era suo nonno. Ma ad un certo punto sentì qualcuno che lo chiamava, era sua madre. D’un tratto si svegliò, era un sogno. Rio aprì gli occhi con felicità, davanti a sé c’era un bellissimo tramonto dai colori caldi come il fuoco. Anche se era stato un sogno, non si era mai sentito così vivo ed orgoglioso di sé, ce l’aveva fatta. A Rio bastava così, ora credeva ancora di più alla leggenda ed era contento di aver reso orgoglioso suo nonno. Adesso poteva dire a sé stesso che lui era riuscito nell’impresa e che era stato in quel luogo. Attualmente Rio ogni mattina può svegliarsi senza un peso, leggero e felice.
ANCORA UNA VOLTA
di Gaia Tempesta, classe 2A, racconto vincitore di annualità della Scuola Sec. Inf. “Luca Signorelli” di Orvieto
Il mio nome è Matilda, sono una studentessa fuorisede, abito a Milano in un piccolo appartamento, ma la mia vera casa sarà per sempre a Nuoro. In confronto a Milano, Nuoro assomiglia al paradiso. Lì abitavo con i miei genitori e la nonna Elvira, in un’enorme villa di campagna; la mia cameretta affacciava a occidente, proprio davanti al mio letto si trovava una grande finestra quadrata, con quegli infissi dorati sembrava un dipinto. Quando veniva la sera e il sole tramontava, tutta la stanza si tingeva degli stessi colori del cielo, e mi piaceva tanto... essere bagnata dai felici raggi del sole che mi accarezzavano il viso e mi solleticavano la punta del naso. Ecco perché stavo spesso nella mia cameretta, quella stanza era davvero speciale per me, ma non era solo il sole a farmi compagnia: ogni estate, quando le scuole chiudevano, veniva a trovarci mio cugino, Pierre.
Veniva dalla Corsica, non parlava la mia stessa lingua; quando lui mi chiedeva qualcosa in francese, io gli rispondevo in italiano e quando io gli chiedevo qualcosa in italiano lui mi rispondeva in francese, eppure, ci capivamo alla perfezione! Non avendo fratelli o sorelle, Pierre era il mio unico compagno di avventure, anche se poco più grande di me; inoltre, ad un certo punto della giornata, rimanevo completamente da sola: mamma e papà lavoravano e la nonna aiutava Dino nei campi. Sì, c’erano i genitori di Pierre, ma a differenza di mio cugino, non li capivo, o meglio, loro non capivano la lingua universale dei bambini, quella del riso e della spensieratezza, quella mia e di Pierre! Quando lui veniva era un momento di gran festa, quasi come se fosse Capodanno o Natale.
I miei genitori e nonna Elvira lo riempivano di baci e abbracci, moine che sembravano interminabili e gli zii mi strapazzavano e stropicciavano tutta. Però io mi fiondavo subito su Pierre. Portava ogni volta dei dolcetti, tipici del suo paese, in una ben confezionata scatolina; non ricordo come si chiamassero, ma erano irresistibili, ne avrò mangiati a dozzine e chissà quante ne avrà divorati lui! Subito dopo pranzo uscivamo fuori, nell’enorme cortile, anche se i nostri genitori ci urlavano dietro, dicendo che muoversi subito dopo aver mangiato faceva male, ma noi non ci badavamo troppo. L’erba era sempre fresca, talvolta addirittura bagnata, perché Dino, insieme alla nonna, la annaffiava ogni giorno; Pierre mi aveva insegnato a non aver paura delle api, e lì ce ne erano tante; tuttavia, ogni volta che ne vedeva una, fuggiva via e io rimanevo lì, impalata e confusa. Dopo aver giocato al gatto e al topo, rincorrendoci a vicenda, ai ladri, rubando le cose dei nostri genitori e rimettendole a posto solo la mattina dopo, e a dare fastidio alle lumache, il sole cominciava a sbadigliare.
Allora ci rinchiudevamo nella mia cameretta; lì ci dicevamo i nostri segreti, avventure e anche disavventure. Pierre mi raccontava sempre cose strambe, imprese impossibili da lui compiute, a cui probabilmente neanche il più sciocco degli sciocchi avrebbe creduto. Come quella volta quando ha pescato una medusa velenosa senza pungersi, nel ruscello che scorreva vicinino casa sua e completamente a mani nude. Ascoltandolo io ci credevo pure e rimanevo a bocca aperta, incredula. Pierre diceva che odiava il suo nome, lo faceva sembrare vecchio e sicuramente da grande lo avrebbe cambiato in Lafayette, sì, come il marchese De Lafayette; infatti, mio cugino ne era un grande estimatore.
Possiamo dire che come lui ammirava De Lafayette, io ammiravo lui! Quando i nostri occhi cominciavano a farsi pesanti, noi, senza accorgerci, ci appisolavamo sul tappeto, che ci accoglieva con la sua famigliare morbidezza; i raggi del sole ci cullavano, accompagnandoci alla reggia del dolce mondo dei sogni, fino a che non arrivava anche per loro il momento di andare a dormire. Il tramonto non è stato un semplice sfondo per i momenti più gioiosi, era come il nostro terzo migliore amico, ascoltava i nostri segreti con le sue orecchie d’oro e ci consigliava cose buone, sussurrandoci al cuore. Ma è sempre qui, non è cambiato con il tempo, ad ascoltarmi e a consigliarmi, ancora una volta...

NELLA CLESSIDRA DEI POTENTI
di Harman Singh, classe 1S1, IIST “Majorana/Maitani” di Orvieto, racconto vincitore della sezione “Premio dei Lettori” assegnato dagli alunni e alunne delle classi terze dell’Istituto Comprensivo Orvieto-Baschi
Un filo di luce che si infiltra dalla grata, un filo di luce che cerca qualcosa da riflettere, da evidenziare. Un filo di luce che porta speranza, fantasia e libertà. Un solo filo di luce. Un solo filo di luce che illumina un volto, un volto straziato, un volto che chiede pietà, che chiede giustizia. Un volto bagnato da speranze svanite, da luci spente, da strade deserte. Un volto incompreso, che ormai accetta il suo fato.
Un viso che sposta ininterrottamente lo sguardo da un raggio di speranza alla realtà, da un filo d’erba illuminato dal sole a uno tranciato da una mietitrebbia. Lo sguardo rimbalza da una grata illuminata a un pezzo di vetro conquistato da milioni di granelli di sabbia che ricordano il passato, i momenti. E la libertà.
Era una clessidra. Piccola, fredda, appoggiata poco distante da lui, come se fosse un oggetto qualunque. Eppure era lei a possedere il suo tempo. Ogni granello che cadeva non misurava soltanto i minuti: portava via un frammento della sua vita. La libertà, quella sensazione che ti rende pieno di emozioni, unico, che ti rende te stesso, era ormai controllata da infiniti granelli che lentamente scivolavano, scivolavano e scivolavano come il tempo. Come la vita.
Miliardi di granelli ammassati come chicchi d’uva che avevano il controllo su una vita. Erano tutti uguali ma allo stesso tempo diversi. Ognuno riportava un ricordo differente, emozioni diverse. Ma, alla fine, avrebbero fatto la stessa fine. Avrebbero fatto fare la medesima fine a un altro corpo, a un’altra anima.
Ammassati come la società. Miliardi di entità con lo stesso inizio e la stessa fine, controllate dai potenti, dal potere. Quello che decide la tua ora, la tua vita. E quello che te la toglie. Tutte le memorie intrappolate nel subconscio venivano a galla man mano che i granelli scorrevano. Queste memorie si facevano sempre più veloci. L’intera vita gli passava davanti come un treno a 600 miglia orarie. I ricordi si mescolavano l’uno all’altro: dai primi passi nel giardino di casa al diploma tra le mani, fino al buio e al motivo della sua vita finita in mano a un oggetto. Al potere.
La sabbia continuava a cadere. Non aveva fretta, non aveva pietà. Scendeva con la calma crudele delle cose inevitabili. Lincoln la fissava, e più il fondo della clessidra si riempiva, più la cella sembrava svuotarsi di aria, di luce, di speranza. Mancava poco prima che l’ultimo granello raggiungesse il fondo, innescando un sistema che avrebbe avvertito le guardie allo scadere del tempo. Non fu una voce umana a decidere che era arrivata la fine. Fu la sabbia.
Aveva sprecato così tanto fiato a dire che era innocente che aveva perso le speranze. Si affidò alle Moire, le quali scelsero che la sua fine avvenisse a breve. All’improvviso, il rumore secco di una chiave nella serratura spezzò il silenzio. La porta si aprì e le guardie gli strinsero i polsi con le manette; il ferro era così freddo che gli fece venire i brividi. Lo scortarono fuori, lungo un corridoio infinito che sembrava soffocare i pensieri. Ogni passo pesava come piombo sul pavimento di cemento.
Arrivarono in una stanza che non aveva nulla a che fare con il raggio di sole della cella. Al centro, una sedia lo aspettava come un altare. Si sedette, gli misero tutte le imbracature e vide davanti a sé le persone più importanti per lui. L’unica cosa che li separava era una spessa lastra di vetro e la libertà. “Ultime parole?” mormorò la guardia Smitthy. La sua voce si spezzò a metà frase. Teneva la testa bassa, nascondendo gli occhi arrossati, come se guardare Lincoln fosse un peso troppo grande da sopportare per la coscienza.
Lincoln fece scorrere lo sguardo sulle pareti fredde della stanza. Oltre la lastra di vetro, i volti degli spettatori apparivano come ombre sbiadite, distorte da quella barriera insuperabile. Tornò poi a fissare l’ambiente circostante, finché i suoi occhi non si posarono sull’oggetto che gli aveva rubato il tempo e che ora stava per strappargli l’anima.
Nella sua mente rivide la clessidra. Rivide l’ultimo granello cadere. Capì allora che non era stata solo sabbia: era stata la forma visibile del potere, il modo in cui qualcuno aveva trasformato la sua vita in un tempo da consumare. Esitò un po’ prima di dire con voce sottile: “Perché i potenti vincono mentre gli eroi muoiono?”. Poi il ronzio elettrico gli mangiò ogni parola e Lincoln divenne solo un altro corpo spento da milioni di volt, condannato per un delitto che non aveva commesso.
PUNTATE PRECEDENTI
"Ogni Parola è una Storia", quinta edizione - 1
"Ogni Parola è una Storia", quinta edizione - 2
"Ogni Parola è una Storia", quinta edizione - 3
"Ogni Parola è una Storia", quinta edizione - 4
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