opinioni

La Palude

mercoledì 22 aprile 2015
di Aldo Sorci
La Palude

Il Governo ha presentato al Parlamento il Documento di Economia e Finanza (DEF) per il triennio 2016/18. Il prodotto interno lordo (PIL) dovrebbe crescere dello 0,7% il prossimo anno e dell’1,5% nel biennio successivo. Nel 2017 verrebbe riassorbito il deficit pubblico pari al 2,6% del PIL nel 2015 e la pressione fiscale, in salita nel 2016 dal 43,5% al 44,1% è prevista in calo nell’anno successivo. Il debito pubblico, in aumento al 132,5% del PIL nel 2015 scenderebbe al 127,5% nel 2017.

In sintesi, il Documento certifica la ripresa dell’economia, ma conferma anche il permanere in prospettiva della criticità di due parametri fondamentali: disoccupazione e debito pubblico che non giustificano i toni ottimistici con cui è stato illustrato da parte del governo. In merito può essere interessante ricordare che già molto tempo prima degli interventi della Banca Centrale Europea (BCE) sulla liquidità (cosiddetto Q. E., cioè acquisti di titoli pubblici sui mercati secondari) e del varo di alcune riforme nel nostro Paese, importanti fenomeni “esogeni” facevano intravvedere una ripresa ciclica anche per l’economia italiana. Mi riferisco alla svalutazione dell’euro rispetto al dollaro, al contestuale crollo del prezzo del petrolio, alla diminuzione del costo del denaro, allo sviluppo del commercio internazionale.

Con l’azione della BCE l’euro si è ulteriormente svalutato ed il costo del denaro è sceso a livelli bassissimi, tanto che Draghi ritiene merito suo la ripresa dell’economia nel complesso dell’eurozona (e non solo in Italia). Ma al populismo ottimista del capo del governo è venuto in mente di evocare anche l’esistenza di un “tesoretto” che in realtà non c’è, nel senso che non è custodito in nessuna cassaforte del Ministero dell’economia come il suggestivo termine farebbe pensare; si tratta, infatti, di una mera ipotesi di aumento del PIL superiore al previsto e quindi di un auspicio, legittimo quanto si vuole, ma tutto da verificare.

Eppure su questa “arma di distrazione di massa” come è stato acutamente definito il presunto tesoretto da 1,6 miliardi di euro, si è scatenato ciò per cui era stato evocato e cioè la corsa dei questuanti, la guerra fra categorie (e fra poveri, sempre più numerosi purtroppo in Italia), affinché il governo si ricordi di loro. Perfino gli imprenditori, che pure hanno ottenuto quanto richiesto al governo (riduzione dell’IRAP, decontribuzione per gli oneri sociali, riforma del mercato del lavoro, abolizione del reato di elusione fiscale, per citare i più importanti provvedimenti), sono preoccupati e chiedono che non vengano distolti i fondi a loro destinati.

È ormai evidente che il governo italiano ha scelto di delegare le imprese, di non fare una politica economica mirata: “si è arrivati al punto che le aziende prima prendono gli incentivi per le assunzioni, poi licenziano e ci guadagnano anche”. Eppure sarebbe possibile procedere in modo più equilibrato, sarebbe anzi opportuno. Le riforme sono necessarie per rilanciare l’Italia, ma è insensato ritenere che ogni osservazione, ogni tentativo di ricerca di migliorare quanto proposto dal “partito del premier” venga bollato come un atto di lesa maestà, fatto da chi non vorrebbe il progresso, che siano i sindacati, definiti medioevali o i dissidenti all’interno di quello che fu il P.D. i quali alimenterebbero la “palude” dell’immobilismo.
La vicenda ultima relativa alla riforma della legge elettorale (Italicum) è emblematica e preoccupante.

I “coraggiosi” sopravvissuti parlamentari del P.D. in disaccordo con un provvedimento che unitamente alle riforme costituzionali in corso, a detta di molti esperti potrebbe causare rischi per l’equilibrio democratico, sono stati sostituiti in Commissione alla Camera con parlamentari fedeli al premier. Il quale così “tira dritto”, “va avanti su tutto”, “non si ferma mai”… “no alla palude” come titolano con evidente soddisfazione importanti quotidiani.
Ebbene, a dimostrazione del fatto che le ragioni dei dissidenti possono essere anche ben motivate e nobili, sottopongo all’attenzione dei lettori quanto scritto il 13 aprile dal costituzionalista Michele Ainis: “l’Italicum premia il partito vittorioso, determina l’investitura diretta del premier, spegne l’opposizione e le impedisce ogni funzione di controllo. Il voto diventa un plebiscito, il plebiscito muta i parlamentari in plebe”.

Continuo a temere che l’idiosincrasia per il confronto e la mediazione, la minimizzazione dei corpi intermedi dello Stato, la denigrazione di voci contrarie, in sintesi il populismo un po’ arrogante, possa costituire la vera palude e cioè il terreno di coltura favorevole per la nascita e lo sviluppo di potenziali insidie per la vita democratica.

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