cultura

A colloquio con Fernando Pedichini, l'orvietano a caccia di esopianeti

lunedì 26 marzo 2018
di Cristina Patuzzi, Eleonora Gentileschi, Andrea Martina Iecle, Arianna Cupello
A colloquio con Fernando Pedichini, l'orvietano a caccia di esopianeti

"In un universo infinito, deve esserci altra vita. Non vi è dubbio più grande. È tempo di impegnarsi per trovare una risposta". Parola di Stephen Hawking, il celebre astrofisico, recentemente scomparso. Lo ha preso alla lettera l'orvietano Fernando Pedichini, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica di Roma, che è anche il principale investigatore dello sviluppo di uno strumento per la ricerca e studio di esopianeti.

Rientra tutto in Shark-Vis, acronimo di “system for coronagraphy with high order adaptive optics from R to K band”. Ovvero, un particolare strumento che consente la visione, tramite luce visibile (Shark-Vis) ed infrarossa (Shark-Nir), ad altissima risoluzione, che equipaggierà il Large Binocular Telescope, il grande telescopio binoculare situato sul Monte Graham in Arizona, che consente di studiare i pianeti che orbitano intorno a stelle diverse dal Sole.

A progettarlo, come annunciato, è stato un team di scienziati dell’INAF. Quest’ultimo guida il progetto che realizzerà i sofisticati strumenti, così come la loro gestione scientifica, in collaborazione con istituti tedeschi e statunitensi. A spiegare meglio, il funzionamento di questi strumenti di nuova generazione, che saranno utilizzabili già a partire dalla fine del prossimo anno, e della grandezza di una “scatola di scarpe”, è proprio lo scienziato orvietano:

"Sfruttando i due specchi principali da 8,4 metri di diametro che equipaggiano LBT – spiega Fernando Pedichini – questi strumenti fanno di questo telescopio, il primo al mondo in grado di osservare contemporaneamente esopianeti in un intervallo così ampio dello spettro elettromagnetico. Grazie anche alle ottiche adattive, che rimuovono il disturbo della turbolenza dell’atmosfera terrestre e permettono di trasferire virtualmente il telescopio nello spazio. Avremo, quindi, immagini di altissima qualità dove sarà possibile osservare dettagli di questi sistemi esoplanetari con una precisione e un’accuratezza mai raggiunte prima. Inoltre, analizzando i pianeti in luce visibile e infrarossa avremo la possibilità di capire le loro caratteristiche ed i meccanismi della loro formazione".

La prima conferma della possibile esistenza di un esopianeta intorno alla stella di Barnard risale agli anni 60 e se ne discute ancora in quanto le misure molto imprecise lasciano dei dubbi. Quest'ultimo è stato rivelato grazie al metodo astrometrico, che consiste nel misurare le oscillazioni del moto proprio della stella attorno al centro di massa del sistema stella-pianeta. Nel 1992, l’osservazione di una Pulsar – stella di neutroni che emette onde radio – ha fatto sì che si rilevassero cambiamenti regolari nel suo ciclo pulsatorio, normalmente pressoché costante, coincidenti con il periodo di rivoluzione del corpo, permettendo di constatare la presenza di un esopianeta che orbitava intorno ad essa.

Grazie all’effetto Doppler Ottico, che modifica il colore della luce delle stelle a causa del loro periodico avvicinarsi ed allontanarsi dall’osservatore, nel 1996, è stato possibile individuare un esopianeta con una massa quattro volte superiore a quella di Giove. I non addetti ai lavori, di fronte alla poesia della volta celeste crederanno che si tratti solo di fantascienza, ma grazie all’astrofisica e alla tecnologia applicata agli studi si potrà arrivare a scoprire gradualmente pianeti con un’atmosfera simile a quella della Terra e di conseguenza trovare altri pianeti vivibili. Quando? Solo la scienza e il tempo sapranno risponderci.

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