cultura

"Ogni Parola è una Storia", quinta edizione - 3

giovedì 25 giugno 2026

SOGNO O REALTA’
di Ilaria Tulea, classe 3C, racconto vincitore di annualità della Scuola Sec. Inf. “Luca Signorelli” di Orvieto, riconoscimento assegnato dallo staff della Nuova Biblioteca “L.Fumi” di Orvieto

Una mattina mi svegliai, mi alzai e mi guardai intorno: tutto era diverso. Mi trovavo su una spiaggia, da sola. Ebbi paura e cominciai a strillare: “Mamma!”. Ma nessuna risposta. Gridai per altre tre volte e alla fine sentii: “Ellie, dove sei?”. Risposi che ero in camera, anche se vedevo solo sabbia e acqua. Sentii un rumore sordo: era la porta che si spalancava facendo cigolare i cardini. Mi spaventai e mia madre disse: “Ellie, ma se mi stai guardando, perché ti sei spaventata?”. Io le risposi: “Mamma, ma io non ti vedo, vedo solo sabbia”.  Mia madre pensò che fosse uno scherzo e si mise a fare gesti e numeri con le mani per capire se davvero non vedevo. Io non riuscivo a vedere. Presa dal panico, mia madre andò subito a casa dei nonni per chiamarli, anche se distava da casa nostra circa due ore. Pensai: “Io adesso ho un paio d’ore per esplorare quest’isola”. 

Cominciai a girare per la piccola foresta che si trovava al centro dell’isola. Ma ad un certo punto, mentre camminavo sulla sabbia, sbattei la gamba contro qualcosa che in realtà non c’era fisicamente. Non riuscivo a capire, ma continuai a camminare. Questo successe per un altro paio di volte. Cominciai a pensare che, in realtà, mi trovassi in casa mia, ma invece di vedere mobili, pareti e porte, vedevo una spiaggia circondata dal mare. Ripresi a camminare con le braccia distese in avanti, per paura di sbattere contro le pareti o le porte. Avanzavo a piccoli passi, strisciando i piedi a terra. Sentii di nuovo una porta sbattere: era quella dell’ingresso di casa. Erano mia madre e i nonni. 

Appena entrarono, mi videro con le braccia distese: sembravo uno zombie. Mia nonna, appena mi vide, esclamò a mia madre: “Povera figlia, sembra posseduta!”. Ad un certo punto sentii qualcuno che mi afferrava: era mia madre, che mi mise sul divano. Io non lo vedevo, sentivo soltanto che stavo fluttuando, anche se immaginavo di stare seduta su qualcosa. Passarono molte ore e, per tutto questo tempo, rimasi ferma ad ascoltare le ipotesi di mia madre e dei nonni. Arrivò la sera e mi portarono a letto. Mi addormentai vedendomi fluttuare.  La mattina dopo mi svegliai, mi alzai e vidi la mia casa, gli oggetti a me cari, soprattutto non vedevo più la spiaggia. Tutto era tornato normale. Forse era sempre stato così… Era stato solo un sogno?


UN SACCHETTINO DI SABBIA
di Lobna Temraz, classe 3D, racconto vincitore della sezione “Premio dei Lettori” assegnato dagli studenti e studentesse delle classi prime dell’IIST “Majorana/Maitani” di Orvieto.      

Marco aveva dieci anni e una nonna che viveva al mare in una casetta azzurra: sapeva di pane caldo, questa casa, ed era piena di amore, non come tante altre… Ogni estate Marco andava con sua madre a trascorrere l’estate con la nonna per circa tre mesi. Tutte le mattine, Marco e la nonna costruivano sulla spiaggia castelli di sabbia con tante finestre, perché la nonna diceva sempre: “I castelli senza finestre sono tristi e non guardano il mare.” 

Passavano il pomeriggio raccogliendo conchiglie e osservando il mare calmo e il movimento delle onde, e la sera mangiavano un gelato seduti sugli scogli guardando le barche con le reti dei pescatori che tornavano al porto. L’ultimo giorno delle vacanze, prima che Marco tornasse in città, la nonna ripeteva sempre lo stesso gesto: prendeva un sacchettino, lo riempiva di sabbia davanti a casa loro e glielo metteva delicatamente in mano.

“Cos’è?” chiese Marco incuriosito il primo anno. “È un pezzo della nostra spiaggia, così quando sarai a casa o a scuola e fuori pioverà e ti mancherà il mare o sarai triste, potrai tirarlo fuori e, sentendo l’odore del sale, della spiaggia e del mare, ti tranquillizzerai e tornerà la speranza. E ti ricorderai anche di me!” rispose la nonna. Marco la ringraziava ogni anno e, dopo averla salutata affettuosamente, se ne tornava in città con il sacchettino nello zaino.

Passarono i mesi quando, un grigio giorno di novembre, mentre Marco si trovava a scuola indaffarato ed inquieto in mezzo a tante lezioni e compiti, sentì improvvisamente la mancanza del mare, aprì il sacchettino e fece scorrere la sabbia tra le dita. Era fredda, ma dopo qualche secondo divenne calda come d’estate. Per pochi secondi Marco riuscì a sentire il grido dei gabbiani, l’odore del sale, del mare e perfino il calore del sole, ma tutto era immaginario...

Passarono gli anni: dieci, undici, dodici... ogni estate un sacchetto nuovo. Marco li teneva tutti in una scatola sotto il letto. Tutte le volte in cui gli succedeva qualcosa di negativo o prendeva un brutto voto a scuola, non serviva neanche che toccasse la sabbia gli bastava solo avvertire l’odore che fuoriusciva dalla scatola piena. Ma tutto cambiò un giorno, quando la mamma lo chiamò e gli disse con voce triste: “Marco, quest’estate non potremo andare in spiaggia dalla nonna, poiché sta male, e dunque sarà lei a venire da noi”.

Marco, anche se era triste per non poter rivedere il mare come ogni estate, era ugualmente felice perché ci sarebbe stata la nonna con lui: quando lei arrivò il ragazzino si rese conto che non stava proprio bene e che il suo aspetto era diverso da prima, infatti non parlava né sorrideva e non giocava più con Marco. 

Un pomeriggio lui, per risollevare la nonna e farle percepire l’estate, come erano abituati, le portò uno dei sacchettini di sabbia che versò sulle sue mani, chiedendole: “Nonna, lo senti il mare?”. “Sì, grazie” annuì la nonna. Da quel giorno Marco ripeté tutti i giorni quel gesto, che divenne una dolce abitudine tra i due... fino a quando la nonna non ci fu più.

Quando Marco crebbe, andò per pochi giorni al mare, davanti alla casetta della nonna, portando con sé tutti i sacchettini di sabbia ormai vuoti; li riempì tutti di nuovo, come faceva la nonna, ne prese uno, e, svuotandolo nell’aria fresca disse: “Questo è per te, nonna...”. Da quel momento in poi Marco andò al mare tutte le volte in cui si sentiva felice o triste, per ricordare la nonna, dimenticare le sofferenze della vita e respirare l’aria della speranza.        


 

GLI ESPLORAMONDI
di Edoardo Giuffrida, racconto vincitore di annualità della Scuola Sec. Inf. di Baschi

In un tempo molto molto lontano, quando la Terra era popolata dai primi esseri umani, il mondo conosciuto era quasi tutto deserto: solo sabbia e dune. Il verde si trovava molto raramente. Lì si sopravviveva per miracolo, dato che c’era solo un vuoto infinito e dal caldo non si riusciva neanche a respirare.

Un giorno, però, quattro uomini, che stavano camminando da ore nel deserto, sperando di trovare un segno di vita, scorsero un oggetto un po’ strano che non avevano mai visto, che affiorava dalla sabbia. Era quella che noi oggi chiamiamo “clessidra”, ma loro non avevano la minima idea di cosa servisse. Prendendola tra le mani, si resero conto che della sabbia scorreva al suo interno e la capovolsero aspettando che scendesse tutta. 

Appena l’ultimo granello toccò il fondo del contenitore, improvvisamente arrivò una violenta tempesta di sabbia che durò circa dieci secondi e al suo termine tutto intorno era cambiato all’improvviso. I quattro uomini si ritrovarono in un luogo completamente diverso: erano in un bosco tutto fiorito, con erba verde, tanti alberi, aria fresca e insetti bellissimi.

Meravigliati e increduli si guardarono intorno e respirarono profondamente, poi, per curiosità, ruotarono di nuovo la clessidra e… “puff” erano tornati al loro deserto. Un’altra girata e… “puff” ancora nel bosco. Naturalmente non riuscivano a comprendere, ma erano allo stesso tempo felici, perché avevano scoperto un luogo dove poter vivere.

Quel bosco era immenso e c’erano anche fiumi e stagni popolati di rane e pesci… che loro, arrivando dal deserto, non avevano mai visto. Mentre i quattro uomini camminavano e si godevano quella che avevano deciso di eleggere come “nuova casa”, arrivarono alla fine del bosco e a una lunga spiaggia, che terminava con le onde del mare al tramonto. Il paesaggio era mozzafiato.

Però c’era qualcosa di strano: videro in mezzo alla spiaggia, ovunque si girassero, altri di quegli “strani oggetti” trasparenti contenenti granelli di sabbia. Erano veramente tanti e, girandoli, si accorsero che ognuno di essi conteneva un mondo diverso e ogni mondo nascondeva altre clessidre, che avevano altri mondi e altri ancora!

I quattro uomini rimasero esterrefatti da questa scoperta e, non solo tornarono nel loro vecchio deserto per condividerla e dare una nuova speranza alla loro comunità originaria, ma iniziarono a viaggiare senza sosta da un mondo all’altro e da una clessidra all'altra…e ancora girano e girano e nessuno più li ha visti tornare…chissà dove saranno arrivati? Chissà…

 

PUNTATE PRECEDENTI
"Ogni Parola è una Storia", quinta edizione - 1 
"Ogni Parola è una Storia", quinta edizione - 2

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