opinioni

Quarta rivoluzione: la distruzione dello Stato sociale

mercoledì 24 settembre 2014
di Aldo Sorci

Sotto la spinta delle difficoltà dei bilanci pubblici e delle pressioni dei liberisti radicali, lo Stato sociale è da tempo ovunque sotto attacco.
Il mensile “IL” del gruppo Il Sole 24 Ore ha dedicato recentemente ampio spazio al saggio di due giornalisti dell’Economist dal titolo: “The Fourth Revolution”, che dovrebbe riguardare, come le precedenti, il ruolo dello Stato nella società. Gli autori rendono omaggio a Thomas Hobbes e John Stuart Mill, filosofi ed economisti liberisti inglesi, mentre non riservano uguale trattamento ai coniugi Beatrice e Sidney Webb, connazionali, ma socialisti. Hobbes nel XVII secolo attribuì allo Stato il compito di garantire l’incolumità dei sudditi e l’equilibrio tra il desiderio di libertà e la paura di sopraffazione. J. S. Mill, oltre un secolo dopo, affidò allo Stato la missione di tutelare la libertà, la meritocrazia e l’incentivo. A differenza delle prime due, la terza rivoluzione, quella moderna attribuita ai coniugi Webb con l’introduzione del Welfare State “e le sue scuole, gli ospedali, i sussidi di disoccupazione e così via”, viene giudicata negativamente.

È difficile e spesso arbitrario attribuire ai singoli, sia pure di grande spessore culturale, mutamenti rilevanti nella società e nelle istituzioni. Il pensiero procede per gradi ed anche i geni sono debitori verso chi li ha preceduti e risentono del contesto in cui hanno vissuto. Appare inoltre arbitrario ridurre il lavoro di personalità così complesse ad una sintesi strumentale a sostegno delle proprie tesi.
È vero che Hobbes considerò lo Stato come garante e la libertà di commercio come una legge di natura, ma ammise che lo Stato deve intervenire, come afferma, “sia per vigilare affinché nessuno rimanga ozioso, sia per limitare imperativamente le spese voluttuarie dei suoi sudditi”. Analogamente, è vero che Mill auspicò lo Stato liberale ma, considerando l’economia composta anche di arte oltre che di scienza, distinse tra la produzione della ricchezza “le cui leggi e condizioni partecipano del carattere delle verità fisiche” e la sua distribuzione “che è una istituzione esclusivamente umana”, e può essere modificata. In relazione alla sua sensibilità verso la povertà e alle sue affermazioni a proposito di pensatori socialisti, si parlò di “socialismo milliamo” e, successivamente, illustri storici hanno considerato Mill un precursore del pensiero fabiano, padre di quello laburista. Ricompare così, ironia dei personaggi complessi, quella idea alla base dello Stato sociale.

Solo mezza rivoluzione per rimediare agli errori dello Stato Sociale dei Webb, viene attribuita dai giornalisti dell’Economist, sul piano teorico a Milton Friedman, liberista ortodosso della ben nota scuola di Chicago e su quello pratico a Margaret Thacher e Ronald Regan. In effetti, sia in Inghilterra che negli Stati Uniti, essi tagliarono la spesa sociale, ma la loro opera sarebbe poi stata vanificata dal riflusso welfarista. Per questo è necessaria la quarta rivoluzione. Il testo riportato non dice molto in proposito, solo qualche indicazione: “le chiavi sono innovazione, dinamismo, efficienza”; non è detto “che nascerà in ambito democratico, liberale ed occidentale”, perché può esistere una alternativa asiatica e citano l’esempio della Cina che per il suo futuro guarderebbe a Singapore.
Abbiamo un buon indizio, in quanto l’indice sulla disuguaglianza dei redditi a Singapore è doppio rispetto a quello medio di Svezia, Finlandia, Norvegia, Danimarca, dove lo Stato sociale c’è e funziona anche bene. Dunque l’obiettivo della quarta rivoluzione dovrebbe essere la distruzione dello Stato sociale.

Gli attacchi al Welfare State sono continui e potenti a livello internazionale, più frequenti durante le crisi: così i più deboli vengono colpiti due volte. L’aumento delle disuguaglianze è un triste fenomeno le cui cause sono molteplici (fatti storici, culturali, geografici ed insufficienza delle istituzioni e delle regole a tutela della povertà). È acclarato che il divario cresce perché aumentano le grandi ricchezze reddituali e patrimoniali e lievita il numero dei poveri. I dati degli Stati Uniti sono indicativi: il patrimonio medio dei più ricchi (7% della popolazione adulta) è aumentato del 30% negli anni della crisi finanziaria, mentre quello della maggioranza delle famiglie è diminuito del 5%.

In conclusione, la quarta rivoluzione dello Stato è necessaria, ma per le motivazioni e con gli obiettivi opposti a quelli auspicati dagli ultra liberisti e dai giornalisti dell’Economist. Ridurre le disuguaglianze infatti, non è solo un obiettivo economico, ma un progresso civile. Ben venga lo Stato più leggero, dinamico ed efficiente, che tagli gli sprechi, ma che sia efficace nel contrastare l’iniquità delle disuguaglianze. Secondo un recente studio,in Italia i provvedimenti di ciascuno degli ultimi tre governi, incluso quello in carica,non hanno migliorato la situazione dei sei milioni di poveri assoluti stimati dall’Istat (erano poco più di due milioni nel 2007). Non ci sono, purtroppo, meccanismi automatici che consentano di attenuare le disuguaglianze, come non ci sono per garantire la piena occupazione. Serve l’intervento dello Stato che consideri questi obiettivi come prioritari. È necessaria una rivoluzione di matrice socialista direbbe Mill. Forse del socialismo del suo tempo perché la sinistra odierna, in Europa e sopratutto in Italia, è in fase di mutazione genetica dall’esito finale ancora tutt’altro che chiaro. Ma non è tempo di disperare.

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