opinioni

Per una manutenzione razionale del bacino del Paglia

venerdì 13 aprile 2018
di Luca Verrucci
Per una manutenzione razionale del bacino del Paglia

Mi sembra utile approfondire un aspetto relativo alla manutenzione degli alvei del Paglia e dei suoi affluenti, recentemente sollecitata dall’associazione “Val di Paglia Bene Comune”. L’istanza rientra in una giusta esigenza di gestione del territorio, da attuare sotto forma di cure continue, sistematiche e diffuse, ma può nascondere un’insidia.

Quello della pulizia degli alvei, ed in particolare del taglio della vegetazione, è infatti un problema da trattare con attenzione perché ha risvolti a volte contraddittori: rimuovere gli ostacoli al deflusso della corrente dei fiumi e dei torrenti non va sempre nella direzione della difesa dalle inondazioni. Se gli ostacoli possono essere trasportati dalla corrente di piena, essi tendono ad accumularsi in corrispondenza di restringimenti del flusso (ponti o tombini) determinando localmente un significativo innalzamento del livello dell’acqua.

In tal caso la loro presenza minaccia la sicurezza degli abitanti e delle attività che si trovano in prossimità del restringimento stesso. È questo il caso tipico dei tronchi di alberi morti oppure di alberi vivi che, per la loro mole ed età, sono poco flessibili e rischiano di essere rotti e trasportati.

Una parte della vegetazione è invece ben ancorata al terreno oppure cresce in tratti in cui la corrente, anche in caso di piena, non ha la forza di rimuoverla. E’ questo il caso degli alberi e degli arbusti ben radicati, più giovani e flessibili, e di quelli più vecchi, ma cresciuti in zone marginali o golenali.

Anche lungo i fossi minori, ad eccezione dei tratti montani particolarmente ripidi, la corrente non può raggiungere la violenza necessaria per estirpare o spezzare gli alberi. Questo tipo di vegetazione, come tutti gli ostacoli stabili, rallenta la corrente e può contribuire anch’essa a un innalzamento dei livelli di piena, ma si tratta di un fenomeno di entità più limitata in quanto diffuso lungo l’intero sviluppo dei corsi d’acqua.

Nell’ambito degli interventi di manutenzione, è necessaria la rimozione della vegetazione potenzialmente trascinabile dalla corrente, in quanto l’occlusione di un restringimento è quasi sempre pericoloso. L’eliminazione di ogni ostacolo al deflusso andrebbe invece il più possibile evitata.
Infatti il rallentamento della corrente e il moderato innalzamento del livello procurati dagli ostacoli stabili va a rafforzare un’importante proprietà del bacino: la capacità di immagazzinare volumi di acqua piovuta, ritardandone il deflusso verso valle.

Maggiore è il rallentamento tanto più le piene dei singoli affluenti arriveranno a valle in tempi differenti, determinando un’onda di piena complessiva meno intensa. In altre parole, rimuovere tutti gli ostacoli al deflusso ed estendere eccessivamente il taglio della vegetazione significa intensificare l’onda di piena che si verificherebbe a valle degli interventi.

È vero che mantenere una ricca vegetazione naturale nei torrenti significa dover ammettere, in occasione di eventi di pioggia più severi, il verificarsi di esondazioni diffuse. Tuttavia, laddove i danni prodotti siano di entità limitata, questi fenomeni sono senz’altro da preferire agli ingenti danni e al pericolo di un’onda di piena complessiva molto alta, quale quella che si produrrebbe per la confluenza pressoché simultanea delle correnti di tutti i rami del bacino ben “ripuliti”.

Nel caso del Paglia, l’altissima vulnerabilità della zona di Ciconia e Orvieto Scalo indica in maniera ancora più netta come sia necessario preservare e intensificare le proprietà di laminazione naturale di tutto il bacino a monte.

L’obiettivo del danno nullo è illusorio in occasione delle piene più gravi. Soprattutto a causa di decenni di mancata o finta pianificazione territoriale. E’ realistico invece l’obiettivo di ridurre i danni o quello di non accentuarli in un atto di irrazionale interventismo rivolto al controllo della vegetazione.

Pubblicato da Gianni Cardinali il 13 aprile 2018 alle ore 12:24
http://www.orvietonews.it/ambiente/2013/11/12/il-paglia-e-l-alluvione-del-novembre-2012-lettera-aperta-al-sindaco-di-orvieto-36520.html
Pubblicato da Vittorio Fagioli il 13 aprile 2018 alle ore 14:50
Condivido il contenuto dell’articolo e le preoccupazioni di Luca Verrucci. Infatti da più parti c’è una aria montante per realizzare business circa la pulizia degli alvei del Paglia (realizzazione di biomasse da bruciare). Come giustamente sostiene l’articolo “l’eliminazione di ogni ostacolo al deflusso andrebbe il più possibile evitata” per le conseguenze che potrebbe portare in caso di piena del fiume.
Le associazioni dell’Orvietano che partecipano di diritto al “Contratto di Fiume per il Paglia” nell’incontro con il sindaco Germani del 23 marzo scorso hanno fatto presente tale pericolo, unitamente ad altri, e per sostenerlo hanno proposto all’interno del Contratto di Fiume uno specifico convegno da tenersi ad Orvieto nei prossimi mesi.
Il problema c’è, e non affrontarlo, unitamente ad altri problemi relativi al rispetto del fiume, non farebbe l’interesse del nostro fiume. Bisogna infatti imparare a difendersi dai fiumi, rispettando i fiumi.
Vittorio Fagioli, coordinamento associazioni ambientaliste Orvietano, Tuscia e Lago di Bolsena
Pubblicato da Massimo Luciani il 14 aprile 2018 alle ore 09:35
Quello della vegetazione a mio parere è un falso problema è lo dico senza mezzi termini serve solo a chi ha interessi speculativi sulle biomasse. In condizioni normali la vegetazione non costituisce alcun problema, solo in caso di piene eccezionali ci può essere un reale rischio. Per questo è sufficiente tenere puliti i lumi delle arcate dei ponti.
Ti invito a partecipare a convegno di cui parla Vittorio Fagioli nel commento precedente.
Pubblicato da Annalisa Bambini il 17 aprile 2018 alle ore 10:59
Trattazioni ed interventi che vedono coinvolto un fiume sono tematiche complesse che spaziano su molteplici aspetti.
Il fiume è un elemento vivo e mutevole nel tempo. Nelle stagioni, negli anni, nei decenni, nei secoli.
Alcuni fiumi, come il Paglia, storicamente ci hanno insegnato che i loro flusso e corso sono variabili.
Soltanto nell’ultimo decennio si è assistito ad un’importante esondazione nel 2012; un ritiro delle acque nel 2017 e ripetute piene, pur contenute, nei primi mesi del 2018.
Tante variazioni discendono da fattori climatici.
Tante variazioni di corso, flussi, intensità, estensioni, discendono da azioni antropiche.
Disboscamenti, diradamenti della vegetazione, colture per lo più intensive che occupano appunto grandi distese, modificazioni orografiche, escavazioni e trivellazioni, cementificazioni, spesso condizionano il percorso ed il flusso del fiume, ma soprattutto la velocità del defluire dell’acqua. Interventi che modificano anche gli aspetti paesaggistici, naturalistici e visivi di un’area. Urbanizzazioni che vengono poste indifferentemente a monte, a valle o in una cassa di espansione di un fiume. Interventi che mettono a repentaglio l’incolumità umana e non solo e che portano spesso a rischi di dissesto idrogeologico, frane, inondazioni e danni ad infrastrutture ed edificato.
Per far convivere e coesistere gli aspetti naturali con le urbanizzazioni e le colture agricole si deve ricorrere il più possibile ad una rivalutazione dell’intero organismo fiume, tralasciando le presunzioni antropocentriche.
Per questo prima di qualsiasi azione che miri alla mitigazione di eventuali danni e rischi è necessario conoscere e valutare : quindi un Convegno di esperti per una corretta presa di posizione verso la Natura del Fiume.
Pubblicato da Davide Orsini il 18 aprile 2018 alle ore 04:44
Sottoscrivo tutto quanto detto sopra. Aggiungo che cementificare le sponde del fiume, magari innalzando barriere con l'illusione di contenere il flusso delle acque durante le piene è una non-soluzione, anzi tale scelta aggrava la situazione in quanto rende ancor più veloce il percorso del fiume. Già negli anni '30 quando si fecero alcuni lavori di mitigazione del rischio a causa delle ricorrenti piene che minacciavano la stazione ferroviaria di Orvieto, il prefetto scrisse un rapporto circa le soluzioni adottate, rimarcando che cementificare le sponde avrebbe peggiorato la situazione. Parliamo di quasi 90 anni fa (la documentazione è reperibile presso l'Archivio di Stato). A Houston (che ho visitato la scorsa settimana) gli ingegneri hanno radicalmente modificato il piano di mitigazione del rischio dopo l'uragano Harvey. Ora il letto del fiume è circondato da piste ciclabili, camminamenti, ed altre strutture ricreative pensate e realizzate con materiali che possono resistere alle esondazioni. Il concetto di fondo è che quelle aree sono pensate non per contenere (impossibile) ma per dare spazio al fiume in caso di piena. Questo modo di progettare un parco urabano limitrofo al fiume unisce criteri di sicurezza e flessibilità delle strutture che non ostruiscono il flusso delle acque, e non creano barriere che ne aumentano la velocità: https://www.citylab.com/equity/2017/09/houston-will-certainly-rebuild-heres-how-it-should/539097/

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