politica

L'intervento introduttivo di Carlo Emanuele Trappolino

venerdì 12 gennaio 2007
Prima di tutto il lavoro. Uno slogan, senz’altro, ma anche un programma di governo, un programma politico che rimette al centro il lavoro, restituendo ad esso certezze, diritti e dignità. Non possiamo nasconderci dietro l’ovvietà dei luoghi comuni. Il tema è complesso; dobbiamo infatti essere consapevoli del suo intreccio con le grandi questioni del pianeta, del suo essere intrinsecamente storico e quindi mutevole nelle forme e nei contenuti. Qualche giorno fa è stato diffuso il rapporto dell’Unione Europea sui cambiamenti climatici. Questo era stato preceduto dal rapporto STERN (che misura l’incidenza del riscaldamento planetario sul PIL mondiale), dal seminario quasi “segreto” dei climatologi a Venezia, dal libro dello scienziato James Lovelock e dal film-documentario di Al Gore. Gli scenari sono inquietanti e drammaticamente urgenti. E non per qualche nostro lontano discendente, ma per i nostri figli. È possibile, mi chiedo, proseguire con un modello di sviluppo che è diventato il badile che ci sta scavando la fossa? Temi enormi. Colossali. Temi su cui l’Italia dovrà confrontarsi con urgenza. Oggi siamo impegnati a ricostruire la base dalla quale ripartire per invertire il declino del paese. La questione dello sviluppo non può prescindere dal lavoro. Prima di tutto il lavoro, dicevamo. Un’esigenza politica e progettuale. Vediamo allora come questa esigenza è stata tradotta in uno dei fondamentali atti del Governo: la Legge Finanziaria. Partivamo da una base critica. L’eredità lasciata dal Centro-Destra: lo sfondamento del Patto di Stabilità; l’azzeramento dell’avanzo primario; una crescita economica a quota zero; i tagli alla ricerca; le decine di leggi ad personam. Un’eredità pesante, che ci ha lasciato a terra, storditi e disillusi, senza più voglia di crescere. L’obiettivo iniziale della Finanziaria è stato quindi quello di porre un argine alla deriva dei conti pubblici. La preoccupazione contabile non ha impedito però di programmare misure capaci di coniugare le esigenze di sviluppo della nostra economia con quelle dell’equità, della giustizia sociale e della redistribuzione del reddito. Una finanziaria, dicevamo, che introduce forti elementi di discontinuità, innovazione e responsabilità. Il necessario contenimento della spesa pubblica lo si fa senza tagli indiscriminati, né comprimendo la spesa sociale, che al contrario viene migliorata da misure di sostengo alla famiglia, a partire da un consistente aumento degli assegni familiari in forma inversamente proporzionale al reddito, dall’istituzione di un fondo nazionale per le persone non autosufficienti e dallo stanziamento di risorse per l’avvio di un impegnativo piano di nuovi asili nido. Con questa finanziaria si avvia quindi una redistribuzione della ricchezza a vantaggio dei redditi bassi e medio-bassi, attraverso una rimodulazione del fisco e una lotta all’evasione fiscale che ha raggiunto limiti ormai insostenibili grazie anche all’impulso ricevuto dalla pratica dei condoni di questi anni. Lotta all’evasione significa, infatti, distribuire più equamente il carico tributario, non significa aumentarlo. E soprattutto, in un Paese dove l’evasione è “patologia allo stato epidemico”, la lotta all’evasione diventa determinante per ripristinare un elementare principio di legalità. Poi, certo, negli ultimi mesi c’è stata una qualche incertezza di troppo, anche nel governo, che forse ha un po’ alimentato le difficoltà di comprensione. Tuttavia, anche nel metodo, la procedura che ha portato all’approvazione della Finanziaria, è stata trasparente e partecipativa. Altro segno di discontinuità nella pratica politica: il pieno coinvolgimento del Parlamento, la concertazione e il confronto. Il percorso di questa legge non è stato semplice. Nel processo vitale e tormentato della nostra democrazia sono emerse delle spinte che destano più di una preoccupazione: le richieste “particolari” sono diventate così assordanti che spesso hanno fatto tacere la voce profonda ma fievole dell’interesse generale e del bene comune. Con il rischio quindi che la spinta, pur legittima, per la tutela del particulare finisse per fare perdere al Paese la bussola dell’interesse generale. Lo ha detto in modo esemplare il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky: “La politica raccoglie dalla società le istanze che essa vuole rappresentare […]. Tante cose eterogenee e tanti soggetti sociali, conflittuali tra loro e al loro stesso interno, che con i mezzi più diversi cercano di farsi strada e che la classe politica è tenuta a selezionare. Un caos di istanze tra le quali si deve però fare una prima, fondamentale distinzione, a seconda della prospettiva in cui si collocano: individuale e immediata, oppure generale e duratura. In questa distinzione traspare il pericolo della catastrofe della democrazia, cui è esposta per cecità o per incapacità di allungare il suo sguardo”. Il problema per la politica è infatti, “come si tengono insieme gli esseri umani in società”, come non tanto perché. Questa finanziaria non cerca facili scorciatoie e non fa miracoli. Rappresenta una base di partenza, la terraferma sulla quale trovare il modo di ripartire in mare aperto con grande slancio. Sono già in agenda impegni di riforma fondamentali, che vanno dalla qualificazione della spesa pubblica, compresa quella sociale, alla riscrittura delle regole del mercato del lavoro e alla definizione di un sistema di ammortizzatori sociali che accompagnino una battaglia da condurre con assoluta determinazione contro la precarietà e per la sicurezza sul lavoro. Argomento, quello della sicurezza, tragicamente di attualità: ieri in Emilia-Romagna altri due giovani lavoratori si sono aggiunti alla lunga lista delle assurde “morti bianche”. Molti provvedimenti della Finanziaria, poi, riguardano i fattori dello sviluppo: il taglio del cuneo fiscale, il Fondo per la competitività e quello per la finanza di impresa (“Industria 2015”). Fattori non estranei al tema della qualità del lavoro. Infatti, accanto al problema della precarietà (l’11% degli occupati lavora con contratti a termine) si colloca quello della qualificazione del lavoro che tende a crescere fra le posizioni esecutive (+2,0%) e non qualificate (+3,3%), e che non trova più grandi riconoscimenti neanche all’interno del lavoro dipendente del settore terziario. Il corpo sociale sembra andare in due direzioni: una che vede il rafforzamento della base della piramide professionale, che, tra operai specializzati, conduttori e professioni non qualificate, rappresenta il 37,7% dell’occupazione del Paese; l’altra che registra il tendenziale assottigliamento del vertice di questa piramide (dirigenti, imprenditori e professioni intellettuali sono il 14,5% dei lavoratori) e non stupisce che proprio tra i primi si trovino i segmenti professionali più vitali. Insomma, stiamo assistendo ad un consolidamento di tutto quel alone di professioni a basso livello di qualificazione, che rappresenta ancora la base portante dell’occupazione italiana; in aperta contraddizione, con le ambizioni di un sistema, che tende a fare dell’innalzamento delle competenze e dei livelli formativi di base un requisito sempre più necessario di accesso al lavoro – e con gli obiettivi che in Europa ci siamo posti a partire dalla strategia di Lisbona. Ovvero diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale. Quello di innalzare la qualificazione e la qualità del lavoro è un problema che attende una risposta politica perché la competizione internazionale richiede maggiori conoscenze scientifiche e capacità innovative. Ed è un problema non soltanto “formativo” ma anche di coesione sociale. Il Censis ci segnala che la punta dei lavoratori d’èlite (i cosiddetti lavoratori della conoscenza) si assottiglia. Alla fine, anche l’istituto fondato da De Rita ammette che l’era della terziarizzazione di massa, che avrebbe dovuto fluidificare i meccanismi di ascesa nella scala sociale, non è riuscita a produrre i livelli di mobilità attesi dal sistema. Nel 2004, il 20 % più ricco della popolazione ha ottenuto il 40 % circa del reddito totale, mentre il 20 % più povero soltanto l’8 %. Cosa sta accadendo? Davvero ci troviamo dinanzi al sorgere della “società dei due terzi”? Oppure stiamo assistendo, come diversi preconizzano, alla fine del ceto medio (con conseguenze pesanti anche sul terreno delle strumentazioni democratiche)? Se questi dati fanno in qualche modo “sistema”, non è compito della sinistra e del centro-sinistra approntare strumenti di riequilibrio finalizzati non soltanto alla redistribuzione del reddito ma anche ad una fluidificazione della mobilità sociale? Ecco quindi l’altro tema, quello delle liberalizzazioni delle professioni che mi appare, per diversi aspetti, decisivo. Liberalizzare le professioni significa poter aumentare di qualche misura le opportunità lavorative di un giovane laureato. Oggi gli ordini e i vari monopoli professionali sono come caste, a cui si accede spesso per discendenza familiare. Non è forse sintomatico che il segretario dei Democratici di Sinistra, Piero Fassino, chieda ai dipendenti pubblici un surplus di responsabilità e di produttività? Non stridono i privilegi di alcune categorie con l’incertezza che attaglia il precario? È necessario rendere agibile l’accesso al futuro. E lo si fa delineando una prospettiva, come quella annunciata dalle prime azioni del Governo, che restituisce centralità al lavoro, alla formazione, alla ricerca. E che ci sia un legame virtuoso tra qualità del lavoro e crescita d’impresa è esemplificato dalle parole di Innocenzo Cipolletta, che nel decantare le virtù delle “industrie su misura” ricorda che la crescita zero del PIL non ha interessato queste industrie che, per converso, hanno continuato a crescere. Si tratta di imprese “orientate al cliente”, fortemente specializzate e capaci di ristrutturare la produzione conseguentemente alla diversificazione dei committenti. Queste industrie si avvalgono di professionalità estremamente qualificate: “Sono produzioni - dice Cipolletta - dense di servizio, di studio, di progettualità e di ricerca e il loro mercato è cresciuto enormemente grazie all’allargamento generato dalla globalizzazione e dalla presenza di nuovi concorrenti, come Cina e India. Queste imprese non hanno bisogno di svalutazioni più o meno esplicite né di interventi una tantum per ridurre i costi. Hanno bisogno invece di un paese che funzioni, con buone scuole, buone università e buone infrastrutture”. Forse tali aziende dell’innovazione guadagnano in competitività agendo sul costo del lavoro, precarizzando chi deve produrre conoscenza? Appare alquanto improbabile. A conferma di ciò, è sufficiente scorrere uno studio di Banca Intesa pubblicato dal suo Centro Studi nel dicembre 2005 (Struttura settoriale e dimensionale dell’industria italiana: effetti sull’evoluzione della produttività del lavoro, a cura di Giovanni Foresti, Fabrizio Guelfa e Stefania Trenti). La sfida di uno sviluppo che procede congiuntamente alla qualità del lavoro e alla tutela dei diritti rappresenta il termine ultimo delle politiche locali e della progettualità dei DS di Orvieto. Non a caso, il nostro partito ha messo in campo, a partire dalla Conferenza Programmatica dello scorso anno, uno sforzo di immaginazione collettiva e concertata al fine di ridefinire gli assi di una crescita sostenibile e qualitativamente elevata. Il nostro territorio, infatti, non è immune dalle criticità che caratterizzano il sistema Italia e che incidono sulle strutture e sulle dinamiche locali forse in maniera anche più significativa e determinando, come ricorda il Bollettino dell’Osservatorio sulla situazione Economica e sociale dell’area orvietana (Comune di Orvieto 2006), una “economia assistita”. Due note veloci per segnalare i nodi ancora da sciogliere sul nostro territorio. Il primo si riferisce alla precarietà dei rapporti di lavoro che riguarda anche la Pubblica Amministrazione. Una realtà significativa fatta emergere dall’esperienza di Nidil-Cgil Orvieto e sfociata poi nel progetto per una “città deprecarizzata” che il Gruppo consiliare dei Democratici di Sinistra ha raccolto, presentando in Consiglio Comunale un ordine del giorno su questo fenomeno. Il secondo riguarda la qualità del lavoro che, in Umbria e nella nostra città, è condizionato da dati strutturali: piccole imprese scarsamente innovative e con evidenti problemi in termini di produttività. In questo contesto si determina lo sfasamento tra titoli e livelli delle mansioni effettivamente svolte e il bassissimo numero di laureati richiesti dal mercato locale. Una situazione, questa, in cui le rendite trovano un terreno particolarmente favorevole e che spinge i giovani a raggiungere luoghi meglio predisposti ad accogliere i talenti. E questo della valorizzazione integrale dei talenti non può non essere per noi un elemento prioritario. Se lo sviluppo di un territorio è infatti legato alle esternalità (e, tra queste, centrale è l’intelligenza e la conoscenza), noi che riflettiamo sul lavoro non possiamo prescindere da questo legame diretto tra talento, sviluppo economico e sociale e qualità possibile del lavoro. Senza evocare Richard Florida e la classe creativa, mi pare questo dei talenti e della loro valorizzazione un punto imprescindibile. A cominciare da un vigoroso, rinnovato e ritrovato protagonismo dei giovani nella politica e anche nei settori della produzione di valore. C’è bisogno di una nuova classe dirigente. Anche qui, come nel resto del paese, i meccanismi di ricambio generazionale e sociale si sono in parte “ossidati” ed è compito dell’intelligenza e dell’entusiasmo di una nuova classe dirigente recuperare elasticità e attitudine all’innovazione. Non mancano certo le eccellenze e le filiere produttive su cui esercitare talenti, immaginazione e creatività. Carlo Emanuele Trappolino

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