cronaca

"Claudio era il sole, era quella luce che non aveva bisogno di oscurare nessuno per brillare"

giovedì 5 novembre 2026

Una folla commossa e al tempo stesso silenziosa ha gremito il Duomo di Orvieto dove, nel pomeriggio di mercoledì 4 novembre, si sono svolti i funerali del sergente Claudio Marchesi, vittima a 35 anni dell'incidente aereo avvenuto una settimana fa in Bosnia Erzegovina, ai quali hanno preso parte numerose autorità politiche, militari e civili. 

"Quando la morte irrompe in una casa e ne stravolge la vita – ha detto monsignor Gualtiero Sigismondi, vescovo della Diocesi di Orvieto-Todi – manca il respiro. Per un genitore sopravvivere alla scomparsa di un figlio è un'ingiustizia impossibile da sopportare. Quando la morte avvolge con il suo mantello pesante e scuro una vita di coppia, portando via la persona amata, è inevitabile scoppiare in pianto. Quando strappa via da una città chi è impegnato in una missione di pace, in quel momento le parole non possono bastare. Affidiamo a Dio Claudio, che ha trovato la morte nello scenario dei Balcani occidentali”. 

A parlare di fronte a familiari, amici e commilitoni della vittima, il colonnello Giampaolo Rapposelli, comandante del 3° Reos - Reggimento elicotteri operazioni speciali “Aldebran” di Viterbo, al quale per primo era spettato il compito di dare la notizia di quanto accaduto, guardando negli occhi la madre di Claudio, Giuseppina. La composta dignità della famiglia, ha detto, “ha fatto sentire tutti noi del Reos ancora più privilegiati per aver conosciuto il sergente maggiore Marchesi, un paracadutista, un tecnico di bordo, un membro dell’equipaggio di volo dell’operazione speciale serio, orgoglioso, entusiasta di aver scelto di servire la Patria, indossando il basco azzurro dell’Aviazione dell’Esercito.

E privilegiati per aver conosciuto anche i genitori, il fratello Christian, la sorella Gloria, la compagna Alessia. Una famiglia sana, schietta, operosa, solida e dignitosa, anche nel più grande e incomprensibile dei dolori. Claudio è stato un collega meticoloso e testardo, che non si sottraeva quando c’era da sporcarsi le mani di grasso e gli anfibi di fango. Un amico sincero, onesto, leale, loquace e sorridente. Salutarlo in questo luogo e nella data speciale del 4 novembre impreziosisce ancora di più il suo ricordo. Lui che da bambino giocava con le figurine degli aerei, anziché con quelle dei calciatori".

È stata, quindi, la volta della sorella Gloria che, sorretta dal padre Giovanni, ha letto tra le le lacrime una lunga lettera. "Stento ancora a crederci. Tutto questo mi sembra impossibile, surreale, profondamente ingiusto. Tu eri il sole, eri quella luce che non aveva bisogno di oscurare nessuno per brillare. Quella stessa luce che avevi negli occhi nell’ultima fotografia, scattata mezz’ora prima di volare. Uno sguardo pieno di vita, di felicità e di passione. La tua passione. Ed è proprio a quegli occhi che oggi cerchiamo disperatamente di aggrapparci perché, in un destino così crudele, l’unica piccola consolazione che riusciamo a trovare è sapere che fino all’ultimo stavi facendo ciò che amavi.

Ti avevamo chiesto di non partire, ma tu non hai voluto sentire ragioni. Il dovere ha chiamato e tu, come sempre, avevi risposto perché eri fatto così. Non ti tiravi mai indietro, soprattutto quando si trattava di essere utile, di esserci per aiutare gli altri. Preciso, puntiglioso, determinato ma soprattutto leale, generoso, sincero. Te ne sei andato da eroe. Per gli altri sarai un uomo da ricordare, per noi sarai sempre il nostro testardo zio Lallo”. Oltre al ricordo, poi, un messaggio lasciato ai tanti presenti. “Non pensate mai che ci sarà del tempo. Non rimandate un abbraccio, una parola gentile, un gesto d’amore. Non date mai per scontato che ci sarà un domani per dire ciò che oggi avete dentro".

 

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