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Un Carnevale di molti anni fa nei ricordi di Zaira Marchesini

venerdì 24 febbraio 2006
Pubblichiamo il testo, scritto per l’Università della Terza Età sui festeggiamenti del Carnevale, dall’orvietana Zaira Marchesini. Festeggiamenti poveri e semplici, ma sentiti e partecipati dalla gente di allora con goliardia e voglia di divertirsi. Così come lei li ricorda. “Il martedì e il venerdì di Carnevale di molti anni fa (verso il 1932) ad Orvieto si facevano i Carri. Solitamente erano 3 o 4 ed erano trainati da buoi. Alcuni coprivano queste povere bestie con tappeti, drappi, fiocchi e cento altre cose che potevano suscitare un po’ di allegria. Sul carro poi mettevano le cose e le persone inerenti alle scene che volevano rappresentare. Per esempio un anno rappresentarono Bacco e le baccanti. Naturalmente i personaggi tutti mascherati erano irriconoscibili. Sul carro avvenivano le scene che pressappoco fanno le persone che hanno bevuto troppo, ed era una presa in giro per alcuni uomini che si ubriacavano facilmente. Tutto era stato preparato molto bene e le scenette erano divertenti. Su un altro carro vi era un gran tavolo coperto da un lenzuolo bianco, rappresentava il tavolo di una sala operatoria, intorno erano chirurghi ed infermieri che visitavano l’ammalato e davano il loro parere perché fosse morto il prima possibile. Certo queste cose, forse adesso non farebbero più ridere ma, allora per noi erano divertenti. Inoltre si tiravano coriandoli e stelle filanti in quantità così grandi che il selciato dopo qualche oretta era letteralmente ricoperto. Tra le persone che seguivano i carri s’infilavano i maschietti che raccoglievano i coriandoli poi li tiravano di nuovo naturalmente pieni di polvere. La festa durava fino alla mezzanotte perché poi cominciava la quaresima e con il divertimento bisognava chiudere. C’era poi il ballo di Carnevale al Mancinelli. Una serata dedicata al ballo dei ricchi. Andavano i signori di Orvieto con le rispettive famiglie, tutti ben vestiti, con la testa (gli uomini) piena di brillantina e le donne con gli abiti lunghi. Non si poteva entrare per nessun motivo senza aver ricevuto l’invito. Il giorno dopo si sentiva dire che era stata “una festa moscia” ma se qualcuno interpellava chi vi aveva partecipato si sentiva rispondere che mai una festa era riuscita più divertente. Comunque il divertimento vero c’era al ballo dei poveri, che si faceva in una serata diversa. Ci poteva andare chiunque, con il vestito che aveva, purché avesse portato un fagottello di frittelle o una bottiglietta di vino perché, dopo il ballo, consumavano in grande allegria quanto avevano portato e non facevano economia (per quella notte) neppure di coriandoli perché un anno si presentarono alcuni con un sacco pieno sulle spalle. Furono consumate tutte durante il ballo tanto non avevano paura di sporcare i vestiti o di sciupare le pettinature. L’ultimo giorno di Carnevale si facevano le castagnole e la povera gente le friggeva con lo strutto perché l’olio costava troppo, e se si mangiavano calde potevano anche andare, ma fredde erano così grasse da non potersi mangiare. Usava fare anche le frittelle specialmente quando si andava a ballare a casa di amici. Si mescolava acqua e farina tanto da fare una crema un po’ solida, si aggiungeva il sale, l’uva secca poi si prendeva una cucchiaiata e si gettava nell’olio bollente. Dopo qualche minuto la frittura era cotta. Non era cattiva, ma pesante!!! Ogni tanto agli altri ingredienti aggiungevano in una frittella un pochina di stoppa, e friggevano. L’impasto copriva questa stoppa e non si vedeva nulla dal di fuori. Il malcapitato che, senza saperlo, trovava questa frittella oltre ad essere bonariamente preso in giro doveva dare un pegno e fare una penitenza. Negli altri giorni di carnevale (la domenica, specialmente) si ballava presso qualche famiglia amica, al suono della fisarmonica.”

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