cultura

Tra il rosso e il giallo, la storia del Casato dei Conti di Marsciano si arricchisce di rosa

sabato 10 giugno 2017
di Livia Di Schino
Tra il rosso e il giallo, la storia del Casato dei Conti di Marsciano si arricchisce di rosa

Sigillo della contessa Marianna di Marsciano nata Hercolani e del marito Alessandro di Marsciano

Sarà il 18 giugno, quando anche quest’anno Uberto Rossi di Marsciano, discendente di uno dei nobili casati che trovano rinnovata memoria per le vie di Orvieto nella rievocazione del Corpus Domini e poi nella disfida del 16 agosto per il dominio del Castrum Montis Leonis, indosserà ancora una volta i propri colori. Quel rosso e giallo che si stanno arricchendo di un po' di rosa, in quanto Uberto sta proseguendo le sue ricerche di famiglia attraverso l’epistolario di una sua ava, la contessa Marianna di Marsciano nata Hercolani. "Il lavoro potrebbe avere degli aspetti interessanti anche per il territorio orvietano – spiega – perché in alcune di queste 700 lettere, che risalgono al XVIII secolo, ci sono descrizioni di vita vissuta e riferimenti geografici". Descrizioni vere che a volte si confondono con l’immaginazione, di viaggi da proprietà modenesi a quelle umbre oppure cartoline disegnate dalle parole, susseguirsi di tratti dai quali si evince però che, probabilmente data la difficoltà degli spostamenti soprattutto per le donne, certi contadi o tenute erano stati conosciuti solo grazie a qualche descrizione.

Nel tempo della globalizzazione, della velocità, delle distanze ridotte e di tutto e subito è difficile riuscire a cogliere l’essenza di un contesto così differente, nel quale le notizie non avevano il tempo di un click ma arrivavano faticosamente dopo giorni e giorni, grazie ad abilità non diffuse quale la scrittura, a costi alti e spesso a rischio della vita di qualcuno. Enterprise, a due anni esatti dalla narrazione del "territorio a guelfa memoria" – articolo pubblicato nella rubrica di Orvietonews.it "Enterprise – Un viaggio tra le stelle" del 10 giugno 2015, decide di cambiare prospettiva e di cercare di dare forma a quanto scoperto solo a parole. Quindi, da gesta, accordi, roncolate e disfide narrate tra le quattro mura di una redazione è andata a vedere, immergendosi in un contesto geografico, facendo ingresso nelle stanze della memoria: dalle parole ai fatti, dalla magia dell’immaginazione alla tangibilità della realtà.

Portone di ingresso al palazzo dei Marsciano a Brivio

Di buon mattino, in una giornata di maggio dalle temperature estive, Enterprise ha lasciato le fresche colline umbre e si è mossa verso una Milano infuocata, città nella quale per un certo periodo hanno risieduto i Marsciano, per raggiungere le terre di narrazione manzoniana, vicino alle quali si trova quella che oggi viene riconosciuta come la residenza di famiglia. Là viene custodita l’antica memoria, fatta di portoni da aprire e ricordi da schiudere. La residenza dei di Marsciano, che nella rievocazione monteleonese rappresenta il "casato di fuori porta" (quello che è stata l’evoluzione dei rioni del Borgo e del San Rocco), si trova a Brivio in Lombardia (oltre 4 mila abitanti nella provincia di Lecco). Si tratta di una località tranquilla, dove il fluire del fiume Adda detta i tempi di una comunità che un tempo era di pescatori. Un luogo tranquillo sulla sponda lecchese, circondata da Prealpi e da più dolci colli.

Prima di giungere in questo spicchio di vita lombarda, dove la tranquillità del centro storico richiama alla mente gli antichi borghi umbri, il viaggio che ha compiuto Enterprise è stato piacevole, ma ben articolato, alla ricerca di una percezione più consapevole possibile del contesto. Da Milano, passando per Como e ben due rami del suo lago, uno elegante e l’altro più selvaggio e immerso nella rigogliosa natura lacustre. Scoprendo luoghi dove l’arte diventa suggestione, tra storia e vegetazione. E poi scorci che danno concretezza al susseguirsi delle pagine abitate da Renzo e Lucia e che in Enterprise hanno fatto da preambolo a quello che sarebbe stato il cammino sulle orme della storia che intendeva ripercorrere, che in qualche modo vede intrecciare questi luoghi con quelli umbri. Dall’immaginazione alla realtà, restituendo un pizzico di poesia ma ottenendo in cambio conoscenza.

Stemma dei conti di Marsciano

Una manciata di ore che, perse nel refolo delle descrizioni, racconti e ricordi, hanno sorpreso Enterprise di fronte al gioco di luci e ombre in via Cesare Cantù, ormai nel tardo pomeriggio, quando l’arsura cominciava a dare tregua alla ricerca. Di fronte a quel palazzo che rappresenta la residenza di famiglia da quando Luigi di Marsciano lo ottenne con il matrimonio della contessa Antonietta Garulli Benedetti di Fermo. Un pesante chiavaccio, ma aperto, ad aspettarci. Enterprise ha messo al minimo i suoi motori e ha fatto il suo ingresso, cercando di fare meno rumore possibile, per non scalfire quell’atmosfera senza tempo. Silenzio nel portico, sulla facciata nessuno stemma nobiliare ma l’immagine della deposizione del Cristo in un estremo abbraccio della Madonna che gli tiene dolcemente la mano. Sulla sinistra, quasi a dare compimento a quell’immagine religiosa, una piccola campana. Quella della cappella della beata Angelina, la fondatrice del terz’ordine regolare minore, nata a Montegiove nel 1357 e sepolta nel monastero di Sant’Anna (detto delle contesse) a Foligno. “Si tratta di una Marsciano – ha ricordato Uberto - con una nonna paterna dei Montemarte”.

Il quadro della beata Angelina di Marsciano, oggi a Brivio, fu del vescovo di Orvieto Giuseppe di Marsciano (1696-1754)

Avvolti dall’ufficialità del momento che trovava l’atteso ponte di congiunzione tra il passato e il presente, tra la storia e la rievocazione, tra quel luogo e l’Umbria, ecco varcata la soglia. All’interno dell’oratorio familiare, proprio di fronte alla porta di ingresso, l’immagine della religiosa con gli occhi rivolti al cielo, una mano a sollevare le vesti scure con i carboni ardenti. Alle sue spalle un piccolo angelo con un giglio bianco, morbido e sereno nell’attesa. "Di quello che non sarebbe stato un rogo, ma una conferma della bontà di ciò che stava proponendo per il prossimo – ha rassicurato Uberto in modo pacato -. Il suo era un invito alla vita monastica fatta di preghiera e carità, ma la rinuncia di molte giovani donne all’istituzione matrimoniale non venne riconosciuta come la scelta migliore. Fu quindi messa sotto accusa e lei espose le sue ragioni con un gesto tanto estremo quanto risolutivo".

Stemma della contessa Garulli

Silenzio e raccoglimento, "la guelfa memoria" era stata testimoniata. Il racconto aveva preso forma, senza però trovare conferma di quei colori che attraversano Orvieto e che in agosto rappresentano senso di appartenenza per quella parte di popolazione monteleonese che si oppone al nobile casato del centro storico (un tempo i rioni della Porta e del Torrione) dai colori bianco e rosso, ossia i Conti di Montemarte. E come se il pensiero fosse stato colto, in un attimo Enterprise si è trovata nella stanza affianco. Nella quale, repentinamente l’atmosfera era cambiata. Uno di fronte all’altro, ecco i due stemmi: quello di marito e moglie, quello del conte Luigi di Marsciano e quello della contessa Antonietta Garulli Benedetti. Quasi a competere in bellezza e storia, l’uno illuminato dalla luce diretta e da quella riflessa dello specchio sottostante, l’altro dalle due finestre che lo incorniciano.

Antonietta Garulli Benedetti di Fermo e Luigi di Marsciano (foto eseguite dal francese André Disderi)

E quindi i ritratti delle persone che hanno abitato quel palazzo e l’albero genealogico del casato, quello dell’abate e storico Ferdinando Ughelli, ma aggiornato. A dimostrare con un piccolo gesto l’orgoglio per ciò che fu e che trova rinnovato impulso negli studi che stanno proseguendo, con passione e dedizione. E che potrebbero condurre a una prossima pubblicazione, a compimento degli ultimi approfondimenti che sta portando avanti Uberto che, dalla foto preservata nella cornice ovale esposta nell’abitato accanto a quella della contessa Garulli, sembra richiamare alcuni lineamenti proprio di quel primo suo antenato che abitò quel palazzo.

 

Le immagini sono di Uberto Rossi di Marsciano

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