cultura

"Tessere la Speranza. Il culto della Madonna vestita nella Tuscia" incanta

giovedì 3 ottobre 2019
di Davide Pompei
"Tessere la Speranza. Il culto della Madonna vestita nella Tuscia" incanta

Il gesto ripetitivo della tessitura è spesso considerato metafora della preghiera. Non solo al Sud, terra di spettacolari processioni, litanie cantate ed edicole votive, ma anche nel vicino Viterbese, dove da secoli è non solo presente, ma anche radicato e diffuso il culto delle Madonne vestite, ben documentato nell'omonimo libro curato da Marcello Arduini, docente di Antropologia Culturale presso l’Università degli Studi della Tuscia, che ha censito le statue, raccolto e analizzato i rituali di vestizione e culto agiti dalle comunità locali.

La devozione si manifesta così anche nella cura e nel dono dell’abito al simulacro vestito, ornato di manti e corone. Sono fatti di abiti, corpetti e scarpine, i preziosi corredi settecenteschi ed ottocenteschi in mostra, a Viterbo, ancora fino a sabato 26 ottobre nella Sala del Quattrocento e nella Sala delle Colonne del Monastero di Santa Rosa, restaurate di recente dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l'Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale.

L'allestimento – curato dalla soprintendente Margherita Eichberg, da Luisa Caporossi, funzionario storico dell'arte della Soprintendenza, oltre che da Marcello Arduini – è fruibile ad ingresso libero da sabato 30 agosto e testimonia la riscoperta e i complessi restauri di statue mariane e relativi abiti dimenticati e abbandonati.

Per domenica 20 ottobre alle 17, inoltre, è in programma una visita guidata gratuita e senza necessità di prenotazione, che offre l'opportunità di "conoscere un patrimonio di opere d’arte e devozione, per scoprire i riti e le tradizioni che si svolgono attorno a queste statue, e comprenderne i ricchi e profondi aspetti simbolici che coinvolgono con passione le comunità".

La mostra, condivisa e sostenuta dalle Curie di Viterbo e di Civita Castellana, intende concludere la serie di "Tessere la Speranza", nata da un’idea dell’allora soprintendente Alfonsina Russo, e iniziata a Roma con una prima esposizione tenutasi a Palazzo Patrizi Clementi, nel 2016, e poi proseguita in più sedi, giungendo sino a Lisbona. Le diverse esposizioni hanno declinato il tema sempre in modo diverso, ora accordando maggiore importanza alle vesti e ai loro ricami, ora all’iconografia.


In questa occasione, si vuole porre l’attenzione principalmente sul culto e sulle vicende che, talvolta, anche per esplicita volontà dei vescovi, hanno portato a sottrarre alla devozione alcuni simulacri che, riscoperti, sono stati restaurati riaccendendo la memoria dei fedeli e talvolta facendo riattivare il culto. La mostra focalizza l’attenzione sulle opere del territorio viterbese nel quale pionieristiche ricerche sull’argomento sono iniziate più di venti anni fa, consentendo la catalogazione e lo studio di un centinaio di esemplari con i rituali ad essi connessi.

Le 22 Madonne vestite esposte, in rappresentanza di un corteo mariano di oltre cento statue finora rilevate, provengono da Bagnaia, Bracciano, Canepina, Capranica, Gallese, Marta, Oriolo Romano, Sipicciano, Soriano nel Cimino, Tuscania, Valentano, Valleranno, Vasanello, Vetralla, Vignanello, Viterbo e Vitorchiano.

"Il percorso della mostra vuole sviluppare il tema del culto, attraverso il rapporto tra la statua e la comunità che la ospita, rappresentato dalla cura del simulacro vestito. Il rituale, cadenzato dal calendario liturgico, è un atto che racchiude la devozione, che sacralizza l’immagine e la innalza al livello della divinità. Allo stesso tempo accentuando il naturalismo e umanizzando la figura divina anche attraverso l’intimo accudimento, rende il sacro più vicino all’umanità".

Una prima sezione è dedicata ai culti attivi nell'area viterbese. Sono, infatti, numerosi i casi di Madonne vestite molto venerate – esemplari i casi di Vetralla, Capranica, Oriolo Romano e Vignanello – e delle quali sarà eccezionalmente possibile ammirare i corredi. Una seconda sezione è dedicata ai simulacri dimenticati e abbandonati, delle quali la comunità si è riappropriata dopo il ritrovamento, adoperandosi per il restauro. Nei casi in cui il simulacro ha perso la sua sacralità è possibile ammirare anche i manichini, per lo più settecenteschi, talvolta molto semplici e talvolta elaborati.

Con congegni che consentono la movimentazione di braccia e gambe. Chiude una sezione dedicata ai culti domestici. Statue di proprietà o custodia privata che testimoniano la complessità propria di un culto intimo e di un rapporto diretto con il Divino. In queste stesse sale, durante i lavori di restauro, è apparsa tra lo stupore una santa filatrice, un dipinto del '400 con una minuta figura che tiene un fuso. La sua comparsa "sembra dare la chiave di ogni nostra azione, e suggerirne un esito costruttivo, in continuo incessante divenire, ma segnato dallo scopo di servire".

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