sociale

Afghanistan, una situazione molto difficile

martedì 22 settembre 2009
di jacopo

Lunedì 21 settembre 2009 si sono tenuti i funerali di Stato per i 6 soldati morti durante un attentato in Afghanistan. Cercare di fare un'analisi oggettiva della situazione che c'è in quel paese oggi è difficile per più motivi: emotivamente siamo coinvolti e sconvolti dalla morte di 6 nostri connazionali; sarebbe necessaria una profonda conoscenza della situazione che non pretendo di avere; come stanno realmente le cose lo sanno veramente in pochi.

Se guardiamo al passato, la guerra in Afghanistan iniziò come risposta all'attacco subito dagli americani l'11 settembre 2001. L'Afghanistan sembrava essere la base operativa del gruppo di terroristi islamici che aveva dirottato i quattro aereoplani in USA. Per prima cosa credo che l'analisi non possa che partire dalla parola che viene usata in America per descrivere l'operazione in atto: guerra. Che dir si voglia in Afghanistan, come in Iraq, si stava combattendo una guerra. Guerra che fu dichiarata finita da Bush pochi mesi dopo che era iniziata ma che, evidentemente, non è ancora finita. L'utilizzo corretto delle parole ci permette di capire bene in che situazione si trovano i nostri soldati, non siamo in una missione di pace come in Kosovo o in alcuni paesi africani, siamo in una zona dove c'è una resistenza organizzata del vecchio regime che aveva il potere prima dell'arrivo degli alleati occidentali, il regime era ovviamente quello dei Talebani.

Perché questa guerra sta diventando logorante e difficile, ancor di più di quella in Iraq? Possiamo dire che, almeno da quanto possiamo sapere, la difficoltà è data soprattutto dalla vastità del paese e dalla presenza di molti luoghi, soprattutto tra le montagne, dove i Talebani hanno delle basi operative che non si riescono a smantellare. Credo però che vada considerato un altro elemento, forse ancora più importante, la scarsa collaborazione della popolazione. Come è avvenuto in Italia per il Fascismo, ma anche in molte altre parti, per liberare, o conquistare, un paese molto spesso serve l'aiuto e la stretta collaborazione della popolazione "indigena". Simbolo dell'Afghanistan libero, almeno per un po' fu così, era la donna che prima portava il burka e che ora non lo porta più. In realtà non è così, i cittadini afghani, almeno una larga maggioranza, non vedono gli occidentali come loro liberatori, non ritengono gli ideali dei talebani come un qualcosa di sbagliato. Ciò comporta che molto spesso appoggiano, direttamente o indirettamente, i talebani. Questo loro non distaccarsi facilmente dai potenti rappresentanti talebani, che pure sono fortemente indeboliti, è facilitato dai molti errori che l'alleanza ha compiuto: i bombardamenti dove muoiono molti civili; una ricostruzione lenta e molto spesso, almeno per quanto riguarda gli americani, che ha dato priorità a questioni che non erano nell'interesse della popolazione ma dell'economia internazionale; una classe politica interna che non sa convincere appieno, che usa brogli elettorali, che non sembra dare particolari garanzie di miglioramento della situazione esistente.

Questo quadro, anche se in maniera superficiale, ci fa capire bene perché la situazione in Afghanistan sia così difficile e perché i nostri soldati agiscano su un territorio particolarmente rischioso.
La discussione sui nostri morti in questa guerra, che anche su questo giornale si è sviluppata, non è semplice. Sicuramente, lo posso affermare anche per esperienze personali, i nostri soldati che vanno in Afghanistan non sono tutti mossi da una sacro ideale di libertà per un popolo oppresso. Essendo militari, dovendo quindi vivere con quel lavoro, vanno perché sono mandati, a volte perché fare molte missioni all'estero aumenta il loro punteggio, mi era stato ben spiegato come funziona questo meccanismo da un mio amico soldato ma ora sincerante non saprei riportarlo correttamente. Il denaro conta anche esso, una missione di 4 mesi permette loro di guadagnare molto di più di quanto guadagnerebbero normalmente in un anno. Non sono sempre contenti di partire perché ben consapevoli delle difficoltà a cui vanno incontro. E' innegabile che ci troviamo di fronte a persone che fanno questo di lavoro e, come molti lavoratori, sanno che il loro mestiere è spesso ad alto rischio. Non possiamo non ricordare gli oltre mille morti sul lavoro che ogni anno ci sono in Italia. Ovviamente questo non deve essere un modo per distinguere polemicamente morti di serie A e morti di serie B, cosa che, peraltro, sarebbe crudelmente e umanamente agghiacciante e che non farebbe altro che far scaturire una "guerra tra poveri"; serve solo a ricordare che, nella quotidiana guerra per non finire strangolati dalla precarietà del vivere nostrano, i "Nostri" sono sia sul fronte interno che su quello esterno. Sono sia gli operai che i soldati. Tutti quanti a "sbattersi" onestamente e pericolosamente per 4 soldi, dannandosi perché non sono nati calciatori, ma con la speranza che i propri figli possano andare all'università e avere una vita migliore. Anche a costo di morirci! Per questo, anche se non tutti portano la stessa divisa, dovremmo onorarli e ricordarli indistintamente: per il loro coraggio, per la loro forza, per il loro essere la parte sana del nostro paese.

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