sociale

Un'indagine Eurispes sull'Europa sociale: l'Italia fanalino di coda nella spesa per famiglia, disoccupazione e politiche abitative

martedì 12 dicembre 2006
«La ridotta spesa sociale registrata in alcune aree di intervento – dichiara il Presidente dell’Eurispes, Prof. Gian Maria Fara – indica che le politiche per la famiglia e per l’occupazione non rappresentano variabili strategiche per lo sviluppo socio-economico del Paese. Se la classe politica continuerà a perseguire la traiettoria del disimpegno finanziario in questi rilevanti bacini di spesa pubblica – conclude il Presidente Fara –, l’Italia difficilmente riuscirà ad attivare degli effetti moltiplicativi del reddito disponibile e dei consumi delle famiglie in grado di apportare significativi benefici al sistema economico nel suo complesso». L’Eurispes, istituto di studi politici, economici e sociali, ha voluto fornire con la sua ultima analisi un panorama delle strategie in materia di promozione sociale adottate nei paesi europei, per stimolare una riflessione sullo stato dell’Europa sociale e favorire azioni politiche conseguenti. Partendo da una base statistica relativa del quinquennio 1999-2003, costituita principalmente da dati Eurostat, l’Eurispes ha costruito stime e proiezioni per gli anni 2004, 2005, 2006, che hanno reso possibile, da un lato di avere per ciascun settore di spesa un quadro più preciso delle tendenze attuali e delle scelte di politica sociale dei singoli Stati e, dall’altro, di poter meglio comparare tra loro le politiche sociali nei diversi paesi europei. Spesa sociale in relazione al Pil Data la crisi economica e i bassi tassi di crescita che hanno caratterizzato gli anni in esame, in Europa si è avuta una crescita, ma non particolarmente accentuata, della spesa sociale in relazione al Pil. L’Italia è il Paese che investe meno nello stato sociale: nel 2006, ha una spesa sociale pari al 26,4% del Pil contro valori che superano il 31% di Francia e Germania. Anche i paesi che componevano l’Unione a 15 hanno speso complessivamente più che l’Italia (il 31,5% del Pil). È, invece, il Regno Unito che ha fatto registrare il maggiore incremento passando da una spesa pari al 26,3% del Pil nel 1999 a quella del 28% nel 2006. Analizzando settore per settore, la spesa sociale nei cinque paesi considerati (Francia, Germania, Italia, Olanda e regno Unito), emerge che i due settori che hanno maggior peso sono quelli della spesa per gli anziani e della spesa sanitaria. In particolare, in Italia la spesa per anziani è cresciuta allo stesso ritmo del Pil negli anni considerati e rappresenta la metà di tutta la spesa del sociale (12,8% del Pil) Ciò dipende dal fatto che l’incidenza della popolazione anziana è in Italia molto forte, tanto che gli ultrasessantenni rappresentano circa un quarto della popolazione. Anche la spesa sanitaria è legata al grado di invecchiamento della popolazione. In Italia, la spesa per questo settore ha raggiunto la dimensione del 7% del Pil nel 2006. Un’altra voce che vede l’Italia primeggiare in spesa sociale è quella della spesa per superstiti che impegna una somma equivalente al 2,5% del Pil. Le altre voci di spesa hanno tutte valori minori rispetto agli altri paesi europei e in particolare la spesa sociale per le emergenze abitative non è ben rappresentabile in termini di Pil (essendo tale valore prossimo allo zero), pur essendo il disagio abitativo un problema molto forte e diffuso soprattutto nelle grandi aree urbane. La situazione è ben diversa dal forte impegno che si registra ad esempio nel Regno Unito e in Francia, dove le somme stanziate per le politiche abitative rappresentano rispettivamente l’1,5% e lo 0,8% del Pil. Nel nostro Paese, inoltre, a fronte di una spesa molto alta per gli anziani ne corrisponde una molto bassa per la famiglia e l’infanzia, settore nel quale l’Italia investe una somma pari all’1,1% del Pil, contro il 3,4% della Germania e un valore complessivo dell’Ue a 15 del 2,4%. La distribuzione della spesa sociale È stato preso in considerazione l’indicatore che mostra la composizione percentuale della spesa sociale nei vari settori: fatto 100 il totale della spesa tale indicatore rileva la quota parte attribuita ai singoli settori. È stata quindi stilata una graduatoria dei paesi europei (anche non aderenti all’Ue) tenendo conto del valore medio, relativo al periodo 1999 al 2006, della spesa sostenuta per ciascun settore. Per quel che riguarda il costo della burocrazia si può affermare che è direttamente proporzionale al livello della spesa sociale e i paesi che spendono di più hanno anche maggiori costi amministrativi. Da questo punto di vista, l’Italia appare poco efficiente posizionandosi tra i paesi che più spendono per la gestione della spesa sociale, ma mantenendo un livello di spesa non molto elevato rispetto a paesi simili per dimensioni geografiche e demografiche. Andando invece ad analizzare la spesa sociale nel settore sanitario, la maggior parte dei paesi europei si concentra in un intervallo di 8 punti percentuali (dal 24% al 32% della spesa). L’Italia si colloca tra i paesi con la minor quota relativa di spesa in questo settore, destinando alla sanità il 24,8% della spesa sociale. Anche sul versante della disabilità il nostro Paese si colloca agli ultimi posti della graduatoria, destinando a questo settore soltanto il 5,8% della spesa totale. Questo dato stride con quello della Norvegia che destina alla disabilità il 16,7% della spesa totale. Meno dell’Italia spendono in termini percentuali solo Irlanda, Grecia, Francia e Cipro. La spesa per gli anziani rappresenta l’impegno maggiore: in particolare, in Italia, la spesa sociale per l’anzianità ammonta a circa il 50% della spesa totale, portando l’Italia al quarto posto dopo Lettonia, Polonia e Malta. All’opposto, l’Irlanda, essendo il paese con la popolazione più giovane, destina alla spesa per anzianità una fetta ridotta rispetto a tutti gli altri paesi europei (appena il 17,8% del totale). L’Italia è invece al primo posto, seguita da Belgio e Lussemburgo, nella spesa per i superstiti e impegna in questo settore oltre il 10% del totale. Sotto questa voce sono classificate le pensioni di reversibilità, ma anche le pensioni assegnate alle famiglie dei caduti e al pagamento di funerali di Stato. Nel complesso, la spesa per anziani e superstiti raggiunge il 60% della spesa sociale totale. Questo dato contrasta fortemente con il dato che riguarda la famiglia e l’infanzia. La quota parte di spesa sociale destinata alla famiglia e all’infanzia, infatti, vede l’Italia posizionarsi al penultimo posto, seguita solo dalla Spagna, con un investimento di appena il 3,8% del totale, circa un quarto di quanto spendono il Lussemburgo (16,3%) e l’Irlanda (14,3%), paesi ai primi posti in Europa. Anche per quel che riguarda la disoccupazione, il nostro Paese è al penultimo posto prima dell’Estonia e spende in questo settore meno del 2% del totale contro un valore della Ue 15 di oltre il 6%. Questo non significa che in Italia non esista il problema della disoccupazione, ma che, al contrario, le tutele sociali per chi ha difficoltà a trovare lavoro sono del tutto insufficienti. Nel settore delle politiche abitative l’Italia è in coda alla classifica ed investe appena lo 0,6 per mille (0,06%) della spesa sociale. È invece il Regno Unito che investe in questo settore la quota maggiore della spesa sociale (il 5,5% del totale). Oltre il 3% del totale spendono Cipro e Irlanda, mentre al di sopra 2% si attestano Francia, Grecia, Ungheria e Danimarca. La Svezia è appena sotto il 2%. Superano di poco l’1% l’Olanda, Malta e la Finlandia, mentre tutti gli altri paesi destinano a tale settore meno dell’1% della spesa sociale. Infine, nella spesa per la lotta alle esclusioni sociali e spese non classificata altrove, l’Italia è all’ultimo posto con solo lo 0,16% della spesa totale, preceduta dalla Polonia che registra un valore analogo. Di poco sotto l’1% si trovano Ungheria, Regno Unito, Spagna e Lituania, mentre tutti gli altri paesi superano l’1% della spesa per alleviare le esclusioni sociali.

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