politica

Le politiche del benessere

sabato 15 novembre 2008
Il cambiamento epocale caratterizzato dalla crisi di tutti i paradigmi che hanno governato le relazioni sociali (lavorative, familiari, educative) negli ultimi due secoli, ha generato incertezze e vulnerabilità precedentemente sconosciute. In particolare i processi di frammentazione e di “individualizzazione” hanno sottratto al dominio delle decisioni pubbliche la riproduzione delle condizioni di vita con una ricaduta sul legame sociale in termini di un aumento di condizioni di debolezza e di solitudini. La dinamica sociale dei tempi recenti è caratterizzata da trasformazioni tali, come di seguito indicate, da produrre una diffusa “condizione di fragilità”, con una crescita del senso d’insicurezza nella popolazione, oggi maggiormente esposta al rischio e alle difficoltà d’inclusione: -Cambiamenti del sistema produttivo, precarietà e flessibilità lavorativa, - Disoccupazione di lunga durata, - Mutamenti demografici (invecchiamento della popolazione: dal 1971 ad oggi in Umbria si è passati dal 12,4% di popolazione anziana al 22,8% - Orvieto registra un 26,4% -, aumento dell’immigrazione: nel 2004 il tasso d’immigrazione era del 5,3% nel 2008 è del 8,6%) - Disuguaglianze persistenti nell’accesso al lavoro tra uomini e donne cambiamenti della struttura familiare ( diminuiscono notevolmente il numero dei componenti: nel 1971 la componente media era del 3,5% nel 2004 oggi è del 2,6%; diminuiscono le famiglie numerose aumentano quelle unipersonali il 60% circa delle quali sono composte da persone anziane) - Rigidità del mercato abitativo - Diverse disabilità - Malattie sociali - Nuove povertà (non soltanto povertà intese in termini economici ma anche povertà delle reti familiari delle relazioni) Ci troviamo ad agire in questo mondo dove la scomposizione del cittadino nella triade contribuente-consumatore-utente lascia spazio all’annichilimento dell’interesse pubblico e al progresso di una idea thatcheriana di società intesa come banale sommatoria di individui. A nostro avviso serve una risposta all’altezza per evitare quella che altrimenti potrebbe diventare una catastrofe sociale e questa risposta la si deve necessariamente trovare nella convinzione dell’importanza e della centralità che devono assumere le politiche di welfare; soltanto una buona qualità di quest’ultime può garantire una buona qualità della vita. Per far questo è però necessario passare da una concezione del welfare da assistenzialistica e risarcitoria ad un’altra più attiva e, dove possibile, più dinamica. Con uno slogan: dal welfare state alla welfare society. In questo contesto va sicuramente riconosciuto che il nostro territorio ha saputo nel tempo ben utilizzare la scelta regionale di individuare il percorso più aderente alla Riforma 328/2000 sia sotto il profilo culturale sia istituzionale, rimettendo al centro il sistema delle autonomie locali, ridefinendo il servizio sociale pubblico come funzione non solo erogativa e riqualificando lo storico servizio sociale dei comuni riconoscendo una centralità e un ruolo al territorio come sistema di relazioni; infine, costruendo una programmazione dal basso con proprie regole e propri strumenti La questione degli anziani Il nostro territorio è caratterizzato da un alto numero di anziani. L’indice di invecchiamento a Orvieto nel 2007 ha raggiunto il 26.4%, dato ben superiore a quello medio regionale, mentre quello del comprensorio è considerevolmente più alto di quello orvietano. Questa nuova composizione demografica, se da un lato è misura di una buona qualità della vita, implica l’elaborazione di politiche specifiche. Una società composta da oltre il 25% di anziani e contrassegnata da un calo della natalità costante, richiede un’alta attenzione e risposte adeguate agli articolati e quantomeno complessi bisogni di questa fascia di popolazione. Nel nostro territorio esiste un’adeguata rete di iniziative socio-culturali e di strutture sociali per anziani autosufficienti (Università della Terza Età e centri sociali) mentre si riscontrano criticità per quel che riguarda il mondo degli anziani non autosufficienti. Su quest’ultimo aspetto è necessaria un’attenzione finalizzata alla crescita dei servizi e delle offerte sanitarie, a partire: dal potenziamento dell’efficienza del reparto di geriatria; da percorsi facilitati di accesso alle prestazioni diagnostiche e terapeutiche dei servizi sanitari per questa fascia di utenti (con l’obiettivo di ridurre al minimo i costi connessi alle lunghe degenze) dal sostegno alle famiglie; dal potenziamento dell’assistenza domiciliare; dal sostegno al ruolo del volontariato; Le strutture per anziani non autosufficienti: è necessario procedere al superamento del vecchio e antico modello di “ospizio per anziani” nel quale la dimensione meramente assistenziale prevaleva su ogni altro aspetto, compreso quello terapeutico-riabilitativo, incentivando la passività delle persone e la loro chiusura nella patologia. L’obiettivo è quello di mettere in campo strutture altamente qualificate, con personale adeguatamente soggetto a formazione continuata e con un alto standard di offerta delle prestazioni. Anche la creazione di centri “diurni” per anziani autosufficienti o con deficit cognitivi di livello medio/moderato, a supporto delle famiglie e fortemente orientanti all’integrazione socio-sanitaria, rappresentano un obiettivo non più rinviabile. La terza età come risorsa sociale - Gli anziani autosufficienti sono sempre di più, e molto spesso hanno anche molto tempo da “spendere”, dobbiamo renderli attivi, produrre benessere, come per i giovani il lavoro è vita, non solo “economica” ma anche mentale, per l’anziano l’impegnarsi, l’essere utile è vita, si devono creare politiche in cui l’anziano attivo possa “vivere”, esempio sono le ottime iniziative dell’UNI 3, l’esperienza della casa quartiere di Fabro, e i numerosi centri sociali presenti sul territorio Città dei bambini e dei giovani - Rispetto alla complessità dei bisogni legati a questa fetta di popolazione è intervenuta la legge nazionale 285/97 che ha avuto il grande merito di riconsegnare i temi dell’educazione e del benessere dei bambini e degli adolescenti alla dimensione comunitaria e sociale che gli è propria, individuando la cura e l’educazione come responsabilità collettive. Tale legge insieme alla successiva legge di Riforma 328/00 ha aperto una diversa prospettiva nel panorama dei servizi e attivato un processo di cambiamento, d’innovazione e di sperimentazione attraverso sinergie tra i diversi soggetti istituzionali e non, mettendo al centro il tema dei diritti e della sussidiarietà. Si è operato uno spostamento dell’asse culturale: dal “disagio conclamato” alla promozione del benessere e della qualità della vita dei bambini e dei ragazzi partendo dai loro bisogni. Le amministrazioni locali hanno dato continuità al cambiamento culturale iniziato con la legge 285 pur nelle difficoltà crescenti, e la pianificazione di territorio è stato l’ambito privilegiato dove sperimentare, innovare e mettere a sistema le buone prassi in favore dei bambini e dei ragazzi e rendere effettivi i loro diritti. Al di là dei servizi accesi nel tempo, è chiaro che per la fascia d’età compresa da 0 a 3 anni è necessario salvaguardare e potenziare l’esperienza solida e qualificata dei due asili nido esistenti, accelerando la realizzazione del terzo asilo per dare risposte concrete ad una domanda pressante e complessa che esprime bisogni nuovi, anche connessi alla flessibilità degli orari e ai criteri di accesso. Infine, è anche con l’espansione di questi servizi che si favoriscono e consolidano le politiche di conciliazione indispensabili per facilitare l’accesso delle donne al mondo lavorativo. Sarebbe importante anche affrontare il tema delle cosiddette attività extra-scolastiche attraverso protocolli d’intesa con le scuole, importanti sia per l’inserimento dei minori disabili e dei bambini/ragazzi immigrati atte a favorire processi d’integrazione oltre che alla valorizzazione del processo educativo, coniugando le attività che la scuola propone con quelle dell’extra-scuola. Giovani e adolescenti: su questa fascia d’età l’intervento pubblico è spesso carente e la costante riduzione delle risorse per il sociale hanno spesso orientato i pochi fondi in direzione di aree considerate più bisognose d’intervento. In realtà noi siamo fermamente convinti della necessità di considerare questa fascia d’età come una fascia a rischio, esposta alle molteplici problematiche di una società sempre più complessa e sulla quale spesso si abbattono forme di disagio vecchie e nuove (aumento del consumo di alcool, tossicodipendenze, bullismo, ecc.). Per questo che si ritiene opportuno dare maggiore considerazione ad interventi finalizzati a favorire azioni formative, informative, aggregative ecc. La legge 285 ha svolto un ruolo importante per questa fascia d’età, la maggior parte dei centri aggregativi nascono in funzione di questa normativa. Purtroppo anche in questo caso si registra una carenza di fondi dedicati (invariati al 1997) ed è in relazione a ciò che in questo campo svolge un ruolo importante il mondo dell’associazionismo e del volontariato. Ad Orvieto, la realtà del CAG “Mister Tamburino” è sicuramente importante sia per il numero di soggetti che frequentano questa realtà sia per la qualità delle attività svolta. Sarebbe necessario potenziare gli spazi e collocarli al centro della città in una ubicazione che non sia marginale, per favorirne l’integrazione con il più ampio contesto sociale e culturale. L’Associazionismo e il terzo settore - Uno dei cardini delle politiche del benessere sociale nel PD è il mondo dell’associazionismo e del Terzo Settore. L’Orvietano è tra le poche realtà, se non l’unica, in Umbria, dove sia presente un Forum del Terzo Settore. All’Associazionismo e al Volontariato sarà chiesto di partecipare attivamente agli indirizzi delle politiche relative qualità della vita e al benessere sociale. La costituzione di un “osservatorio sulla qualità sociale” può diventare il luogo di monitoraggio dei bisogni e di coordinamento tra le diverse istanze associ Le politiche sociali dentro la riforma endoregionale - Si sta andando verso un riassetto istituzionale Regionale, è in commissione in questi giorni la riforma che introduce, anche per le Politiche Sociali gli Ambiti Territoriali Integrati, Orvieto e l’Orvietano entreranno a far parte dell’ATI n° 4 (Ternano – Amerino – Orvietano). Per ciò che riguarda le politiche sociali qualche difficoltà si potrebbe incontrare. Attualmente l’Orvietano rientra nell’Ambito 12 che è stato gestito in questi anni, crediamo, in modo esemplare, in futuro, benché rimarrà una sorta di sub-ATI che è uguale all’Ambito attuale, entreremo in un ATI composto da circa 232.000 ab. dove il grosso lo fa Terni che conta da sola circa 110.000 ab. Orvieto+Narni+Amelia hanno in totale 51.000 ab, il resto, circa 61.000 ab sono piccoli comuni. Se prima i bisogni dei cittadini dell’Orvietano erano pressoché simili, ora non può essere così, Terni con i suoi 110.000 abitanti ha esigenze e bisogni totalmente differenti dagli altri comuni che comporranno l’ATI. Comunque il PD a breve ha intenzione di coinvolgere i Sindaci del comprensorio e chi opera nel settore per determinare la posizione del territorio su questa riforma.

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