La città dei "ci stiamo lavorando"

Orvieto, la politica del rinvio: famiglie senza fondi, rinnovabili senza progetto. C’è una cifra che vale più di qualunque claim: zero. Zero, come gli euro che – a detta di atti e ricostruzioni pubbliche – compaiono in bilancio per un vero salto sulle energie rinnovabili; zero, come i progetti cantierabili messi a terra quando la Regione mette sul tavolo risorse e chiede ai Comuni una cosa elementare: presentare proposte.
E poi c’è un’altra parola che pesa come un macigno: bruciati. Lasciati per strada i contributi regionali destinati al sostegno delle famiglie: un fondo aggiuntivo e complementare alle ordinarie dotazioni settoriali delle politiche sociali, non enorme, certo, ma tutt’altro che irrilevante per chi opera sul campo e per chi attende risposte. E intanto sfuma – o viene gravemente compromessa – la finestra da 9 milioni destinata ai Comuni per energie rinnovabili, impianti fotovoltaici e comunità energetiche. Soprattutto, è la fiducia a rimetterci il prezzo della vostra inerzia: deliberazioni ridotte a carta, proclami a fumo, decisioni rinviate finché diventano occasioni perse.
Se questo è il governo della città, allora è legittimo chiamarlo con il suo nome: fallimento amministrativo. E lo diciamo per amore di questa terra. Non è un problema di sovrastruttura narrativa: è un deficit di governance. E quando si fallisce due volte sullo stesso terreno – sociale ed energetico – non lo si può archiviare come “sfortuna”.
Il fondo famiglie: quando un servizio viene scambiato per un edificio
La prima vicenda è imbarazzante nella sua semplicità: gli altri prendono il fondo regionale, Orvieto lo lascia sul tavolo. Si parla di un ammontare “da mezzo milione e poco più”: non cambia la storia d’Italia, ma cambia la quotidianità di chi lavora nei servizi e di chi aspetta risposte.
La spiegazione che circola è un capolavoro di confusione amministrativa: si sarebbe scambiato un finanziamento per un servizio con un finanziamento per un edificio. Tradotto: la Regione paga operatori e attività; qui si aspetta il mattone, come se la cura avesse bisogno del certificato di agibilità per esistere.
E infatti la contraddizione si allarga: da un lato si promette il Centro “quando sarà completato il CePol”; dall’altro l’opera – pur oltre i 5 milioni di euro – galleggia tra cronoprogrammi riscritti e tempi che slittano. Risultato? Il contenitore diventa un alibi e il contenuto un rinvio permanente. Welfare da taglio del nastro: prima la scenografia, poi – forse – le persone. E questo, politicamente, è inaccettabile: le famiglie non possono essere tenute appese al feticismo del mattone.
Rinnovabili: mozione unanime, ma la città resta al palo
La seconda vicenda è, se possibile, ancora più grave perché parla di futuro economico, prima ancora che ambientale.
Il 19 settembre 2025 il Consiglio Comunale ha approvato all’unanimità una mozione che impegnava formalmente Sindaco e Giunta su due fronti: da un lato valutare la costituzione e la promozione di una Comunità Energetica Rinnovabile (CER), con il Comune nel ruolo di socio fondatore; dall’altro predisporre in tempi brevi un Piano comunale complessivo per il fotovoltaico, con una prima fase di attuazione e una rosa di interventi prioritari da rendere subito candidabili ai bandi.
Bene. Ma le città non campano di mozioni: vivono di atti conseguenti.
Secondo la ricostruzione diffusa sui social dalla consigliera Roberta Palazzetti, la mozione era già sul tavolo a maggio, quando la Regione aveva appena reso disponibili i fondi. La richiesta di discuterla subito?
Tagliata al montaggio: non ritenuta “urgente”. E quando infine è arrivata in aula, il testo è stato emendato: sempre secondo la stessa ricostruzione, sarebbe stata eliminata proprio la parte che impegnava a finanziare lo sviluppo del piano, pur in presenza di margini di bilancio.
Nel frattempo la Regione ha messo in campo due canali distinti di finanziamento per i Comuni: un bando FESR da 4,6 milioni (chiuso a dicembre) e un bando FSC da 4,4 milioni, con scadenza fissata a marzo. Chi aveva progetti pronti e una struttura tecnica all’altezza è corso. Chi non li ha, resta con il cappello in mano.
E Orvieto? Nel resoconto istituzionale del Comune sulle question time della seduta del 30 dicembre 2025 il punto è messo nero su bianco: si annuncia un consulente a supporto della costituzione di una CER mentre, sulle colonnine di ricarica, si ammette di dover cercare competenze esterne perché non disponibili in organico.
Tradotto: si governa a posteriori, quando le finestre si chiudono. Non è prudenza: è improduttività amministrativa. È una scelta legittima? Certo. Ma è anche la prova plastica della paralisi: si investe sulla fase preliminare mentre mancano piano operativo e progetti esecutivi. Il risultato è fin troppo prevedibile: quei 9 milioni non aspettano Orvieto, vanno altrove.
Sei domande, zero alibi
Non servono invettive. Servono risposte nette. Eccone alcune, inevitabili:
1. Perché la mozione sul fotovoltaico non è stata trattata con tempestività, quando i bandi erano aperti?
2. Perché si è scelto di approvare un atto “in tempi brevi” senza stanziare (o vincolare) risorse per renderlo eseguibile?
3. Perché il Comune arriva a bandi e scadenze senza una dotazione tecnica adeguata, al punto da dover correre ai ripari con consulenze a valle?
4. Perché, sulle politiche familiari, si è collegato l’accesso ai fondi a un edificio e non a un servizio già attivabile?
5. Chi risponde politicamente dei fondi persi e delle opportunità bruciate?
6. Cosa farà il Comune, da qui a marzo, per evitare che anche l’ultima finestra regionale sulle rinnovabili diventi un’altra occasione mancata?
Un passo indietro non è una resa: è responsabilità?
A questo punto una richiesta è inevitabile, e non ha nulla di personale. Quando una città butta alle ortiche leve di sviluppo su famiglie e transizione energetica nello stesso arco temporale, e quando la principale opera “di sistema” per le politiche sociali resta sospesa tra annunci e incertezze, la politica deve fare ciò che spesso predica e raramente pratica: assumersi la responsabilità. Per questo lo dico nel modo più netto possibile: avete fallito la funzione di governo su due fronti vitali – famiglie e futuro energetico – e la città non vi deve altra pazienza.
O cambiate rotta oggi, con un piano pubblico inchiodato a atti, scadenze e impegni di spesa, oppure fatevi da parte. Perché quando la politica perde tempo, a pagare non sono i comunicati: sono le persone. “Ci stiamo lavorando” è la colonna sonora del fallimento: intanto le linee di finanziamento se ne vanno.
Orvieto non ha bisogno di dichiarazioni, ma di atti amministrativi: quelli che non si vedono, ma che portano finanziamenti, attivano servizi, mettono pannelli sui tetti pubblici e fanno pagare meno bollette alle famiglie.
Se questa Amministrazione Comunale non è in grado di farlo, allora si faccia da parte. Non per galateo politico, ma per responsabilità: quando si bruciano le misure per famiglie e futuro, non si invocano alibi, si pagano conseguenze.
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