politica

PC, PD, PE, PF... PZ

sabato 21 febbraio 2009
di Rodolfo Ricci da www.emigrazionenotizie.org

Un partito fatto solo per governare, se non governa, non c'è. Rischia di scomparire. E quando governa è molto probabile che risulti speculare alla sua alternativa. Infatti la sconfitta storica del PD si può riassumere nella incapacità - impossibilità di fare opposizione chiara, comprensibile, lineare, dotata di un minimo di progetto. Oppure, il che è lo stesso, di saper governare in una precisa direzione.

Questa aggregazione del "ma anche", lontana dal soddisfare tutti, è riuscita a scontentare anche i più devoti e penitenti.
L'aggettivo più ascoltato sulla politica del Governo Berlusconi era "bagliata", come se nella determinazione delle politiche di un paese vi sia un percorso e una metodologia neutrale e universale, come la soluzione di un problema aritmetico, senza alcun riferimento ad interessi, classi, settori sociali, persone.


Quindi si sono potute immaginare grandi manifestazioni contro il Governo che dovevano tenere insieme lavoratori e padroni, uniti nella lotta contro un Governo che "sbagliava".

Nel quotidiano, invece, quei lavoratori subiscono la lotta di classe puntuale e rinverdita dalle tecniche neoliberiste, da ben trenta ed oltre anni. E i padroni del vapore l'hanno fatta e la fanno (la lotta di classe) senza dichiararla.
Sopravvivere silenziosamente a questo equivoco deve essere stato consciamente o inconsciamente difficile anche per il più fedele degli elettori del PD. E strada facendo, aumentava la schiera di chi si era rotto le balle.

D'altronde, se tutto può stare insieme, il diavolo e l'acqua santa, vale la pena battersi per l'alternanza? Lo fa meglio da quindici anni la nuova destra che riassume strutturalmente la sua essenza nell'abilità di tenere insieme il sottoproletario, il precario, il terzista arrabbiato, l'evasore fiscale, il lavoratore dipendente del nord, i giovani del grande fratello, quelli che li guardano, fino al grande costruttore, al grande inquinatore e all'imprenditore che delocalizza.

Quale parte deve rappresentare un partito, se non una parte degli interessi, se non una prospettiva di futuro praticabile o auspicabile, se non un cambiamento decisivo in meglio ? Se non una differenza?
Se si è, in quanto "equidistanti o equivicini", dovremmo solo scegliere in base alla bellezza delle facce che si propongono sul palcoscenico?
"Ma chi se ne frega", debbono aver pensato in molti; quei pochi - o tanti - sufficienti a far scendere la percentuale di oltre 10 punti nell'isola della Costa Smeralda, come era prima accaduto in Abruzzo, e su, su, fino a Roma e alle politiche dell'aprile 2008.

Non parliamo poi del fatto che piombati nella crisi epocale, le ricette sono continuate ad essere quelle della crescita come unica condizione di ridistribuzione dei redditi e delle ricchezze. Lo sa ormai anche un bambino che non ci sarà crescita per anni, anzi, proprio il contrario, e che se si vuole sul serio tutelare l'unità nazionale e un minimo di sostenibilità sociale, bisogna solo togliere a chi ha incassato per decenni e dare a quelli a cui, per decenni, si è solo estorto reddito. Altro danaro neutrale, a disposizione, non ce n'è.

Ma certo, questo non è equidistante, e, come dice la Marcegaglia in riferimento alla contenuta proposta della CGIL di tassare, in termini di solidarietà, per due anni, i redditi oltre i 150 mila Euro, si rischia di legittimare la lotta di classe.

Con fior fiore di imprenditori parlamentari (Calearo, Colaninno, ecc.), come potevasi sostenere tale proposta? La spaccatura netta tra chi nel PD ha sostenuto lo sciopero FIOM e FP del 13 febbraio e chi vede con favore la pratica dell'accordo separato è la fotografia della questione.
Insieme all'altra sui diritti civili, quella di Eluana e del diritto di scelta sulle questioni più intime e profonde delle persone.

Il PD era (è) diventato il campo di battaglia di sollecitazioni che arrivavano da ogni parte, da tutti i poteri, forti o meno, con la stabile e ieratica presenza della Curia di uno Stato estero che perpetua la sua ingerenza istituzionalizzata, consentita, quando non addirittura domandata.
Il campo di battaglia è saltato.

Il crollo del PD e della seconda Repubblica - di questo si tratta - è la fine dell'interesse generale concepito come interesse di tutti, cioè di nessuno. Quando la politica è uno, nessuno e centomila, vince il richiamo della foresta.
Vince qualcuno.

E' paradossale che tutto ciò avvenga nel bel mezzo dello sgrtolamento di un sistema di valori finanziari, di modelli produttivi e dei suoi corollari ideologici che il meglio della sinistra aveva saputo a suo tempo individuare e prevedere, senza essere ascoltata. La migliore delle occasioni per una politica di sinistra si trasforma apparentemente, nella debacle. Ma è davvero così?

Io penso che la fine del PD, così come lo abbiamo conosciuto, costituisca invece almeno una possibilità del recupero di questa occasione. Certo, la "cultura" politica di cui è intrisa gran parte della classe dirigente di questo partito, non lascia immaginare una rapida diversa ricomposizione del centro sinistra italiano. La paura è forte. Non si è più abituati a rischiare. Ma il fattore crisi incalza.

Ciò che non farà la razza politica lo decideranno gli eventi, nel bene, speriamo, o nel male.

Rodolfo Ricci da www.emigrazionenotizie.org

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