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Il Duomo non è un museo

giovedì 21 aprile 2016
di Igino Garbini
Il Duomo non è un museo

Nel varcare per la prima volta la soglia del Duomo di Orvieto si avverte improvvisamente l’emozione di accedere in uno spazio speciale, dove ogni cosa pare voler predisporre il nostro animo all’accoglimento del Mistero e dove potrebbe diventare possibile anche l’unione fra Cielo e terra. La comunità dei credenti coglie immediatamente che in questo luogo tutto appare funzionale alla trionfale attualizzazione del sacrificio ultimo e definitivo del Figlio di Dio. Anche i visitatori che provengono da culture lontane si rendono comunque conto di trovarsi in un ambito attraversato da misteriose suggestioni, di essere comunque entrati in posto che non ha niente a che spartire con le gallerie di un museo.

L’architettura interna di questo luogo non è infatti un insieme disordinato di elementi costruttivi che racchiudono un vuoto qualsiasi ma è piuttosto una felice realizzazione di uno spazio che partecipa alla percezione del Trascendente. Camminare qui, essere presenti fisicamente in questa dimensione spaziale, significa anche provare esperienze nei diversi movimenti dell’animo, cogliere la grazia di profonde e straordinarie emozioni. Come la percezione di questo spazio muove, scuote l’uomo, come parla all’uomo, come invita tutta la comunità a vedere nella stessa parte è l’essenza stessa dell’architettura utilizzata per costruire la cattedrale.

Qualche volta mi è capitato di uscire dall’Atrio dei Gentili durante le ore del tramonto per entrare nel tempio, proprio quando il rosone della facciata è attraversato da un raggio di sole che arriva fino al crocefisso sopra l’altare. Questa luce così intensa pare voler suggerire a chi rivolgersi, come partecipare alla presenza del reale e forse come riuscire a pregustare i beni del Regno dei Cieli. È più facile capire a quell’ora il senso dell’armonia delle luci con ombre, degli spazi vuoti con i manufatti, come se venisse seguita una partitura musicale con suoni e pause.

L’eccedenza comunicativa barocca mi pare abbia piuttosto cercato di moltiplicare i punti di vista, non tanto di unificarli e mi pare che con i tanti effetti speciali abbia fatto un po’ perdere il senso dell’importanza di guardare dalla stessa parte. È vero che la storia della teologia sarebbe incompleta se non si riservasse la dovuta attenzione a tutte le realizzazioni artistiche, comprese le statue in discussione, ma non possiamo tuttavia sottrarci al dovere di conservare l’integrità della spiritualità che pervade questo luogo e che efficacemente partecipa ad indirizzare il cuore degli uomini all’andare oltre, a favorire l’innata voglia di trascendenza.

In questi tempi di globalizzazione e di ricerca di specificità, forse dovremmo cominciare a riconoscere e valorizzare l’incanto di alcuni luoghi come parte integrante del resto del nostro patrimonio culturale.

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