cultura

Il sesto senso, o dell'indefinibile Infinito: l'introduzione di Laura Ricci al volume di Margherita Zosi

lunedì 26 marzo 2012

Tra studi sul colore e sulla luce, tra la costante e delicata produzione di acquarellista, Margherita Zosi pubblica, feconda, il suo terzo volume in versi. Uno all'anno, dal 2010. Dopo "Il sole nella poesia" e "Contemplando il Creato" questa terza pubblicazione, più corposa, complessa e ambiziosa, immette in territori che giustamente l'autrice ascrive alla "Geografia dei sensi".
Il Creato, che nella terra dell'assisiate Francesco suscita reminiscenze di fratellanze e sorellanze per nulla peregrine, è quanto mai presente anche in questa ultima silloge. E Margherita, carnale fiore tra i fiori, eretta e irrorata dal prezioso scorrere del flusso della poesia tra le innumerevoli specie vegetali, minerali e animali che, insieme agli umani, pullulano nei suoi versi, regala a chi penetra in queste sue ultime mappe la lussureggiante abbondanza di uno stream of consciousness che non teme né l'irrazionale né l'eccesso. Dalle specie del mondo terreno, di tanto in tanto lo sguardo e il dire si innalzano alla vastità del cielo e degli astri, o sprofondano in umide, rocciose caverne sotterranee, con un continuo balzare dal sopra al sotto, dal poco al troppo, dai più semplici e composti sentimenti al più smisurato eccesso: nel tentativo di afferrare, con le molte corde che la parola percuote, con tutti i sensi che il discorso poetico esercita, la misteriosa essenza del Creato di cui, con umile attitudine, al pari di ogni altro elemento gli umani sono parte. E allora, tanto per parafrasare alcune suggestioni poetiche che l'autrice evidenzia e reitera, "la Luna non è nostra ma è nostro il suo incanto, la delicatezza germoglia sulla roccia sedimentata, e quella che sembra apparenza si fa, più di ogni nuvola, amore indefinibile"... indefinibile, ma comunque Amore, quello sguardo sollecito e attento che rende fertile il terreno della Poesia.

Nella ricca e indefinita carta dell'Universo, con un vezzo ottocentesco che di questi tempi stupisce per la coraggiosa concessione al manifestarsi degli affetti e del sentire, si concretizzano a tratti volti e luoghi della vita quotidiana della poeta, mappe del cuore e degli spazi di cui si è persa, ai nostri giorni, la consuetudine. Ché se Luigia Pallavicini caduta da cavallo, il fratello Giovanni, Zacinto, la giovin Silvia, i cipressi di Bolgheri alti e schietti e la pascoliana Romagna, o finanche, per entrare più nel moderno, le Langhe di Pavese, il Friuli di Pasolini e la sempiterna Annina di Giorgio Caproni emergono da celebri e consumate pagine, più insolitamente poetiche ma non meno degne di essere cantate ci appaiono, per la dimestichezza della frequentazione, Pitigliano e Orvieto, e le presenze, o enigmatiche o gentili, che l'autrice tratteggia nel verso o coinvolge nell'allusione della dedica.

Il verso libero di Margherita Zosi, fin dagli esordi il prediletto, tra queste ardite mappe si frantuma in forme ancora più brevi, frequentemente modulate su una sola parola o su un unico fonema; nonostante alcune liriche siano molto estese, asseconda, quasi privo di interpunzione, il flusso di coscienza, in un gioco onirico che coinvolge chi legge nell'attribuzione molteplice e aperta dei significati. Non è, come potevano esserlo i precedenti, un livre de chevet, questo singolare Atlante poetico; non lo si immagina su un comodino perché venga centellinato in piccole e preziose porzioni sapienziali prima del sonno. Lo si ipotizza - e così mi sentirei di consigliarne la lettura - bevuto in lunghi e ininterrotti sorsi in un solo pomeriggio o in una lunga nottata di veglia. Allora, in questa dimensione di continuità, nell'accoglienza del salmo sincopato che, come nel giardino delle delizie di Hieronymus Bosch, affastella l'esagerato manifestarsi delle forme della vita, sentiremo, della vita, i sapori e gli odori, ne vedremo i colori e ne toccheremo le forme, ne mangeremo la manna. E magari gemmeremo, all'alba del settimo giorno, l'indefinibile sesto senso che non occorre definire, quell'anelito d'Infinito che la poesia distilla da ogni epifania del Creato.

Laura Ricci
A Margherita in sorellanza


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