opinioni

Il sociale non è un post, è la spina dorsale della città

sabato 10 gennaio 2026
di Angelo Palmieri

C'è un dettaglio che ormai conosciamo fin troppo bene: quando si parla di "sociale", da noi la parola torna con una puntualità quasi commovente. Si affaccia soprattutto quando serve una frase buona da mettere in prima pagina, servita sul velluto, con la stessa cura con cui si impiatta un dessert. Poi, però, appena il discorso scende dalle frulette alchemiche del burocratese – meglio: dalla lingua di palazzo – alla strada, tutto rientra nel solito copione: un capitolo laterale, una nota a margine, un "ci stiamo lavorando" che si trascina per mesi – come scrivevo ieri – talvolta per anni, mentre la vita reale corre e presenta il conto.

Perché la comunità in carne e ossa non si regge su formule stucchevoli e stonate. Si regge su famiglie che scivolano sotto la soglia senza far rumore; su ragazzi privi di spazi e di presìdi educativi, costretti ad arrangiarsi – o, più spesso, a salire su un Intercity verso non si sa dove; su anziani che si consumano nella solitudine; su persone con disabilità e caregiver incastrati in percorsi tortuosi, tra risposte intermittenti e rimbalzi continui; su fragilità psichiche che diventano urgenza. 

E qui una domanda va fatta ad alta voce, senza timidezze: quanti pazienti vengono seguiti dal nostro servizio di salute mentale, a fronte di quale dotazione effettiva di personale medico e sociosanitario? Intanto le dipendenze non aspettano, le case non bastano, gli affitti divorano i salari. E nel mezzo restano operatori e realtà civiche che tengono in piedi pezzi di città con la forza di volontà e con le braccia stanche. Diciamolo, una volta per tutte, senza ipocrisie: non tutte le associazioni giocano la stessa partita. C’è chi lavora sul serio e chi, invece, ammicca al potere, sfruttando corsie preferenziali: Serie A e Serie B, come se la dignità fosse un campionato.

Se questa è la fotografia, allora non servono giri di parole: il sociale non può essere ridotto a un cimelio garibaldino, buono solo da esibire nelle ricorrenze. È l’asse portante della città. Se cede quello, si zoppica. E, alla fine, si cade. Per questo, con spirito civile e senza alcuna intenzione propagandistica, lancio un appello pubblico: a tutte le forze politiche, alle realtà associative, al mondo educativo, al sindacato, alle parrocchie, ai comitati e, soprattutto, a chi non vuole più limitarsi al commento. Non è una gara tra schieramenti, né un regolamento di conti. È la richiesta di rimettere al centro ciò che conta: l’interesse esclusivo della città e la dignità concreta delle persone.

Occorre un segnale. Ma non uno di quelli che durano un giorno e poi evaporano. Serve una svolta reale nelle politiche sociali e negli interventi per la comunità. E serve, soprattutto, una regola chiara fin dall’inizio: niente bandiere, niente passerelle, niente comizi travestiti da indignazione. Chi trasforma il bisogno in palcoscenico fa l’opposto di ciò che proclama.

Ecco allora una proposta semplice e pulita: chiediamo alla nostra sindaca, Roberta Tardani, un appuntamento pubblico e ordinato. Sabato 24 gennaio, alle 10.30, al Palazzo Comunale. Niente corteo, niente sceneggiata, nessuna rissa verbale: un presidio civico ben organizzato, composto, serio. Un’occasione per portare la voce della città senza alzare il volume della propaganda; per dirci in faccia che la logica del rinvio permanente non è più accettabile.

Soprattutto, chiediamo all’Amministrazione un gesto netto: aprire il Palazzo di Città, in una sede istituzionale, per ascoltare e lavorare su proposte essenziali e verificabili. Non basta una promessa generica. Serve un confronto vero, con impegni leggibili e tempi definibili. Serve chiarezza: che cosa si intende fare, con quali risorse, secondo quali priorità, sotto quale responsabilità.

Non chiediamo miracoli. Pretendiamo decisioni misurabili. Pretendiamo che la città smetta di vivere di “vedremo” e cominci a vivere di “facciamo”. Pretendiamo un piano serio, con scadenze certe, gerarchie esplicite, trasparenza. Pretendiamo che la presa in carico non diventi un ping-pong tra sportelli; che le fragilità non siano costrette a farsi ascoltare a colpi di chiasso; che il welfare non resti un pronto soccorso perennemente in apnea, ma una scelta stabile, continua, strutturata.

È per questo che domandiamo un incontro: non per gridare contro, ma per pretendere un salto di qualità. E se qualcuno, in buona fede, pensa che basti un post per dimostrare sensibilità, lo diciamo con rispetto e fermezza: il sociale non è un post. È il corpo della città. E un corpo o lo curi, o lo perdi. Ci vediamo lì. Senza sigle e senza recite. Con rispetto, ma senza più silenzi. Che ne dice, cara sindaca? Ci ospita a Palazzo di Città? Possiamo incontrarla?

Nota della Redazione: Orvietonews, giornale online registrato presso il Tribunale di Orvieto (TR) nr. 94 del 14/12/2000, non è una bacheca pubblica. Pur mantenendo fede alla disponibilità e allo spirito di servizio che ci ha sempre contraddistinto risultando di gran lunga l’organo di informazione più seguito e letto del nostro territorio, la pubblicazione di comunicati politici, note stampa e altri contributi inviati alla redazione avviene a discrezione della direzione, che si riserva il diritto di selezionare e modificare i contenuti in base a criteri giornalistici e di rilevanza per i lettori.