opinioni

Cinque stelle e tre caravelle

lunedì 7 dicembre 2015
di Mario Tiberi
Cinque stelle e tre caravelle

Mi succede sempre più di frequente di difficilmente sapermi districare tra i grovigli dei confini ultimi che separano il conosciuto dall’ignoto, nell’incessante altalena del riflusso nell’oblio di molte realtà date illusoriamente per certe perché apparenti come stabilmente acquisite, e dello scavalcamento verso la luce della verità spesso offuscata da dimensioni di tenebra rischiarate, solo e parzialmente, dai lumi dell’intelletto attraverso la cognizione.

Sui banchi di scuola, ai tempi di quando frequentavo il Liceo Classico, una eccellente insegnante di lingua e letteratura italiana, donna dalle larghe ed aperte vedute culturali travalicanti le catene montuose delle Alpi, mi invitò ad avvicinarmi allo studio di una corrente filosofico-letteraria denominata “Dadaismo” affinché imparassi, fin da giovane, che la realtà non si esaurisce solamente in ciò che si vede, si sente o si può toccare con mano ma che, anche il surreale e l’utopico, debbono essere tenuti in degna considerazione se non si vogliono perdere occasioni importanti di crescita spirituale e di allargamento dei propri orizzonti esistenziali.

Nonostante le vissute convulsioni di questi ultimi tempi, dovute all’appesantirsi della crisi politica ed economico-finanziaria gravante su quello che fu il nostro “Bel Paese” e generata da attempata “mala gestio rei publicae”, mi sono comunque imposto alcuni ritagli di spazio e di tempo da dedicare alla riflessione e all’approfondimento di un qualche tema di nodale orientamento.

La società contemporanea è malata di abulica apatia e di eccesso di egoismi individualistici che, in una visione nefasta e distorta di squilibrati rapporti all’interno di comunità coercitivamente destrutturate, finiscono inevitabilmente per sfociare nell’esatto opposto rispetto al bene supremo rappresentato dalle libertà: nasce da qui la mala pianta nelle cui radici germoglia l’affermazione trionfale del totalitarismo, prima come “forma mentis” e, poi, come realizzazione pratica.

Totalitario è ogni sistema che esclude tutto ciò che non è conforme ad esso; tende così a sopprimere qualsiasi diversità che ha in sé le potenzialità di intaccarne la sua essenza monolitica, omogenea ed ontologica e, quindi, consente la sola sopravvivenza di censiti e accuratamente selezionati elementi, funzionali unicamente a se stesso. Si potrebbe arrivare a dire, attraverso un cinico gioco di parole, che la natura più intima dell’essere totalitario risiede nel suo rappresentarsi come “total-elitario”.

In politica, totalitarie sono le forme statuali in cui, con lo strumento del pensiero e del partito unico, si perviene alla strutturazione ideologica della dittatura; in economia, totalitario è lo statalismo collettivistico che nega la proprietà privata dei mezzi di produzione di beni e servizi; ma lo è anche il capitalismo selvaggio quando non è corretto da interventi di etica redistributiva della ricchezza scaturente dal dispiegarsi degli effetti del libero Mercato.

Anche se da alcune mie prese di posizione potrebbe apparire il contrario, non sono mai stato un estremista ed, anzi, mi sono sempre sforzato di ricercare stadi di equilibrio intermedio tra dimensioni divaricate e divergenti trovando nel popolarismo, fondato sul pluralismo solidaristico e sulla democrazia sostanziale, quella concezione umanitaria e comunitaria della società che, unica, può davvero essere fonte di liberazione dalle gabbie del qualunquismo e della rassegnazione servile.

Il marxismo-leninismo, o per meglio dire il comunismo sovietico di stampo stalinista, è stato clamorosamente e definitivamente sconfitto dalle esperienze tragiche e fallimentari del socialismo reale; il cattolicesimo democratico versa in obiettive difficoltà a causa della sua involuzione verso derive spesso conservatrici: non riesco ad intravedere, all’orizzonte, altro se non una rivisitazione in chiave moderna del pensiero sociale cristiano, laicamente popolare e civilmente rivoluzionario , e che non ho difficoltà alcuna a ribattezzare come il “neo-popolarismo democratico”, nuova frontiera di una ritrovata ideologia politico-filosofica per tutti coloro che aspirano ad un ordine sociale più dischiuso, più ugualitario, più armonico, più giusto.

Per realizzare ciò occorre, però, uscire in mare aperto a bordo di tre ideali caravelle: la prima rappresentata dalla Politica, intesa quale teoria e prassi dell’organizzazione dello Stato e della sana amministrazione degli affari pubblici (ovviamente quelli leciti); la seconda dall’Etica, quale guida suprema per la salvaguardia della dignità e della integrità della persona umana; la terza dalla Dialettica, quale strumento di libera e leale e corretta comunicazione dei e tra i cittadini. Al termine della traversata marina, l’approdo non potrà che essere quello della riconquista di cinque luccicanti stelle: la libertà, la civiltà, la giustizia, l’uguaglianza, l’onestà. Di queste il MoVimento ne dovrà simboleggiare la punta di diamante!

Non so quanti condivideranno tale ragionamento e tale impostazione; ma se il corso degli eventi dimostrerà anche una benché minima base di fondatezza alle esposte argomentazioni, allora sarà come aver riscoperto “L’uovo di Colombo”.

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