opinioni

Allora lui insignificanze

domenica 14 giugno 2015
di Fausto Cerulli
Allora lui insignificanze

Da allora lui cominciò a diffidare delle persone insignificanti. O meglio, per essere più precisi, cominciò a dare un significato a tutte le persone; e ad averne paura. Erano anni, ormai, che aveva smesso di bere, era stato anche in una clinica specializzata dove ti insegnano a smettere di bere dandoti ogni sera quattro pasticche di colore diverso, e facendoti una iniezione all’alba. E se chiedevi spiegazioni, o volevi sapere di quali farmaci si trattasse, ti guardavano con una certa commiserazione e ti dicevano che se un alcolista non si fida di chi lo cura, resterà alcolista per tutta la vita.

La verità è che aveva smesso di bere come si smette di leggere un certo giornale. Aveva smesso perché non gli piaceva più il sapore dei vini o dei liquori, era stata la fine di un amore, senza drammi e senza il solito restiamo amici. Ma per la gente del paese era restato un uomo dal gomito alzato. E lui, per non stare a discutere, aveva preso l’abitudine di passare le giornate su una anchina nel piazzale della Stazione. A guardare chi partiva e chi arrivava, a cercare di carpire, ma senza troppo interesse, le conversazioni tra ragazze con i pantaloni a filo di pube e ragazzi travestiti da poveri, che attendevano l’autobus per andare in qualche villaggio vicino.

Ogni tanto qualcuno gli rivolgeva la parola, gli chiedeva del suo stato di salute, gli diceva come mai non ti fai sentire più. E lui non rispondeva mai, sorrideva soltanto. E cercava di instillare in quel sorriso quanto più di ebete gli riuscisse di esprimere.
Poi. Sì, perché un poi è inevitabile, una mattina uscì dalla stazione una donna scialba, con un corpo come mille, con un volto inespressivo, una valigia vecchia in una mano e una bottiglia di cattivo brandy nell’altra. Si guardò intorno, respinse la richiesta di un tassista che le chiedeva se poteva portarla a qualche destinazione, portò alla bocca la bottiglia e bevve un sorso, soltanto un sorso.

Era una mattina rigida, la panchina era assolata; e lei scelse, come in una scelta di vita, che una vale l’altra, di sedersi su quella panchina. Più che sedersi, si sciolse; allungò il corpo seguendo le curve della panchina e si confuse con essa; ed a lui, chissà come, venne in mente un’immagine di tanti anni prima, le giraffe che sembrano assumere il colore delle piante e scompaiono come giraffe e si fanno radice di pianta. Lei parlottava con se stessa, diceva che era stanca ma che non era quello il punto importante. Guardava ogni tanto verso di lui come se stesse guardando un film che non la interessava. Soltanto due volte gli rivolse la parola: una volta per chiedergli se voleva bere un goccio, ricevendone un rifiuto gentile.

E una volta per chiedergli di accompagnarla al cimitero. Lui, al cimitero, non è che ci andasse spesso: anzi, a dire il vero, non sapeva neppure dove fossero sepolti i suoi parenti, neppure quel suo fratello che era morto mentre lui stava a disintossicarsi. Comunque decise di accompagnarla; sarebbe stata, si disse sorridendo, una sorta di rimpatriata, e poi i morti non ti chiedono nulla, se ne fregano di come stai. Soltanto, le disse, bisogna aspettare che passi il freddo. Andremo a mezzogiorno, sarà meno freddo; perché il cimitero sta in alto e c’è vento. Fino a mezzogiorno lei fece quattro o cinque volte il giro del piazzale, bevve altri tre o quattro sorsi di brandy, si pettinò e poi si arruffò i capelli e poi li pettinò di nuovo e non era agitata.

Lui la guardava senza insistenza; era una delle tante persone che partono e arrivano. A mezzogiorno lui le disse ora possiamo andare, ora parte l’autobus per il cimitero. Dopo un quarto d’ora erano davanti alla porta del cimitero, accanto al chiosco dei crisantemi. Lui le chiese se sapeva da quale parte andare, il cimitero era grande, avevano fatto anche un padiglione nuovo, le case popolari dei morti. Lei disse che cercava la tomba di un vecchio amico, ma non sapeva dove fosse la tomba, o il fornetto, o magari la cappella gentilizia. Fortunatamente l’addetto al cimitero aveva un enorme registro, dove erano segnati i nomi dei morti negli ultimi venti anni, con l’indicazione del luogo della sepoltura. Fu rintracciato il nome, e l’addetto indicò con un vago gesto della mano un luogo su verso l’alto, nella parte nuova, quella con le colonne di fornetti e le foto dei morti.

Si avviarono dunque per i sentieri del cimitero, lei lo teneva per mano come se avesse avuto paura di essere lasciata sola. Erano gli unici visitatori del cimitero, in quell’ora strana ed in un giorno in cui in genere i vivi non pensano ai morti, anche se qualche morto pensa a qualche vivo. Lui si era addentrato in un soliloquio tutto mentale sulla differenza tra i vivi ed i morti, e sulla sottile
linea d’ombra- o di luce, chi può dirlo- che li divide. Ma il pensiero di lui, che era tornato lucido dopo il lungo annebbiamento alcolico, aveva preso usanza e gusto a divagare. Fu allora che gli venne in mente la storia vera di una bella donna tedesca che era diventata l’amante di un bel giovane del posto.

E lei, per consumare gli amplessi, amava il silenzio complice del cimitero; forse una perversione, forse un gesto di solidarietà verso i morti, che lei immaginava guardoni degli slanci amorosi. Ricordare quella storia, e pensare di fare sesso con la donna in cerca del morto, fu tutt’uno. La spinse contro il muro di cinta, lei non fece resistenza. Si presero con rabbia e dopo risero forte: e bevvero tutti e due alla bottiglia che era caduta sull’erba. Poi cominciarono a cercare la tomba, tra tutti quei fornetti tutti eguali. Decisero di cercare ognuno per proprio conto, per far prima. Lui si fece dare una descrizione delle fattezze del viso del morto, e andava cercandole tra le orrende immagini dei morti fotografati in vita.

Lei ogni tanto lo chiamava, era disperata; non riusciva a trovare la tomba dell’amico morto. E si chiedeva perché la stesse cercando, e ci beveva sopra. Si sedettero nell’ombra di una cappella di famiglia, lei fumò nervosamente una sigaretta: poi gli disse tu non dovevi venire, tu non sei nessuno. E lo colpiva con piccoli pugni sul petto. Poi si calmò. Ripresero la ricerca: e lui vide finalmente la foto che somigliava alle fattezze che lei gli aveva descritto. Stava per chiamarla, poi si accorse che quella foto era la foto della propria carta d’identità. E il nome sotto la foto era il suo nome.

Coincideva anche l’anno di nascita; quello della morte era di quattro anni prima. Fu allora che comprese che era morto da tempo, senza accorgersene. Doveva far tornare i conti della morte e della vita. Lei lo chiamò, lui non rispose. Lei chiamò ancora: silenzio assoluto. Poi infine lo vide; accartocciato in terra, ringiovanito di quattro anni. E con una mano sul cuore, come a fermare l’infarto che lo stava uccidendo.

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