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Prima celebrazione a Todi per il vescovo. "La fede si misura sulla bilancia della carità"

domenica 5 luglio 2020
Prima celebrazione a Todi per il vescovo. "La fede si misura sulla bilancia della carità"

A una settimana dall'insediamento, domenica 5 luglio, come annunciato, monsignor Gualtiero Sigismondi, ha fatto il suo ingresso nella Basilica Concattedrale di Todi. Per l'occasione il Capitolo della Concattedrale di Todi ha posticipato alla medesima data la festa della Madonna del Campione, tradizionalmente celebrata l’ultima domenica di maggio.

Il vescovo è giunto alla Chiesa di San Fortunato, per venerare in forma privata i Santi Patroni, ricevendo poi il saluto del sindaco, Antonino Ruggiano, sulle scale dei Palazzi Comunali, portandosi poi al Palazzo Vescovile. Si è svolta poi la celebrazione eucaristica sul sagrato della Concattedrale, con autorità, associazioni, movimenti e fedeli disposti per la maggior parte in Piazza del Popolo e in parte all’interno del Duomo. Tanti hanno seguito la diretta streaming e in tv.

Queste, le parole di saluto rivolte alle autorità:

"Dopo essermi recato presso la Chiesa di San Fortunato, per rendere omaggio al Patrono e ricevere l’abbraccio della sua benedizione e della sua protezione, muovo i primi passi in questa Piazza, cuore della città medievale, in cui si affacciano, guardandosi “a viso aperto”, la Concattedrale della Ss. Annunziata e i diversi Palazzi comunali. Ringrazio il Dott. Antonino Ruggiano, Sindaco di Todi, per le parole che mi ha rivolto e che, a nome dei Sindaci e di tutte le autorità civili, politiche, socio-economiche e militari del territorio tudertino, mi ha dato il cordiale benvenuto nella città di Jacopone.

Nell’armonia di questa Piazza è possibile scorgere un simbolo reale dell’incontro tra la laicità della politica e il servizio al bene comune. Laicità della politica non vuol dire che essa non possa e non debba essere carica di valori religiosi; non si è tanto più laici quanto più ci si distanzia dall’etica, ma si è laici solo se si è davvero liberi, nelle scelte che interessano la totalità dei cittadini, dalla pretesa di qualunque confessione. L’elaborazione di questa visione si ispira alla Gaudium et spes, che segue i paradigmi della Lettera a Diogneto, secondo cui i cristiani, godendo di una “cittadinanza paradossale”, “svolgono nel mondo la stessa funzione dell’anima nel corpo”.

Simpatia e profezia: questo è lo stile con cui i fedeli laici possono contribuire a favorire il dialogo tra Stato e Chiesa, resistendo non solo alla tentazione del non expedit (l’autoesclusione dalla vita politica), ma anche alla seduzione del collateralismo (l’appoggio ad un partito), come pure all’abbraccio mortale del cesaropapismo (l’alleanza tra trono e altare). Stato e Chiesa, che la Carta costituzionale vuole indipendenti e sovrani, non possono rinunciare a frequentarsi e a cooperare. Educazione e carità sono i “due polmoni” dell’impegno sociale dei cristiani, chiamati ad operare nella comunità degli uomini “come stranieri e pellegrini, come uomini liberi, come servi di Dio” (cf. 1Pt 2,11-17).

La Chiesa, con il prezioso “bagaglio” della sua Dottrina sociale, sa di doversi muovere con la necessaria attenzione, nella certezza di non avere privilegi da mercanteggiare, in cambio di consensi, ma un servizio da assicurare per la promozione dell’uomo nell’ottica del bene comune. A tutti voi, rappresentanti e custodi della vita civile del popolo tuderte, auguro di non stancarvi di trovare le tante ragioni di uno sforzo condiviso, che non attenua le differenze di posizione politica né la diversità dei ruoli istituzionali.

“La democrazia – lo ha ricordato di recente il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – vive e si alimenta di confronto fra posizioni diverse. Ma c’è qualcosa che viene prima della politica e che segna il suo limite. Qualcosa che non è disponibile per nessuna maggioranza e per nessuna opposizione: l’unità morale, la condivisione di un unico destino, il sentirsi responsabili l’uno dell’altro. Grazie a tutti voi, grazie per questo primo abbraccio …".

Di seguito, in forma integrale, l'omelia:

"In questa splendida Piazza, che riassume la fede, l’arte e la storia della nostra terra, è risuonata l’eco della voce del profeta Zaccaria: “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme!” (Zc 9,9). Dopo il lungo esilio babilonese, il Dio d’Israele rivolge al suo popolo questo appello, che annuncia l’ingresso del Messia a Gerusalemme, per dare compimento alla sua Pasqua. A Israele, rassegnato a rimanere in terra straniera, il Signore grida: “Ritornate alla cittadella, prigionieri della speranza!” (Zc 9,12). Questa profezia si compie al tempo del “nuovo Israele”, la Chiesa, posta sotto l’ombra dello Spirito di Dio il quale, risuscitando Gesù dai morti (cf. Rm 8,11), l’ha fatta “prigioniera” della speranza, non sua “carceriera”.

Il brano evangelico manifesta l’identità profonda del Messia, “Re di pace”, nella sua relazione intima e vitale con il Padre, che si compiace di manifestare ai “piccoli”, ai nèpioi, il suo Mistero, inaccessibile per i dotti (cf. Mt 11,25-30). Dopo aver ringraziato il Padre, Gesù si rivolge ai “piccoli”, dicendo loro: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28). Egli assicura il “ristoro” dello Spirito a questa condizione: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,29-30). Il “giogo” che invece di pesare alleggerisce e anziché schiacciare solleva è il comandamento del Signore sull’amore fraterno, che Egli consegnerà ai discepoli prima della sua Pasqua (cf. Gv 13,34; 15,12), testimoniando, con la lavanda dei piedi, che “amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento”.

Fratelli e sorelle carissimi, la fede si misura sulla “bilancia” della carità: “la fede ispira la carità e la carità custodisce la fede”. Quanto questo sia vero lo testimonia la Vergine Maria: Ella, “Immacolata nella carità”, è il “campione” della fede della Chiesa; è ai piedi della Croce, “bilancia del grande riscatto”, che ottiene il titolo di “Madre della Chiesa”. Il nostro concittadino fra Jacopone da Todi, discepolo del Santo di Assisi, nella “lauda” sul “Pianto della Madonna” descrive, in commovente sintesi, la passione e la morte di Cristo in Croce e fa sgorgare dalla sensibilità di Maria, desiderosa di morire con Gesù, la più tenera invocazione: “Figlio amoroso giglio”. E Gesù dall’alto della Croce, “spes unica”, le esprime la sua ultima volontà, che San Giovanni Paolo II ha così parafrasato qui a Todi, in questa stessa Piazza, il 22 novembre 1981: “Mamma, perché piangi? Io voglio che tu rimanga per aiutare questi miei fratelli!”.

L’accento mistico di questa lirica sottolinea, in modo tanto appassionato quanto tormentato, che all’ombra della Croce siamo stati posti sotto la protezione della Madonna! Gesù, prima di affidare Maria a Giovanni, si preoccupa di consegnare il discepolo a sua Madre (cf. Gv 19,25-27). Sulla croce si spoglia persino dello sguardo materno, invitando Maria a prendersi cura di Giovanni, a orientare verso l’umanità che egli rappresenta la sua sollecitudine d’intercessione e di grazia. Questa premura di Cristo crocifisso verso di noi è velata nell’immagine della Madonna del Campione in cui Gesù bambino ha il capo rivolto verso chi lo guarda, mentre è accarezzato dagli occhi grondanti di stupore di Maria e Giuseppe, che ascoltano il battito del suo Cuore, mite e umile.

Mitezza e umiltà sono la “sistole” e la “diastole” del Cuore di Cristo, irrorato dalle “coronarie” della divina misericordia, che le “placche” del peccato non riescono a occludere. Mitezza e umiltà sono le credenziali di Maria, che risplende fra i “piccoli” perché Dio ha riversato in Lei, oltre che rivelato, i tesori della Sua grazia. Mitezza e umiltà sono virtù sinodali: la mitezza senza umiltà non ha radici e l’umiltà senza mitezza non porta frutto. Come l’unità di misura della mitezza è la fermezza, così l’obbedienza è la misura alta dell’umiltà (cf. Fil 2,8). Sia nel Fiat della Vergine (cf. Lc 1,38), sia nell’Amen di Cristo (cf. Eb 10,7), umiltà e obbedienza si rispecchiano l’una nell’altra.

Santa Maria, Madonna del Campione, ottienici dal Figlio tuo un cuore mite e umile; aiutaci a testimoniare, con entusiasmo sincero, che l’obbedienza è la “pietra d’angolo” dell’umiltà e la fermezza è la “chiave di volta” della mitezza. Santa Maria, Madonna del Campione, assieme a San Fortunato, “vir vitae venerabilis”, concedimi di guidare con saggezza questo popolo, portando con serena fiducia il “peso di grazia” del servizio episcopale. Tu, che hai continuo e libero accesso nel Cuore del Figlio tuo, consentimi di accordare il Magnificat al Fiat".