Sanità, Orvieto alza la testa

Più che un dibattito, un momento di chiarimento pubblico, di pressione civile e di assunzione condivisa di responsabilità. L’incontro, svoltosi sabato 11 aprile al Teatro del Carmine di Orvieto e promosso da Umbria per la Sanità Pubblica e la Pace, dedicato al rapporto tra l’Orvietano e il nuovo Piano socio-sanitario regionale dell’Umbria, ha avuto un significato preciso: riportare la sanità al centro non come tema astratto, ma come questione concreta, fatta di ospedale, servizi, personale, prossimità, qualità della vita e capacità istituzionale di misurarsi, finalmente, con la prova dei fatti.
A moderare la giornata è stato Alessandro Federici, tra i protagonisti di questa mobilitazione civica e del percorso che ha accompagnato la raccolta delle firme. La sua presenza ha dato continuità a un confronto nato da una vertenza reale, cresciuta nel tempo attraverso iniziative pubbliche e partecipazione dal basso.
La mattinata ha rimesso in fila, con accenti differenti ma entro una cornice comune, i nodi che da anni gravano sul comprensorio: il rilancio dell’Ospedale "Santa Maria della Stella", il rafforzamento del Distretto Sanitario, la piena attuazione delle Case della Comunità di Orvieto e Fabro, l’Ospedale di Comunità, il futuro del consultorio familiaree della RSA, il problema degli organici, il peso crescente del disagio sociale e psichico, soprattutto giovanile, e il rapporto sempre più stretto tra la tenuta della sanità pubblica e quella complessiva dell’area.
Ad aprire i lavori sono stati Gianni Giovannini, già direttore sanitario dell’Azienda Ospedaliera di Terni, e Valentino Filippetti, primo cittadino di Parrano, con due interventi che hanno subito dato il tono all’iniziativa: meno dichiarazioni di principio, più ricostruzione dei passaggi compiuti, delle convergenze maturate e dei risultati che ora devono essere consolidati. Sullo sfondo pesa, del resto, un dato politico eloquente: l’Umbria arriva al nuovo Piano socio-sanitario regionale dopo quindici anni di vuoto programmatorio, e realtà come quella orvietana hanno finito per pagarne il prezzo in termini di depotenziamento dei servizi, fragilità crescente e marginalità percepita.
La discussione si è poi allargata a una pluralità di voci che hanno contribuito a dare spessore e respiro al confronto. Salvatore De Franco, presidente del Comitato consultivo misto del distretto sanitario di Reggio Emilia, ha portato l’esperienza emiliana della partecipazione civica ai processi sanitari, richiamando un modello nel quale il coinvolgimento dei cittadini non è episodico, ma si traduce in una struttura stabile di confronto che da oltre trent’anni accompagna le scelte del sistema pubblico. Osvaldo Fressoia, per l’Alleanza per le Case della Comunità, ha insistito invece sulla necessità che la medicina territoriale non sia pensata come semplice decentramento amministrativo, ma come spazio reale di coprogettazione tra istituzioni, terzo settore e comunità locali.
Accanto a questi contributi si sono collocati quelli di Emma Scanu, presidente del Comitato Orvietano per la Salute Pubblica, e di Florido Fratini, presidente di PrometeOrvieto, che hanno richiamato, da prospettive differenti ma convergenti, l’urgenza di una vigilanza civica costante e di una partecipazione non intermittente. Fratini, in particolare, con una formula dal sapore quasi popolare – “pane al pane e vino al vino” – ha messo in guardia la comunità dall’illusione della “manna dal cielo”: nessuna soluzione miracolistica, nessun automatismo, nessuna raccolta di firme, da sola, basta a risolvere problemi che vengono da lontano. Il suo è stato un richiamo netto alla verità delle responsabilità e alla necessità di accompagnare ogni risposta regionale con una più forte capacità locale di rendere Orvieto attrattiva anche per i professionisti della sanità.
Sul versante istituzionale, Viviana Nicosia, direttrice del Distretto Sanitario di Orvieto, ha riportato la discussione sul terreno della medicina territoriale e della cura espressa dalla comunità, sottolineando come la prossimità non possa ridursi a una formula, ma richieda organizzazione, integrazione tra servizi e una lettura più ampia e concreta dei bisogni. Fabrizio Ricci, consigliere regionale AVS e membro della III Commissione “Sanità e servizi sociali”, ha offerto un contributo centrato sul rapporto tra le istanze dell’Orvietano e il futuro assetto regionale; Paola Bittarello, vicesindaco di Ficulle, ha ricondotto il dibattito al punto di vista delle amministrazioni locali, chiamate a misurarsi ogni giorno con i bisogni reali delle comunità. A chiudere i lavori è stato Lamberto Bottini, presidente dell’associazione promotrice, che ha ribadito la necessità di tradurre la sensibilità emersa nel confronto pubblico in scelte strutturali e verificabili all’interno del nuovo Piano regionale.
Ma il baricentro politico della mattinata è stato soprattutto nel ragionamento sviluppato da Valentino Filippetti, oggi tra i riferimenti più solidi di questa mobilitazione. Il sindaco di Parrano ha descritto la fase attuale come un passaggio nuovo, maturato dopo mesi di iniziativa condivisa tra associazioni e istituzioni. Da una parte, ha ricordato, sono arrivati documenti unitari del Comune di Orvieto e della Conferenza dei sindaci; dall’altra, una mobilitazione popolare che ha assunto anche una forma visibile e misurabile: settemila firme sul distretto e quattordicimila sul potenziamento dell’ospedale.
Secondo Filippetti, questo lavoro ha trovato un primo sbocco concreto nell’incontro con la presidente della Regione, durante il quale sono state consegnate le firme e sono state illustrate decisioni che il territorio attendeva da tempo. Il riferimento è a nuove assunzioni mediche e infermieristiche, agli interventi sul vecchio ospedale per la realizzazione dell’Ospedale di Comunità e della Casa di Comunità, all’apertura della struttura di Fabro Scalo, al completamento dei lavori di consolidamento antisismico, alla nuova rampa del pronto soccorso, alla sala anti-Covid e ad altri interventi strutturali. Un pacchetto che, ha sottolineato, segnala finalmente una risposta regionale, pur imponendo, al tempo stesso, una verifica rigorosa sulla sua effettiva attuazione.
Ed è qui che il suo intervento ha assunto un rilievo ulteriore. Per Filippetti, infatti, la questione non si esaurisce nel rapporto con la Regione. Si apre ora un secondo fronte, decisivo e, per certi versi, ancora più impegnativo: quello delle responsabilità locali. Se la Zona sociale non procede all’assunzione degli assistenti sociali già finanziati da anni, se non si sbloccano i concorsi, se non decolla il PUA, che rappresenta il cuore operativo delle Case della Comunità, anche gli investimenti rischiano di produrre effetti parziali.

Il sindaco di Parrano ha poi insistito su un nodo che attraversa, silenziosamente, molte fragilità del comprensorio: la vivibilità del territorio. Orvieto, in sostanza, non può pensare di rafforzare la propria sanità se non diventa anche un luogo capace di trattenere e attrarre professionalità. Le rinunce da parte di vincitori di concorso, soprattutto in ambito sanitario, non dipendono soltanto dagli assetti ospedalieri, ma anche dalla difficoltà di trovare casa e di costruire condizioni di vita dignitose e stabili. È qui che la sanità incrocia direttamente la politica abitativa, i servizi, la qualità urbana, la forza complessiva di un’area interna che non può più permettersi di perdere risorse umane qualificate.
Nella parte finale del suo ragionamento, Filippetti ha richiamato anche il peso crescente del malessere sociale, soprattutto tra i giovani, e il costo che questo produce sui Comuni e sulle famiglie. Il dato dei settecentomila eurosostenuti dai Comuni dell’Orvietano per coprire la propria quota di intervento a favore dei ragazzi con problematiche complesse restituisce con chiarezza la misura di una pressione ormai difficilmente sostenibile e di una domanda socio-sanitaria che non può essere affrontata con strumenti ordinari o con letture riduttive.
Dall’iniziativa al Teatro del Carmine è emerso così un quadro nitido. L’Orvietano non si è limitato a rivendicare: ha mostrato di saper entrare nel merito, costruire alleanze e misurare gli annunci sul terreno dell’attuazione. In questo senso, la giornata ha segnato un passaggio politico preciso: la sanità non può più essere trattata come un settore separato, ma come il luogo in cui si tengono insieme ospedale e territorio, medicina e condizioni sociali, servizi e attrattività, istituzioni e partecipazione.
Adesso viene il tempo più esigente: quello in cui le parole devono smettere di galleggiare e farsi pietra, casa, cura. Perché una comunità può reggere la fatica del salire, ma non il pantano dell’inerzia; può attraversare il dolore delle ferite, non l’assuefazione al loro abbandono. E se anche questa volta tutto dovesse fermarsi sulla soglia degli annunci, allora non saremmo davanti a un semplice ritardo amministrativo, ma allo smontaggio silenzioso di un diritto fondamentale, una trave dopo l’altra, come una casa lasciata al buio mentre dentro c’è ancora una comunità che aspetta.
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