cultura

Il Necrologio di Renato Bonelli scritto nell'anno della morte (2004) da Giovanni Carbonara e Lucio Riccetti

domenica 18 settembre 2011

Renato Bonelli
(a stampa in "Bollettino Deputazione di storia patria per l'Umbria", CI,2004, pp. 343-349)

Il 25 marzo 2004 è morto Renato Bonelli (Orvieto 1911-2004). Per sua stessa volontà la memoria della persona e dell'attività di studioso dovrà essere affidata alla sua opera: alle pagine scritte. Questo già la dice lunga sia
sulla personalità schiva e rigorosa di Renato Bonelli, diffidente verso le celebrazioni della persona, sia, contemporaneamente, sull'importanza accordata al lavoro scientifico, mai chiuso, ma sempre rivisto e aggiornato, e sulla parte più significativa di questo stesso lavoro: la stesura delle risultanze delle ricerche e degli studi, in pagine dense, profondamente meditate e formulate in un dettato di formidabile chiarezza. Contributi che rispondono a quella limpidezza di princìpi che rappresenta una caratteristica peculiare dello studioso.
Si può dire che l'elemento unificante in tutta l'attività di Bonelli, sia in quella di studioso di storia dell'architettura, sia di teorico del restauro, sia di professore, sia stata una continua riflessione sul metodo, la qualità e la continuità del processo critico.
Già dalla scelta del tema di laurea, nel 1934, operata con l'intento di opporsi, tramite una meditata alternativa progettuale, all'idea di Renato Ricci, potente gerarca fascista, di trasformare la sede del convento di San Domenico, in Orvieto, in Accademia nazionale di Educazione fisica femminile, si può considerare la personalità formata, tanto da potersi prevedere la strada che avrebbe intrapreso. Benché più volte invitato a non insistere sul tema scelto, Bonelli concluse senza ripensamenti la propria tesi che, pur soddisfacendo ogni esigenza distributiva e di spazio dell'Accademia, riusciva a non intaccare la chiesa, dimostrando che il progetto commissionato, e successivamente eseguito, era sbagliato.

Dall'anno seguente al 1948 quando, a conclusione del servizio prestato quale Assistente nella facoltà d'Architettura dell'Università di Roma, Renato Bonelli consegue la Libera Docenza in "Storia dell'arte e Storia e
Stili dell'architettura", i suoi contributi scientifici mostrano uno spiccato interesse per la definizione del metodo nello studio della storia, interesse che resterà saldo nel tempo e sul quale tornerà periodicamente. Attento al
rinnovamento dei principi delle discipline storiche dell'architettura, si volse, con scelta isolata e innovativa, alla filosofia, in primo luogo all'Estetica di Benedetto Croce ed alla Filosofia dell'arte di Giovanni Gentile, maturando,
"forse inconsciamente" come egli stesso ebbe a dire, la scelta "dell'estetica idealistica, che allora, negli anni Trenta, per Roma e per l'ambiente della Facoltà di architettura rappresentava una novità, era l'avvenire".
Già dal 1945, nel saggio Teoria e metodo nella storia dell'architettura, con il quale inaugurava il Bollettino del sodalizio Istituto Storico Artistico Orvietano da lui stesso fondato l'8 settembre 1944, Bonelli si schierava contro una storiografia dell'architettura tipologica, evoluzionistica, contro quella "storia dell'architettura in forma di immenso catalogo", per sostenere, crocianamente, che l'arte "è forma universalizzata dell'individuale", che supera tutti i legami estrinseci, quali i fattori economici, costruttivi e strutturali, funzionali, sociali o comunque empirici e specificando che compito della storiografia è di "considerare soltanto le vere opere d'arte", lavorando "per monografie e pervenendo ad un giudizio dove critica e storia coincidono". A distanza di anni, nel 1983,
nell'introdurre i lavori del XXI Congresso di architettura, avrebbe fornito una definizione chiarissima dello stesso concetto: "La storia artistica e architettonica si definisce in quanto tale come un ambito storiografico in cui il soggetto storico deve necessariamente rivestire la qualità di un processo unitario, risolto secondo sviluppi linguistico-figurali e concretizzato in immagine".

Dal 1950 è Professore Incaricato di "Arte dei giardini" (Storia del giardino) nella facoltà d'Architettura dell'Università di Roma, sino al 1953, anno in cui ottiene l'incarico di "Letteratura artistica" (Storia della critica)
nella suddetta Università.
Nel 1959, nel contributo Estetica contemporanea e critica dell'architettura, aveva formulato più compiutamente la scelta operata, dichiarando "l'insufficienza dell'attualismo gentiliano che si è sempre mosso al di fuori di veri e precisi interessi d'arte", per dichiarare la sua convinta adesione all'idealismo ed allo spiritualismo distinzionista crociano; a questi principi Bonelli si è tenuto sempre fedele. Negli stessi anni (1959-61) ricopre anche l'insegnamento di "Storia dell'arte e Storia e Stili dell'architettura" e, dal 1962 è Professore Ordinario di "Storia
dell'Architettura" nella facoltà di Architettura di Palermo, dove rimane sino al 1968, quando ritorna a Roma all'Università "La Sapienza"; da questo stesso anno è anche direttore dell'Istituto di Fondamenti dell'architettura.

Le affermazioni di metodo, appena richiamate, sono state sviluppate da Bonelli in piena continuità con la produzione di saggi di critica architettonica, che rappresentano il versante sperimentale della teoresi. Primi fra tutti, e gli unici qui richiamati, gli studi sul Duomo di Orvieto: sia Fasi costruttive e organismo architettonico del Duomo di Orvieto, un testo breve, ma certamente intenso, del 1943, che stabiliva in modo definitivo le vicende relative alla storia edilizia del Duomo; restituzione che costituisce la premessa indispensabile alla lettura della forma architettonica ed all'individuazione delle diverse qualità formali espresse nell'immagine: quelle delle navate, incluso il transetto e quella, all'opposto, della facciata; sia, più che altro, Il Duomo di Orvieto e l'architettura italiana del duecento trecento, scritto nel 1948 e pubblicato, sempre rivisto e aggiornato, nel 1952, 1972 e 2003, chiaro paradigma di metodo: la monografia su un ben determinato monumento come tema storiografico, la lettura diretta e figurale come basilare chiave interpretativa, il solido apparato filologico quale fondamento imprescindibile della ricerca.

Renato Bonelli compie un cambiamento sostanziale nello studio del monumento, pur portando a compimento la storiografia di fine Ottocento (le ricerche archivistiche e gli studi di Luigi Fumi e le indagini sull'organismo architettonico del monumento di Paolo Zampi). Abbandona, infatti, le questioni attributive, concentrando la ricerca sull'identificazione della singolare poetica architetturale, riconosciuta lavorando sull'interno e sul rapporto tra navata e transetto, sui valori di massa plastica, di profondità atmosferica, di ritmo e, all'esterno, sui fianchi
e sulla diversità non stridente della facciata; quindi tracciando un nitido profilo culturale dell'ignoto Maestro del Duomo, che indica essere non un locale epigono tardo-romanico, ma un qualificato ed originalissimo artista,
capace di situare la sua opera ai vertici dell'architettura due trecentesca italiana; infine, con la formulazione di quel concetto di 'crisi', che spezza in due il cantiere del Duomo: il primo, legato alla figura dell'anonimo Maestro, e il secondo cantiere, quello legato alla personalità di Lorenzo Maitani.

Sul monumento orvietano, Bonelli tornerà nel 1990, con la relazione d'apertura del convegno per il settimo centenario dalla fondazione del Duomo di Orvieto (edita nel 1995), Il Duomo di Orvieto come problema storiografico; testo che assume oggi valore di viatico per le future generazioni che si affacceranno allo studio del Duomo. Qui, Bonelli, infatti, pur mantenendosi fedele alla lettura crociana del monumento, introduce aperture e aggiornamenti sostanziali; respinge la presunzione che sia possibile stabilire fra gli "indirizzi storiografici" una "gerarchia fissa e permanente, e determinare oggettivamente la graduatoria dei valori che ne deriva"; questo perché "il processo storico è in sé privo di unità oggettiva": ci si deve aprire, quindi, a temi "di carattere extrastilistico, di storia quantitativa finora quasi inesplorati", accogliendo con vero entusiasmo la realizzazione di una banca dati con la documentazione archivistica dei primi centoventi anni del cantiere ancora oggi conservati (1321-1450) per la più profonda comprensione delle vicende costruttive del Duomo di Orvieto, ribadendo, però, subito dopo, che "il vero problema storiografico del Duomo è quello di conseguire l'indispensabile e piena comprensione del processo formativo con il quale il pensiero, il sentimento e la volontà degli orvietani sono stati felicemente tradotti nella forma-struttura del monumento"; comprensione che può avvenire soltanto "attraverso un itinerario rivolto ad esplorare e restituire dall'interno l'intero sviluppo del percorso creativo", esercitando la "lettura della forma architettonica, mediante il triplice parametro della definizione linguistica, della caratterizzazione figurativa e della qualificazione dei valori espressi nell'immagine".

La riflessione sul 'metodo' sarà estesa da Renato Bonelli, a partire dal primo dopoguerra, anche al restauro. Bonelli, insieme a Roberto Pane e Agnoldomenico Pica, è teorico del ‘restauro critico'. Ma rispetto agli altri due studiosi, Renato Bonelli, sviluppa come "rapporto dialettico" il processo critico e l'atto creativo. Nella voce Restauro, in Enciclopedia universale dell'Arte (vol. X, 1963), il concetto è chiarito considerando riduttivo il puro interesse testimoniale, perché "un'opera architettonica non è solo un documento, ma è soprattutto un atto che nella sua forma esprime totalmente un mondo spirituale (...). Essa rappresenta per la nostra cultura il grado più alto proprio per il suo valore artistico". Di conseguenza, assegnata "al valore artistico la prevalenza assoluta rispetto agli altri aspetti e caratteri dell'opera (...) il primo compito del restauratore dovrà essere quello di individuare" e riconoscere la qualità artistica del monumento; ogni operazione sarà intesa "allo scopo di reiterare e conservare il valore espressivo dell'opera", eliminando quanto la deturpi o la sfiguri e, "quando il ripercorrimento dell'immagine condotto sulla forma figurata risulti interrotto da distruzioni o ingombri visivi", ricomponendo le parti mancanti attraverso un atto di fantasia criticamente fondato. È questo il caso in cui "la fantasia da revocatrice diventa produttrice e si compie il primo passo per integrare il procedimento critico con la creazione artistica". Ciò a dire che "restauro come processo critico e restauro quale atto creativo sono dunque
legati da un rapporto dialettico, in cui il primo definisce le condizioni che l'altro deve adottare come proprie intime premesse".

Quella formulata da Bonelli è un'idea sottile e complessa, imbevuta di fiducia nel rigore del metodo ma anche di pessimismo per le reali possibilità applicative: "il restauro costituisce dunque un'attività nella quale l'odierna
cultura attua pienamente se stessa (...) poiché dimostra una cosciente continuità col passato ed una consapevolezza del momento storico che l'edilizia moderna non possiede". Si tratta, di un'idea critica e di una
formulazione compiuta del restauro che rappresentava, allora come oggi, forse la proposta più corretta, efficace e culturalmente avanzata in tale campo.
A Bonelli spetta il merito di avere operato la coerente estensione dei criteri sopra richiamati ad un problema più vasto, quello del ‘restauro urbanistico' e del paeaggio. I due aspetti presentano analoghe condizioni di lettura perché se da un lato le difficoltà relative ai centri storici sono concettuali, riguardanti il compito di definire teoricamente la città, nella ‘lettura del paesaggio interviene una diversa collocazione dell'immagine. Contrariamente all'opera d'arte che è fissata nella materia e, quindi, occorre solo ripercorrerla, il paesaggio si confonde con il territorio e con la natura, né risulta prefissato, definito, delimitato ed emerge soltanto nella coscienza, risiede nella visione intenzionale di chi guarda, ritaglia e ‘crea' l'immagine; perciò dipende dalla capacità personale del fruitore, che dovrebbe essere dotato della necessaria sensibilità. L'approccio al paesaggio non consiste nell'impatto diretto e immediato con la natura, anche la più bella e rigogliosa, ma è sempre un contatto mediato culturalmente.

Negli anni in cui Bonelli partecipa al dibattito sui temi del restauro architettonico, dell'ambiente e dell'integrazione nuovo-antico, molto del suo impegno è al servizio dell'Associazione ‘Italia Nostra', di cui è segretario nazionale dal 1960 al 1964. In questa veste, tenterà in ogni modo di dare un ‘metodo' all'Associazione e di fornirle un ‘sistema concettuale', cominciando dal tema della città e costruendo opportune categorie - l'ambiente urbano, la città come ‘linguaggio', la pianificazione urbanistica, il sistema normativo - tramite le quali operare, fin quasi a rifondare il problema stesso dei centri storici. Il primo passo sarà la constatazione dei difetti della legislazione e il più generale clima storico-politico "di voluto abbandono e di favoreggiamento di privati interessi", quindi la lettura delle ragioni più profonde di crisi che si ravvisano nella "generale incapacità del mondo contemporaneo a concepire la città ed il paesaggio quali immagini figurate, come attività formale che è libera estrinsecazione d'un bisogno espressivo, e perciò ad intenderne il valore e ad assicurarne la tutela"; l'odierna è, infatti, "una società che ha smarrito il senso dei valori spirituali e culturali, e non è più in grado di distinguere gli interessi permanenti della civiltà dai vantaggi particolari del singolo. Da ciò discende l'aperto distacco fra società e cultura, e la conseguente assenza delle forze della cultura dal campo attivo e operativo (...). Così che il problema fondamentale è quello di realizzare il reinserimento delle forze culturali nella struttura della società e dello Stato".

Nonostante l'alto tenore delle sue proposizioni e della sua ricerca intellettuale, è stato ripagato, da parte pubblica e da chi aveva in mano le sorti del patrimonio storico-artistico nazionale, con un sostanziale isolamento e confinamento, pur nell'ambito non ristretto né privo di soddisfazioni, propriamente universitario e di ricerca. Dal 1979 è Accademico Cultore dell'Accademia Nazionale di San Luca. Dal 1982 dirige il Dipartimento di Storia dell'architettura, Restauro e Conservazione dei Beni architettonici nell' Ateneo romano (fino al 1984) ed è Direttore della "Scuola di specializzazione per lo studio e il restauro dei monumenti" della stessa Università, fino al collocamento a riposo (1986), a seguito del quale è nominato Professore Emerito.
Per il suo rigore morale è stato anche emarginato totalmente dal mondo politico e da quello operativo amministrativo, nonostante le ripetute formali attestazioni di stima.

Bonelli non s'è mai stancato di riflettere sulle nuove proposte di metodo e di vagliarle, di controbatterle in molti casi, di accoglierle parzialmente, come utili apporti, in altri, pur riconoscendosi sempre nell'opzione critica idealista o, più precisamente, spiritualista e distinzionista, valutativa, intuitiva e qualitativa. Mai ha ceduto ad aggiustamenti di comodo né alle mode del momento.
In sostanza, il pensiero di Renato Bonelli s'è svolto con rigore e linearità a partire dalle prime formulazioni, che ne contengono già i tratti essenziali; s'è poi perfezionato nei decenni successivi, non senza allargamenti ed
importanti ripensamenti. Ne emerge una personalità scientifica nitida e viva, sempre intellettualmente onesta e rigorosa, incapace di scendere, per convenienza o quieto vivere, a compromessi. Tutto ciò corrisponde al tratto
umano di Renato Bonelli ed al suo stesso modo tanto di scrivere quanto di esporre e d'argomentare verbalmente, come può testimoniare chiunque l'abbia frequentato.

Giovanni Carbonara - Lucio Riccetti

 


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