economia

Si struttura l'esperienza di "Montegabbione Bio", ecco cosa prevede

giovedì 8 novembre 2018
Si struttura l'esperienza di "Montegabbione Bio", ecco cosa prevede

Dopo l'approvazione definitiva del progetto da parte dell'Amministrazione Comunale, si struttura l'esperienza di "Montegabbione Bio", che prevede la promozione e la valorizzazione della biodiversità di interesse agrario. "Montegabbione Bio" nasce dal desiderio di sperimentare, diffondere e costruire un sistema agricolo territoriale sostenibile ecologicamente ed economicamente, etico, basato sulla partecipazione, la condivisione, la formazione e la collaborazione, che renda gli agricoltori meno dipendenti dai dettami del mercato globalizzato, della moderna agroindustria e delle corporation che monopolizzano il mercato dei semi e della chimica.

Molti sono, negli ultimi anni, gli ostacoli che l’agricoltore deve affrontare. Il mercato globalizzato impone una concorrenza sleale con prodotti importati, il cui bassissimo costo è possibile solo grazie allo sfruttamento della manodopera e delle risorse naturali, all’estrema intensivizzazione della produzione e all’uso indiscriminato di prodotti chimici di sintesi. Il prezzo del cibo è così basso, e la possibilità di piazzare dignitosamente sul mercato la propria produzione è aleatoria. Così l’agricoltore, sfiduciato, rinuncia a prendere dei rischi e si affida solo ai contributi europei, abdicando ad un sistema agricolo impigrito che non crede più nella possibilità che lo spirito imprenditoriale creativo e aperto alla sperimentazione possa essere premiato.

La recente estrema riduzione del prezzo del grano causata dall’immissione strategicamente regolata di grosse partite di frumento dall’estero ne ha notevolmente ridotto le semine in questa campagna. Il consumatore, abituato ai prezzi stracciati della grande distribuzione, ha perso di vista il vero valore del cibo, e considera troppo alti prezzi che remunerano equamente tutti i fattori della produzione: questo porta spesso l’agricoltore a vendere sottocosto pur di vendere, quando non si vede costretto a buttare interi lotti di produzione o addirittura a non raccogliere per risparmiare almeno i costi di manodopera.

La burocrazia necessaria per aderire alle normative, richiedere sussidi, contrattualizzare dipendenti, internalizzare parte della filiera (stoccaggio, confezionamento, trasformazione...) è pesante, costosa in termini di tempo e denaro, insostenibile da piccole aziende, spesso sibillina e mutevole in tempi anche brevi. Anche marchi e certificazioni, che valorizzano il prodotto sul mercato, richiedono però burocrazia, impegno ed esperienza per ottenere visibilità, trovare filiere attente, sviluppare nuove metodologie di marketing.

I cambiamenti climatici minano la produttività delle colture: estati anormalmente piovose, primavere anormalmente siccitose, concentrazioni delle piogge in brevi periodi dell’anno con effetti catastrofici su terreni già erosi e destrutturati da decenni di agricoltura sfruttante che non ha curato abbastanza la salute dei suoli. Le varietà imposte dalle corporation del seme non sono in grado di adattarsi ai cambiamenti climatici né ad un’agricoltura a bassi input, perché selezionate in campi sperimentali situati spesso in altri continenti, con clima e terreno diversissimi, in cui l’ambiente viene inoltre reso artificialmente ottimale grazie all’uso smodato della chimica. In annate con squilibri climatici (ormai la norma) danno risultati deludenti a fronte di un congruo anticipo di spesa per il seme e i trattamenti.

Se riseminate dopo il primo ciclo di coltivazione, le sementi commerciali danno progenie diverse dalla varietà originaria (se ibride) e talvolta tecnicamente inutilizzabili; se non ibride, non riescono a rispondere in maniera plastica alle variazioni climatiche da un anno all’altro, perché geneticamente uniformi, e possono ridurre severamente la produttività fino a soccombere. Inoltre se l’agricoltore richiede sussidi del PSR e la condizionalità prevede il rispetto dei disciplinari di agricoltura integrata, la risemina è consentita solo per un anno. L’agricoltore è quindi costretto di malavoglia a seguire i consigli dei rappresentanti delle ditte sementiere e chimiche (che ormai sono le stesse), che per assurdo sono rimasti quasi gli unici tecnici ad andare in campo a parlare con gli agricoltori.

Le varietà commerciali, inoltre, selezionate per una produzione e una filiera estremamente meccanizzata, dove sono importanti l’adattabilità al processo e alla movimentazione, hanno perso qualità organolettiche e nutritive. Le malattie e i parassiti diventano più aggressivi, per la semplificazione degli ecosistemi agricoli (che diventano meno resilienti), per l’invasione di nuove specie che non hanno nemici naturali, per la pressione selettiva esercitata da varietà con resistenze estremamente specifiche, che ha causato la comparsa di nuovi ceppi per i quali non esistono resistenze utili, per l’abbandono delle rotazioni e l‘abuso di monocolture ripetute che rafforzano parassiti e infestanti specifici.

La fauna selvatica o introdotta in natura a scopo venatorio, a fronte degli squilibri ecosistemici causati dall’uomo, si avvicina sempre più spesso ai campi e agli ambienti antropizzati a caccia di cibo, causando ingenti perdite di raccolto, tanto da far scomparire dai campi e dalle rotazioni le colture più appetite (che in genere sono piante da rinnovo). La ricerca è sempre più lontana dai campi degli agricoltori, perché quella che non è al servizio delle grandi corporation ha sempre meno risorse e preferisce rimanere al sicuro all’interno dei laboratori e dei campi sperimentali. Proliferano quindi i ricercatori estremamente specializzati, preparatissimi su aspetti puntiformi ma senza una visione d’insieme e senza una vera conoscenza dell’agricoltura. I soggetti che potrebbero fare da intermediari tra la ricerca e il mondo produttivo sono rimasti vittime di spending review oppure si barcamenano con poche risorse, stretti tra la burocrazia e i clientelismi locali.

Gli insetti impollinatori soffrono per la diminuzione della flora causata dall’uso di diserbanti e di disseccanti nei campi e ai bordi delle strade, per l’abuso di insetticidi in formulazioni invasive e per la carenza di fiori in periodi anormalmente siccitosi. Territori che prima avevano una forte identità agricola, in zone fragili, collinari o montane, hanno perso carattere e si sono perse le relazioni che cucivano i nodi delle filiere, delle comunità locali e della rete che univa città e campagna, perdendo così conoscenze, competenze e il valore aggiunto dello scambio di saperi.

In questo contesto, il progetto "Montegabbione Bio" cerca di esplorare nuovi modi di fare agricoltura, cercando possibili risposte ai problemi sopra elencati, e facendolo in maniera condivisa tra ricercatori, agricoltori, consumatori e amministratori, partendo dalle risorse umane, naturali e culturali che già esistono, quali la biodiversità, la curiosità, la voglia di preservare un ambiente ancora non rovinato dall’agricoltura industriale, e la conoscenza di chi da molti anni conosce il territorio e sa come risponde. Per realizzare Montegabbione Bio, si utilizzeranno i terreni del Comune per continuare la ricerca già iniziata, e si invitano gli agricoltori ad aderire al progetto.

Fonte: Comune di Montegabbione

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