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Zaira

lunedì 23 maggio 2016
di Anna Marchesini
Zaira

Non ho mai incontrato in tutta la mia vita nessun'altra che si chiamasse Zaira. Zaira era un pezzo unico. Era per quel suo modo di essere semplice e onesto, senza orpelli, attento ai bisogni degli altri. Pareva andasse in giro annusando come un cane da tartufi il bisogno di aiuto, di misericordia, di tempo. Il suo tempo per le solitudini degli altri certamente, ma di più e in modo più estremo, era quel suo modo di vivere dedicato a Dio, spirituale non solo, mistico quasi.

Il fatto è che in questi suoi pellegrinaggi orvietani in giro per Madonne, ospedali, corsie maschili e femminili, la mamma possedeva una specie di programma dei ricoverati, del tipo di quelli per l'opera, solo aggiornato con il passaparola. Trotterellava attraverso le corsie, interminabili corridoi come sentieri boschivi, annusando fervidamente. Qualche tartufo si trovava sempre ma in ogni caso specie nelle giornate di pioggia, se non erano tartufi qualche fungo si racimolava. Anche un parente del fratello della cognata del cugino della moglie del figlio della suocera di un conoscente andava bene. Era sufficiente che stesse nel letto da solo. In ogni caso, in giro per cimiteri domiciliari dai moribondi, chiese e presepi coinvolgeva anche me e mia sorella. Conoscevamo una trentina di Madonne.

Passare a salutare le Madonne costituiva l'apertura delle nostre passeggiate pomeridiane. La più gettonata era quella delle suore di Maria Bambina perché con tre Pater Aver e Gloria dava l'indulgenza. “Mezzogiorno suona, gli Angeli cantano, la Madonna adora sia ringraziato Dio che ci ha fatto arrivare a quest'ora”. Come gocce di profumo nel fazzoletto la mamma imbeveva la giornata di piccole filastrocche noiose, per noi, pensieri elevati al cielo per Zaira. Zaira era instancabile. A lasciarla fare se non avesse avuto ingombri e fardelli famigliari, non proprio missionaria, ma una sistemata al continente africano l'avrebbe data! “Vi saluto poveri morti (Gianni, da piccolo, temeva che un giorno o l'altro quelli avrebbero risposto), Dio vi salvi e vi conforti, siete stati come noi, saremo come voi”. E questa era riservata al passaggio davanti al cimitero, ma non solo!

Pochi giorni fa a Pavia è entrato nel mio camerino un signore orvietano che era stato allievo della Zaira. Mi parlava di lei, dei suoi insegnamenti indimenticati, della sua allegria, del suo entusiasmo evidente di essere una maestra. Maestra, il suo sogno di figlia intelligente di contadini per bene. Nel suo libro “Maestra, ma voe lo sapete quanno pisciono le galline? Dal diario di una maestra di campagna" ci sono tutti i giorni di quella che nell'immediato dopoguerra doveva essere stata una vera avventura: i suoi viaggi sull'asino per raggiungere i paesini sperduti nelle campagne, sotto il sole, sprofondata dentro alla neve, la sua vita insieme all'altra maestra che abitava con lei nella casetta sopra la scuola; i suoi capelli ricci, le calze di lana, le feste di paese dove tutti la chiamavano Signora Maestra, le chiacchierate con la “collega” sedute sui gradini per prendere un po' d'aria.

Quelli mi sono sembrati i suoi giorni felici, un tempo in cui, il sogno realizzato, tutto era possibile. Essere maestra è stata sempre la tua felicità. Ci hai scritto un libro dove racconti aneddoti e storie che avevi amato, che ti hanno divertito e che hai contributo a cambiare, esalti l'entusiasmo dei mesi dedicati alla scuola. Ad un certo punto però il racconto cambia passo quando parli dei mesi di vacanza, per la prima volta nomini noi, il babbo non compare neanche. Racconti del tempo e dei giorni dedicati a noi: ogni mattina in Confaloniera, la colazione portata da casa, contenitori e barattoli pieni di macedonia oppure crema oppure pizza di Pasqua con le visciole.

Le pizze di Pasqua e le visciole le faceva la mamma e duravano dai quattro ai sei mesi. Era tutto un imboccare, pulire, asciugare, noi ronzavamo intorno alla panchina dove lei sedeva sfinita. E il passaggio che di tutto il libro mi ha colpito di più perché rivela la verità profonda e inconfessabile è tu che liquidi in cinque mirabili parole: “Le vacanze non finivano mai!”.
Troppo figa mamma! Quell'ammissione spazza via senza alcun dubbio quell'immagine sacrificale di mamma tutta dedita alla casa, alla famiglia e ai doveri. Ma de che! Zaira era uno spirito, sì ma libero, libero. Se fosse stata sola, a lasciarla fare sarebbe stata in grado di compiere gesti grandi e piccoli, titanici, ispirati e spirituali, vestirsi di rosari e ballare con i poveri. Gesti che forse in segreto ha anche compiuto e che rimarranno nel fiume carsico della memoria. Perciò gentili signore e gentili signori io qui oggi chiedo anzi propongo ma di più e a gran voce invoco: “Zaira santa subito”.

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