politica

La mia solidarietà politica a Liliana Grasso e ad Emily: quell'assurdo, tuttavia estirpabile maschilismo...

domenica 22 aprile 2007
di laura
Non posso non esprimere solidarietà personale e politica – politica in senso femminista e, per essere ancor più precisa, nel segno del femminismo della differenza, che è quello che preferisco e da sempre pratico - a Liliana Grasso e all'associazione Emily in Italia Umbria. E ancora di più mi compete come ineludibile responsabilità politica pronunciare qualche parola di chiarezza, in quanto donna manager di una realtà aziendale e direttora di un organo d'informazione: e dunque una di quelle donne, davvero privilegiate nella nostra realtà, che hanno un ruolo non subalterno ma dirigenziale. Molti sanno che, fedele ad alcune magistrali intuizioni di Diotima, la nota comunità delle filosofe di Verona, è Teresa de Avila uno dei miei autorevoli modelli esistenziali: fare ogni giorno il poco che dipende da sé... E oggi, il poco che dipende da me è prendere posizione su questa spiacevole vicenda. Naturalmente, pur amando, ammirando e talvolta condividendo anche il pensiero di molti uomini, i miei modelli di vita sono tutti femminili: perché così deve essere per quelle donne che aspirano alla libertà, interiore ed esteriore. Non può esservi libertà vera, infatti, e forza di stare al mondo, senza radicamento al proprio sesso. Anche se purtroppo non meraviglia, dobbiamo sottolineare e dimostrare quanto sia assurdo e antiparitario, antidemocratico e ormai sottoculturale usare, verso le donne e in particolare verso quelle che si impegnano, desiderano e si conquistano il diritto di stare in modo paritario nel mondo, categorie che non appartengono al vivere civile e al ragionamento, ma ai più biechi ed offensivi luoghi comuni del machismo: offensivi, intendiamoci, più per chi li professa che per chi ne viene infamato, in quanto la dignità non viene certo scalfita dai giudizi malevoli, ma questi ultimi, al contrario, si ritorcono come vergogna su chi li esprime. Ho più volte notato e fatto notare, sul mio blog o nella vecchia community, come dia subito fastidio non solo l'operato, ma addirittura l'opinione di una donna (e avevo citato proprio, tra le altre, la stessa Grasso), e subito venga attaccata non con il ragionamento sull'opinione stessa e con la sua confutazione – che sarebbe più che legittimo e farebbe parte della democratica dialettica - ma con l'offesa del tutto gratuita, viscerale ed emotiva rivolta al piano personale. Purtroppo non lo fanno solo gli uomini: anche se sono loro a farlo più spesso, perché hanno territori o false sicurezze da difendere, anche donne non consapevoli ne sono talvolta complici. Per caso, non vi è mai capitato di sentir dire, anche da una donna, che quella è stata violentata, sì, ma è provocante, la violenza “se l'è cercata”? A me sì, più volte, e anche e soprattutto in ambienti comunemente considerati colti. D'altra parte, nella civiltà occidentale, a richiedere e ad attribuire falsamente alle donne più la bellezza che l'ingegno, e a descriverle e a volerle stupidamente disponibili e statiche piuttosto che intellettualmente curiose e attive, sono stati proprio i padri del pensiero forte, a cominciare dal tanto osannato Immanuel Kant. Anche e soprattutto per questo, per un modello simbolico che è passato e si è radicato così potentemente nella società, non si riesce a capire e ad ammettere che una donna possa anche farsi strada in proprio, per competenze, impegno, determinazione e qualità, e non perché sia la figlia, la moglie o l'amante di qualcuno. Non sarà facile scalfire i più o meno biechi pregiudizi e le diffidenze, né nei colti né negli incolti, ma spetta soprattutto a noi donne denunciare e argomentare con forza, ogni volta che il caso lo richiede, quello che non va. Spetta anche agli uomini, quando scaturisca da una riflessione e venga ritenuto sinceramente opportuno, perché la società non riuscirà a crescere né democraticamente né culturalmente senza il confronto e il rispetto tra i sessi. Dovremmo adoperarci con pazienza in ogni momento, in ogni ruolo e in ogni luogo, con determinazione e fermezza, con gentilezza ma con implacabilità, per far crescere in questo senso la società. E' un discorso generale, che tuttavia prenderà corpo solo se sarà calato in ogni occasione del quotidiano e del reale. Per questo oggi sento di dover dire: Liliana Grasso si sta facendo valere, come molte altre donne nella nostra società, perché è intelligente e ha desiderio e qualità per impegnarsi socialmente, perché legge, viaggia e sa comunicare, perché ha occhi per guardare e antenne per sentire, idee, creatività e capacità organizzative, ecc... Insomma, perché vale. Certo, come molte altre donne, è anche davvero graziosa, ha un suo personale fascino. E' un difetto? Non direi, fa sempre piacere vedere una persona gradevole... E si sono mai chiesti gli uomini, ad esempio, quanto le donne amino essere curate e gradevoli non tanto per gli uomini – come pensava anche il grande Kant – e tanto meno in loro funzione e per adescarli, quanto invece per la cura di sé? Quanto all'associazione considerata “un ghetto”... non è certo così. Sono i soliti, atavici pregiudizi. Per secoli gli uomini hanno avuto i loro club e i loro circoli esclusivi, nel campo del sapere le loro maschili accademie, quelle in cui hanno rafforzato il pensiero unico, quello di Hegel che non prevedeva né donne né extracomunitari: unico, occidentale, maschile. Non questi ghetti, ma questi bastioni per privilegiati egocentrici hanno spesso determinato, in altrettanti secoli, un ingiustificato senso di pubblica inadeguatezza femminile e un soffocamento del desiderio femminile di stare nel mondo che solo poche – le più determinate e coraggiose, spesso anche le più fortunate – sono riuscite a superare da sole. Il luogo separato per le donne è necessario, non come un ghetto, ma come un luogo di sereno confronto dove rafforzare e misurare la propria identità femminile, che ha diritto a stare nel mondo e a starci con il suo specifico: diverso, ma di pari dignità. Perché il soggetto, appunto, è tutt'altro che unico, e mai come oggi la complessità del mondo globale, ormai inarrestabile, lo sta dimostrando. Ultima osservazione, che ritorna spesso nei miei pensieri, e oggi mi sembra quanto mai opportuna. A creare consapevolezza femminile o quanto meno a scoraggiare il maschilismo, l'informazione, a parte qualche lodevole caso, di certo non aiuta, né a livello locale né nazionale. Avete mai fatto caso come, quando una donna subisce violenza, si noti a volte quel sottile, perverso meccanismo dell' in qualche modo se l'è cercata? come gli infanticidi o i fatti più brutali siano talvolta accompagnati da un era separato da... l'uomo era stato lasciato dalla moglie... il poveretto soffriva di depressione da quando la moglie l'aveva lasciato ed era andata a vivere per proprio conto... e così via, tutte più o meno inconsapevoli allusioni alla pericolosa libertà che stanno conquistandosi le donne e che sembrano quasi giustificare le più atroci o insensate gesta? O a come le donne, che già a volte purtroppo lo fanno da sé, siano sempre messe l'una contro l'altra? O a quanto stereotipato gossip si faccia per avvalorare i più consumati, ormai inadeguati luoghi comuni sul femminile? Un discorso a parte, poi, meriterebbe la pubblicità, dove lo stereotipo e l'attacco diventano ancora più selvaggi. Soprattutto noi, le giornaliste, dovremmo non dimenticarlo: usare modi di riferire i fatti e linguaggi consoni alla responsabilità politica che il nostro sesso dovrebbe comportare, farci portatrici di un'etica per così dire supplementare della notizia, escludere interpretazioni che impoveriscono la nostra immagine. E ancora di più, possiamo farlo, se siamo noi a scegliere, se siamo in un posto di dirigenza e di autorevolezza. Anche per questo è giusto che luoghi come Emily esistano: per avere sempre più donne a dirigere e a scegliere e perché siano consapevoli della loro responsabilità di genere. Siamo ancora molto lontane, ma per non arrivare alla degenerazione del “potere”, per ora tutta maschile – non a caso sostituisco il potere con l' autorevolezza - basterà fermarci al 50%; e non compiere mai l'irragionevole passo che ci porti a credere di essere “il soggetto unico”. Spero che queste mie riflessioni possano far scaturire un ampio, civile e rispettoso confronto, con interventi sia di donne che di uomini. Sarebbe infatti sbagliato liquidarli in una generica accusa di maschilismo. Ce ne sono molti che si interrogano e che sono sensibili al problema: come le donne non vanno tutte bene per il semplice, generico fatto di essere donne, altrettanto non bisogna peccare di genericità con tutto il sesso maschile. Invito chi vuole intervenire a farlo nel mio blog, dove ho riportato l'articolo. P.S. Scusate, ma l'ampio, civile e rispettoso confronto è momentaneamente rimandato. Siamo stati infatti costretti a sospendere i nostri blog per l'anonima ed offensiva inciviltà di qualcuno o di qualcuna.

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