politica

La relazione di Francesco Montesi

venerdì 12 gennaio 2007
Prima di tutto il lavoro E’ dal rilancio della centralità del lavoro nella società moderna che passa il rilancio dell’economia e dello sviluppo in Umbria , in Italia e in Europa. Chiuso il “secolo del lavoro” , caratterizzato dall’ avvento del capitalismo e dalle lotte del movimento operaio per la conquista dei propri diritti e della propria dimensione sociale, si sono aperte con l’ arrivo del nuovo millennio nuove sfide e nuovi scenari, ed è tornato in primo piano il tema del lavoro, che nell’ ultimo decennio era stato spesso snobbato dagli attori della politica e del mondo intellettuale. Il vecchio sistema produttivo è stato messo in crisi da profondi processi di trasformazione, causati dall’ accelerazione dei processi di globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica. Ma la società italiana, a partire dai gruppi che detengono le maggiori risorse economiche, sembra aver paura di affrontare le sfide a cui la globalizzazione la sottopone, stenta ad aprirsi a quelle che sono le nuove tendenze, e rifugge spesso dal rischio e da ogni investimento basato sulle idee innovative. Appare come una società tesa soprattutto a conservarsi, a mantenere i privilegi particolarizzati, a impedire una maggiore dinamicità sociale, rinnovandosi per cooptazione interna, basandosi su un impermeabile gerontocrazia che impedisce di sprigionare le energie che spingono dal basso con grande entusiasmo, capacità e voglia di cambiamento. Possono nascere in Italia imprese in grado di imporsi e di trasformarsi in un vero miracolo economico? A mancare non sono certo le capacità intellettive, ma piuttosto sono venuti meno interventi strutturali di sostegno allo sviluppo, una imprenditorialità più dinamica, una maggiore condivisione del sapere e delle risorse, la collaborazione progettuale ed il finanziamento delle imprese ai centri di ricerca pubblici e privati, una politica riformatrice di liberalizzazioni che combattesse le logiche neocorporative.. Un esempio su tutti, il nostro è un paese che non ha mai destinato grandi risorse alla ricerca, vero volano per il rilancio della nostra economia; basti pensare che in Italia ci sono solo 2.8 ricercatori ogni mille studenti mentre la media UE è di 5.4, in USA e in Giappone siamo rispettivamente addirittura a 8.1 e 9.3. per non parlare dei nuovi colossi asiatici Cinesi ed Indiani. Va superato quel modello di fare impresa che per decenni si è basato sul basso costo del lavoro e sulle periodiche svalutazioni della lira, oggi rese impossibili dalla moneta unica, che rendevano competitivi i nostri prodotti sui mercati internazionali. Ci siamo sempre opposti come Sindacato e continueremo ad opporci fin che ce ne sarà bisogno alla concorrenza fatta sul costo del lavoro, perché oltre ad essere inefficace, crea un evidente insicurezza sociale, sia dal punto di vista salariale, che da quello della precarietà, vera piaga delle nuove generazioni, ma non solo. Non vogliamo più una flessibilità che genera precarietà, segnando le nostre esistenze, non vogliamo che il neocorporativismo impedisca a novi gruppi di affermarsi in un sistema meritocratico, vogliamo che ci sia vera mobilità sociale e che non siano le rendite, ma la produttività ed il lavoro, a crescere in Italia. Le imprese devono essere coscienti del ruolo strategico che rivestono per uscire da questa situazione di stallo, devono maturare la volontà di rinnovarsi, di puntare sull’innovazione, sulla ricerca, in poche parole sull’ economia della conoscenza come unico strumento per competere nel mercato globale, abbandonando l’ idea portata avanti in questo ultimo decennio, che la competitività può essere basata sulla riduzione del costo del lavoro. Questo modello, incoraggiato dalle politiche del lavoro neoliberiste attuate dal precedente governo, ha creato una grande questione sociale riguardante milioni di lavoratori . Non è un caso se cresce costantemente l’età in cui si esce di casa e si forma una propria famiglia, di pari passo infatti si va spostando sempre più avanti l’età in cui si raggiunge una occupazione ed un reddito stabile. Non si possono fare grandi scommesse sul futuro quando non si ha la certezza di avere un posto di lavoro stabile e quando il reddito medio non raggiunge neanche gli ottocento euro al mese. Le riforme del mercato del lavoro attuate dal Governo Berlusconi, la legge 30 ed il successivo decreto attuativo 276/2003 , insieme allo stallo economico, hanno avuto come unico effetto quello di creare una generazione di individui che ha perso la fiducia nel “sistema Paese”. In questi anni abbiamo assistito all’ avvitamento del Paese intorno a logiche economiche sbagliate, arrivando alla legittimazione, per legge, di costi diversi per le stesse prestazioni di lavoro. Dietro le collaborazioni, le associazioni in partecipazione, etc.. si nascondono rapporti di lavoro subordinati. Con la differenza che questi lavoratori non hanno diritto a nient’ altro che al magro compenso pattuito, o meglio , imposto dal datore di lavoro. o bevi o affoghi! Questo è il dramma di un sistema in cui non esiste contrattazione collettiva, inquadramenti salariali, che rimanda tutto alla contrattazione committente-collaboratore, dove è evidente quale sia la parte debole in causa. Ciò non deriva da storture in fase di applicazione della legge, ma da un disegno politico preciso. Va rivisitato il concetto della flessibilità, essa deve essere vissuta ed inquadrata come un momento straordinario nella vita dell’impresa e, come tale, deve avere anche un costo straordinario, questo è l’unico modo per far si che tutte quelle finte collaborazioni che nascondono un rapporto di lavoro assimilabile a quello classico di tempo indeterminato possano divenire sconvenienti ed essere trasformate in contratti a tempo indeterminato. Oggi invece assistiamo al dilagare di tali forme contrattuali, non solo per i minori costi, ma anche perché la legislazione attuale li incentiva, basti pensare che molte imprese ne fanno uso per non superare il tetto dei 15 dipendenti per evitare l’ applicabilità dell’ articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Il peso della precarietà che grava sulle nostre spalle e che genera insicurezza deriva anche da altri fattori oltre che dalle norme in materia: - Lavoro nero - Dalla durata lunga del periodo di committenze a termine. - Dalla basso tasso di conversione di contratti precari in contratti stabili. - Dalla presenza crescente di donne e over 50 che hanno perso lavoro. L’ Unione ha fatto della battaglia alla precarietà un punto fermo e condiviso del proprio programma elettorale, sul quale ha costruito buona parte del proprio successo. La linea della FINANZIARIA proposta dal Governo Prodi ed approvata dal Parlamento sembra rispettare gli impegni di tale programma. La chiave di lettura dei provvedimenti in essa contenuti sta nella scelta di riprendere il contratto a tempo indeterminato (80 % nel 2001, 60%oggi) come punto fermo da cui ripartire. La CGIL ha chiesto innanzitutto una rivisitazione del contratto a termine, che dovrà essere utilizzato per motivi validi e di carattere assolutamente straordinario, e non abusato come avviene ad oggi. La manovra economica appena approvata sostiene i percorsi che con la normativa vigente cercano di riportare i contratti a progetto nell’ alveo della legalità e della particolarità, non della prassi. E’ presente in essa anche una apertura per i diritti e per le tutele che comunque segnano una inversione di tendenza, così come sono previsti alcuni ammortizzatori sociali. Prestazioni sociali e aspetti previdenziali Gli adattamenti e le riformulazioni del nuovo testo approvato vanno nella direzione indicata dagli emendamenti proposti da NIdiL, la categoria della Cgil che rappresenta i lavoratori con contratti atipici. Dopo il percorso estremamente incerto e travagliato si è fatto più di un passo in avanti nel miglioramento delle condizioni di tutela sociale del lavoro parasubordinato, sancendo per la prima volta diritti essenziali. In sintesi le principali misure: Comitato gestione separata Inps - la norma originaria prevedeva, a partire dal 1° gennaio 2007, la soppressione del Comitato amministratore della gestione separata. Le pressioni che sono state fatte a tutti i livelli, sindacali e politici, hanno indotto il Governo a riformulare la norma, prevedendo che sia un apposito decreto ministeriale, adottato dopo aver sentito le OO.SS., a procedere al riordino degli organismi che si occupano di ricorsi in materia pensionistica. Viene inoltre cancellato lo “scippo” operato dal governo Berlusconi ripristinando la modalità democratica di elezione dei rappresentanti nel Fondo, riportando a sei il numero di rappresentanti dei lavoratori e riaffidando a questi ultimi la presidenza del Comitato amministratore. Aumento aliquota previdenziale e norma salva-compensi – viene confermato l’aumento dell’aliquota previdenziale per gli iscritti alla gestione separata senza altre coperture nella misura del 23% (più lo 0,5% per le prestazioni di malattia, maternità e assegno al nucleo familiare) e del 16% per i pensionati e gli iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie. Positivo il giudizio sull’innalzamento dell’aliquota previdenziale, sia in funzione del riallineamento di tutte le aliquote contributive –evitando quindi che si usi la parasubordinazione solo per abbassare il costo del lavoro-, sia per consentire ai lavoratori parasubordinati un maggior accumulo di contributi per l’accesso ad una pensione dignitosa. E’ stata rafforzata la norma che salvaguarda i compensi: infatti l’aumento contributivo non può in ogni caso determinare una riduzione del compenso netto superiore ad un terzo dell’aumento stesso. In pratica per i rapporti di lavoro in essere al 1° gennaio 2007 (entrata in vigore della nuova aliquota contributiva) viene preso a riferimento il compenso netto corrisposto in questo mese, mentre negli altri casi viene preso a riferimento il compenso netto mensile corrisposto sulla base dell’ultimo contratto stipulato dal lavoratore con lo stesso committente. La questione salariale è di fondamentale importanza, poichè il decreto 276/2003 prevede che il livello retributivo dei parasubordinati sia da confrontarsi con i livelli medi delle prestazioni economiche richieste dai lavoratori autonomi su base territoriale, ma non esistono tabelle che indicizzano tali somme. Su questo fronte l’ulteriore aggancio dei compensi ai CCNL di riferimento per analoghe professionalità inverte la rotta rispetto al passato, aprendo la strada a un miglioramento dei compensi e quindi favorendo uno scenario pensionistico migliore, visto che l’ammontare dei contributi è determinato anche dall’entità del compenso percepito. E’ evidente che un’operazione di aumento dei contributi previdenziali non poteva essere accettata senza un’adeguata garanzia sulla tenuta dei compensi dei lavoratori, evitando per l’ennesima volta di scaricare su questi ultimi l’ulteriore costo contributivo. Malattia e maternità – Buoni miglioramenti sono venuti anche sul fronte della tutela della malattia e della maternità. Per quanto riguarda la malattia è positivo il fatto che l’indennizzo riconosciuto dall’Inps sia collegato alla durata del contratto. Infatti, mentre il testo originario prevedeva una durata massima di 20 giorni nell’anno solare, la riformulazione indica i 20 giorni come durata minima e pone come durata massima il limite di un sesto della durata complessiva del rapporto di lavoro. Non ci soddisfa invece, né la misura dell’indennizzo (che rimane al 50% di quanto riconosciuto per la malattia ospedalizzata), né la conferma della dicitura “esclusione degli eventi morbosi di durata inferiore ai 4 giorni” che si presta a contenziosi interpretativi. Per quanto riguarda la maternità, oltre alla conferma del congedo parentale di tre mesi nel primo anno di vita del bambino (con erogazione di una indennità pari al 30% del reddito preso a riferimento per l’indennità di maternità) viene finalmente estesa anche alle lavoratrici parasubordinate la tutela della gravidanza a rischio, affidando ad un successivo decreto ministeriale l’applicazione delle disposizioni normative previste in materia di maternità a rischio dal D.Lgs. n. 151/2001. Resta ora da lavorare per il riconoscimento del diritto alla sospensione della prestazione, non previsto nel testo. Aspetti fiscali Significativa la disposizione fiscale che in relazione alle detrazioni d’imposta per i redditi da lavoro dipendente e assimilati raddoppia, solo per i rapporti di lavoro a tempo determinato –subordinati o meno-, l’ammontare della detrazione effettivamente spettante. Quest’ultima infatti passa dai 690 euro previsti nel testo originario, ai 1380 euro qualora il reddito complessivo non superi gli 8.000 euro annui. Nel caso di rapporti di lavoro di durata annuale la detrazione riconosciuta è di 1840 euro. Per i rapporti di lavoro inferiori all’anno la detrazione viene ragguagliata al periodo lavorato, ma non può comunque essere mai inferiore a 1380 euro. Comunicazioni relative al rapporto di lavoro Anche in caso di instaurazione di rapporti di co.co.co., co.pro., socio lavoratore di cooperativa e associazione in partecipazione con apporto lavorativo i datori di lavoro privati e pubblici devono darne comunicazione al Servizio competente nel cui territorio è ubicata la sede di lavoro. La comunicazione deve essere fatta nel giorno antecedente a quello di instaurazione del rapporto ed è una delle norme di contrasto al lavoro nero. Medesima comunicazione è prevista in caso di cessazione, trasformazione e proroga dei rapporti di lavoro suddetti. Misure per la stabilizzazione È confermata l’intervento a favore della integrale ricostruzione previdenziale pregressa per i co.pro. che venissero trasformati in lavoratori dipendenti con accordi territoriali od aziendali che le organizzazioni sindacali possono trattare entro il 30 aprile 2007. Il comma 221 del maxiemedamento considera per la prima volta anche i co.co.co. delle pubbliche amministrazioni, fino ad ora i più penalizzati nel percorso di stabilizzazione. Nel triennio 2007-09 le P.A. che procederanno all’assunzione di personale a tempo determinato, nel bandire le relative prove selettive, riservano una quota del 60% del totale dei posti programmati, ai collaboratori che hanno avuto una anzianità contrattuale di almeno un anno alla data del 29 settembre 2006. I destinatari di questa disposizione, potranno essere quei collaboratori che per tanto tempo hanno svolto la loro prestazione “fronteggiando esigenze attinenti alle ordinarie attività di servizio”. Coerentemente a questo percorso, il ricorso alle collaborazioni verrà complessivamente ridotto al 40% della spesa sostenuta per la stessa finalità nel 2003. Si tratta di un’apertura da non sottovalutare e sulla quale occorrerà però entrare nel merito delle modalità con le quali tale indicazione sarà gestita: analisi delle piante organiche, individuazione dei collaboratori destinatari del percorso di riserva, riconoscimento di titoli e punteggi e impostazione dei bandi. A partire dagli enti nei quali NidfiL ha già fatto accordi sulla regolamentazione dell’utilizzo delle co.co.co., maturando significative esperienze, dovremo far quindi avanzare la contrattazione. Per il settore dell'Università e degli enti di ricerca, gli enti pubblici di ricerca sono esclusi da riduzioni di spesa, e, nel contempo restano invariate le modalità di apertura dei concorsi, come già previsti nel maxi emendamento passato alla camera anche per l'Università con disponibilità di assunzione. Viene previsto un fondo di finanziamento in favore di co.co.co. e co. pro., di 10 milioni di euro. per l’acquisto di un personal computer nuovo. Occorrerà ora lavorare per la definizione di un regolamento specifico. La Finanziaria prevede finalmente l’ abbattimento del costo del lavoro (cuneo fiscale) di 3 punti a carico dell’ azienda per 6.000.000.000 di euro. Ciò garantisce una vera spinta alla stabilizzazione in quanto viene istituito per la prima volta il principio della convenienza ad assumere a tempo indeterminato, in quanto solo in tale caso si usufruisce dello sgravio; Fatti 100 sia un contratto a tempo determinato, che uno a tempo indeterminato, ora quest’ ultimo costerà 97, mentre l’ altro continuerà a costare 100. E’ La finanziaria distribuisce nuove risorse anche per gli LSU e per i Centri per l’Impiego. Viene introdotto il principio di SOLIDARIETA’ GENERAZIONALE, che prevede per i lavoratori con più di 55 anni una riduzione volontaria delle ore settimanali e l’ inserimento di un giovane nelle restanti ore, affiancato dall’ “anziano” per un periodo di formazione professionale. Gettando uno sguardo al futuro, ed a quello che saranno le pensioni delle nuove generazioni, è importante l’ attivazione di istituti di previdenza complementare. Grazie alla riforma del TFR, che è partita dal primo giorno dell’ anno, i lavoratori avranno 6 mesi di tempo per decidere dove destinare il proprio trattamento di fine rapporto, potendo scegliere tra fondi privati aperti, fondi di categoria previsti dai contratti collettivi, o mantenere lo status quo lasciandolo presso l’azienda, che lo verserà all’ INPS nel caso avesse più di 50 dipendenti. Noi invitiamo i lavoratori ad aderire ai fondi chiusi di categoria perché garantiscono rendimenti sicuri e possono essere integrati sia dal lavoratore che dall’ azienda come previsto dai contratti nazionali. Nodo fondamentale da sciogliere è quello della mancanza di PROTEZIONE SOCIALE. Quando un lavoratore precario perde il proprio posto di lavoro viene a trovarsi in una situazione di completa vulnerabilità, per questo è necessaria una rete di protezione tramite corsi di formazione, programmi di reinserimento, diritti e doveri che facciano sentire i lavoratori appartenenti ad una comunità che li tutela. Va disegnato un welfare che preveda Ammortizzatori Sociali per tutte queste nuove tipologie, privi di ogni tutela e di ogni riconoscimento, sia assistenziale che contributivo. Per quei soggetti privi dei requisiti per la percezione dei trattamenti di integrazione salariale, vanno definiti dei piani di sostegno al reddito, finalizzati all’erogazione di contributi figurativi e sussidi alla disoccupazione a quei lavoratori precari che si trovino in momenti di inattività. Sempre l’ente pubblico potrebbe farsi maggiormente carico delle attività formative tese a riqualificare le conoscenze, per permettere un più rapido reinserimento in ambiti produttivi. Chiediamo che il Governo rispetti il memorandum sulle pensioni con le quali la maggioranza si è impegnata da gennaio a lavorare per una rivalutazione delle pensioni minime e una protezione per i precari che afffrontano periodi di non occupazione tra le varie committenze tramite l’erogazione di contributi figurativi. Va promossa una migliore qualità del lavoro, incentivando azioni finalizzate a favorire la conciliazione dei tempi di famiglia, di vita e di lavoro, e il reinserimento di quei soggetti usciti da lungo tempo dal mercato per motivi familiari, mediante lo sviluppo di servizi di cura per la persona e la famiglia, la promozione di piani aziendali e territoriali di orari di lavoro flessibile, e con l’incentivazione di forme di lavoro a tempo parziale e la facilitazione dell’accesso ai servizi, anche aziendali, di cura e assistenza familiari. Parlando di qualità del lavoro non si può poi dimenticare il problema della sicurezza, dove va promossa una maggiore responsabilità sociale delle imprese volta a garantire la qualità, la sicurezza, il miglioramento dei livelli di salute e di regolarità delle condizioni di lavoro. Le statistiche in Italia ci parlano di quasi un milione di incidenti all’anno sul posto di lavoro, di cui 1450 mortali in media, e in particolar modo nel lavoro precario e nell’occupazione femminile il dato si fa più allarmante, la media degli infortuni qui supera infatti del 66% quella nazionale. La definizione di “morti bianche” risponde ad un’idea per cui non è possibile trovare un reale responsabile dell’accadimento, questa considerazione è oggi quanto mai errata, l’Inail stima nel 40% gli incidenti evitabili con un maggior rispetto delle norme vigenti e con la predisposizione di una più attenta legislazione. Serve un maggior impegno nellotta al lavoro nero e all’illegalità, soprattutto in quei settori dove è forte l’impiego di manodopera a poco qualificata, dove operano in prevalenza le piccole imprese e dove è più forte l’utilizzo dei sub-appalti, che spingono al massimo ribasso i contraenti con un conseguente contenimento dei costi a discapito della tutela dei lavoratori. Complice di questa situazione è spesso anche il mancato coordinamento tra le istituzioni, Inail, Prefettura, ASL e Ispettorato sul lavoro, che sovrintendono al controllo dell'applicazione della normativa vigente. Sempre più frequentemente infatti, ci si trova di fronte ad organizzazioni macchinose, che operano in base a normative che sono andate sovrapponendosi negli anni spesso anche in contrasto fra loro, dedite a lungaggini burocratiche invece che all'effettivo controllo del rispetto della legge sul campo. La CGIL in questo senso ha espresso giudizi positivi sull’ operato del nuovo ministro del lavoro, che ha avviato azioni concrete a favore dei lavoratori precari, a sostegno della sicurezza e in contrasto al fenomeno del lavoro nero, dando un segnale di inversione di rotta nelle politiche del lavoro. In Italia lavorano piu di 4.000.000 di persone in nero, soprattutto nelle cooperative spurie che offrono servizi a basso costo e nelle imprese che si aggiudicano gli appalti al massimo ribasso, che poi subappaltano i lavori ad imprese che non rispettano le piu elementari norme di sicurezza e che non applicano i contratti di lavoro. I fatti accaduti a Foggia dimostrano che nel nostro paese esistono anche condizioni di schiavitù, per questo siamo soddisfatti che il governo abbia inasprito la pena per il reato di baronato. Di fronte a tali eventi è necessario uno scatto culturale, di mentalità, sui temi del lavoro e della dignità umana, va rotto il silenzio assordante che c’ è stato per troppo tempo sul lavoro nero e sulla mancanza delle misure di sicurezza nei nostri cantieri. I mezzi di informazione devono approfondire questi temi portandoli alla luce dell’ opinione pubblica non solo nel momento della disgrazia in cui prevale la logica della notizia. I call center ed i cantieri edili sono i luoghi simbolo della precarietà e della mancanza di sicurezza. E’ stata introdotta una clausola che obbliga la sospensione del cantiere ed una pesante ammenda se i lavoratori in nero superano in un cantiere il 20% del totale. Da quando è stata introdotta, e cioè dal primo ottobre, le entrate all’ INPS sono aumentate del 4%, dimostrando che la clausola ha fatto emergere molte posizioni irregolari. Si stima che in un anno entreranno all’ INPS 3.000.000.000 di euro in più da tale provvedimento, molto apprezzato dall’ Associazione Nazionale dei Costruttori Edili, in quanto le imprese sane subiscono la concorrenza del basso costo delle imprese “marce”. Inoltre è stata resa obbligatoria la comunicazione di assunzione dal giorno antecedente in cui il lavoratore inizia il suo rapporto lavorativo, per contrastare il fenomeno dell’ assunzione fatta il giorno stesso dell’ infortunio. E’ assolutamente indispensabile che il Paese si mobiliti per sconfiggere questo sistema che è ai confini con la malavita, purtroppo non basta legiferare, ci vuole una presa di coscienza da parte dei cittadini, della politica, dei mezzi di informazione. Il Ministero del Lavoro ha inoltre nominato 100 nuovi ispettori per potenziare l’ azione di controllo nei luoghi di lavoro. Vanno quindi creati dei sistemi che siano da incentivo economico per tutte quelle aziende che investono attivamente nelle politiche di prevenzione e che si impegnano affinché vi sia la partecipazione delle parti sociali alla definizione delle stesse. Va estesa quella che è la pratica del DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva) in base alla quale l’impresa per accedere a fondi e appalti pubblici deve dimostrare di essere in regola con gli adempimenti di natura fiscale e di prevenzione degli infortuni. Di importanza cruciale è poi il rilancio della cultura della prevenzione, facendo diventare la tutela della salute nel luogo di lavoro una componente stabile dei programmi di insegnamento. Andrebbe anche valutata l'ipotesi della creazione di corsi di specializzazione universitari che creino figure preparate sul tema della salute e sicurezza del lavoro. Bisogna intervenire sul controllo e dalla riorganizzazione degli ambienti di lavoro e delle modalità in cui il lavoro stesso viene svolto, rivedendo turni, orari e mansioni, in modo tale da garantire una migliore qualità, il tutto affiancato poi da un maggior efficienza da parte degli enti preposti al controllo del rispetto delle norme, in modo tale che queste non rimangano più solamente lettera morta. Va promossa, inoltre, una maggiore integrazione fra politiche del lavoro e quelle del sistema formativo, rilamciando la qualità delle risorse umane come fattore strategico dell’innovazione e della competitività, prevedere interventi di formazione finalizzati non solo all’inserimento e al reinserimento nel mercato del lavoro di inoccupati, disoccupati e soggetti svantaggiati e a rischio di esclusione, ma implementando interventi tesi a rafforzare l’adattabilità dei lavoratori attraverso percorsi di formazione continua e permanente, secondo una logica di apprendimento lungo l’arco della vita, tesi ad acquisire anche nuove capacità professionali rispetto a quelle non più richieste dal mercato del lavoro. Deve essere completamente rivista e rilanciata la figura dei contratti di apprendistato, troppo spesso adottati come discriminante per gli over 26. La formazione avvenire con modalità definite , deve essere documentabile e verificabile, finalizzata all’acquisizione di competenze di base, trasversali e tecnico-professionali . Va rivista la funzione del tutor aziendale che affianca l’apprendista nel percorso di formazione, che dovrebbe essere preparato per lo svolgimento del suo ruolo, attraverso percorsi formativi finalizzati alla conoscenza del contesto normativo relativo ai contratti di apprendistato e la comprensione delle proprie funzioni nella gestione dell’accoglienza e dell’inserimento degli apprendisti in azienda. A favore dei lavoratori subordinati privi di un contratto di lavoro a tempo indeterminato o che operano con contratti di collaborazione coordinata e continuativa a progetto, vanno previste forme per il sostegno dell’accesso al credito e/o per il prestito d’onore, attraverso l’istituzione di un Fondo di garanzia o il sostegno a forme mutualistiche. In questo senso il Ministro Meandri ha raggiunto un accordo con l’ ABI che impegna le banche italiane a prevedere nuove forme di prestito per questi lavoratori. Proprio dalla necessità di dare delle risposte ed offrire un servizio di consulenza contrattuale, fiscale e previdenziale a queste nuove tipologie di lavoratori che non sono inquadrabili nelle classiche categorie sindacali e che sono costretti a contrattare individualmente la propria posizione è nato il progetto dello sportello informativo, attivato dai Sindacati e dalla Regione dell’ Umbria grazie al finanziamento dal Fondo Sociale Europeo, che ha permesso l’ apertura di 15 punti in tutto il territorio regionale. Oltre allla fase di front-office, durante il quale ho avuto modo di appurare la diffusione del fenomeno nel nostro territorio e di discutere le maggiori problematiche che i lavoratori si trovano a dover affrontare, in collaborazione con Nidil-Cgil (sindacato di riferimento per i lavoratori atipici) mi sono occupato di mettere in atto un’indagine conoscitiva in merito ai lavoratori atipici, partendo dalle amministrazioni pubbliche di Orvieto e del comprensorio. Dati alla mano, insieme alla responsabile provinciale Maura Mauri e a Leonardo Gazzurra della segreteria provinciale del Nidil Cgil, con la collaborazione della Segretaria della camera territoriale della Cgil di Orvieto, Maria Rita Paggio, abbiamo elaborato un progetto che punta ad una sorta di normalizzazione per i lavoratori precari, a partire dall’ estensione delle tutele e dei diritti. Vorremmo che Orvieto diventasse la prima città “deprecarizzata” lanciando un modello di riferimento qualora il patto dovesse essere siglato in altre realtà, costruendo una rete di città deprecarizzate. Analizzando i dati forniti dal Centro per l’ impiego di Orvieto sugli avviamenti al lavoro comunicati del 2005, risulta che sono stati avviati 1110 contratti a tempo indeterminato (23,3%) e 4323 (71,2%) a tempo determinato, mentre risultano solamente 17 avviamenti atipici ( 0,3 %, pesa molto sul dato il non obbligo di comunicazione). Dato incoraggiante è il saldo fra avviamenti e cessazioni che come precedentemente detto vede il CPI di Orvieto al terzo posto assoluto a livello regionale, con un +136 unità a tempo indeterminato ed un +546 a tempo determinato (questo ultimo dato rileva però un avanzamento del tasso di precarizzazione), ed una parità tra cessazioni ed avviamenti per gli atipici, per un saldo totale di +682 unità. Analizzando i saldi distribuiti per settore produttivo si evidenzia un –14 nel tessile, un –34 nel metalmeccanico , un –22 nelle attività finanziarie ed un –4 rispettivamente nell’ istruzione e nei servizi pubblici e sociali, a fronte di un +224 concentrato nel settore agricolo ed un +105 nelle costruzioni, che sono tuttora il settore trainante dell’ economia orvietana. A livello politico locale abbiamo già ottenuto delle risposte positive e, in un incontro preliminare il Sindaco ha manifestato piena adesione al progetto da parte della Giunta. Dall’indagine conoscitiva è emerso infatti, che solo all’interno del comune di Orvieto esistono 14 figure di collaboratori atipici, 3 figure nella comunità montana e 20 figure all’interno della Scuola di musica, tutte precarie, anche se con profili diversi. Si isono svolti alcuni incontri con l’ assessore al personale, con i dirigenti amministrativi e con il Presidente della scuola di musica per studiare le soluzioni più idonee. Adesso ci aspettiamo delle risposte concrete. Dall’amministrazione pubblica vorremmo poi estendere il progetto alle partecipate, come Tema e Centro Studi, e lanciare un segnale forte alle realtà aziendali private. Il secondo passo sarà appunto quello di estendere il confronto con le aziende private e le cooperative che adottano forme di lavoro “atipico” per sensibilizzarle e per creare una rete di soggetti che si muovono nella direzione dell’ estensione delle tutele. Ma il progetto ha anche un altro risvolto molto interessante: verrà chiesto al comune di Orvieto di firmare una carta etica del lavoro. Chiederemo all’ amministrazione di garantire che i servizi vengano esternalizzati ad aziende che applichino contratti in maggioranza stabili e siano in regola con le norme di tutela dei lavoratori. Tuttavia, nonostante i buoni propositi e i progetti messi in atto, il dato più allarmante a nostro avviso è la scarsa conoscenza che il lavoratore ha dei propri diritti, sono davvero poche le persone che vengono da noi consapevoli della mancanza di tutele a cui sono sottoposti, quando arrivano qua è magari perché vogliono fare una vertenza al datore di lavoro;. Sarà messa in campo inoltre una campagna di sensibilizzazione per contrastare il senso di insicurezza e di impotenza in cui versano i lavoratori atipici. A partire dal coinvolgimento delle categorie sindacali, a cui verrà richiesto un impegno nel costruire relazioni solidali all’ interno dei luoghi di lavoro con quei soggetti che, pur operando nello stesso ambito lavorativo, spesso con le identiche mansioni, non godono delle stesse tutele e degli stessi diritti, ed uno sforzo nel pubblicizzare Nidil, sfruttando i vari momenti di contatto con i lavoratori. Nella logica della campagna che Cgil vuole mettere in atto, rientra il lavoro di promozione che la città ed il territorio hanno svolto negli anni relativamente alla promozione sociale, alla qualità della vita e al buon vivere in generale, allargando l ‘ orizzonte con il concetto di qualità del lavoro, attraverso una politica che raggiunga l’ obbiettivo qualificante di “deprecarizzare Orvieto”. È dalla nostra città che potrebbe partire un progetto più ampio che si pone l’ obbiettivo di costituire una rete di enti locali che promuovono e applicano la lotta alla precarietà e che ne fanno un segno distintivo della propria identità culturale e sociale. Francesco Montesi

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