opinioni

Su presente, passato e futuro. Conversazione sulla situazione economica del nostro paese

venerdì 23 agosto 2013
di Aldo Sorci

Le correlazioni fra passato, presente e futuro, hanno formato oggetto di una vasta letteratura che ha interessato la scienza, la filosofia, la prosa e la poesia. E dal poeta Thomas Stearns Eliot prendo queste parole. "il tempo presente e il passato sono forse entrambi presenti nel tempo futuro ...".
Non vorrei essere irriverente, ma intendo invertire l'ordine delle parole del poeta e dire cioè: per vedere il futuro, confronta il presente con il passato, e utilizzare questa presunta massima come tema per una conversazione sulla situazione economica del nostro paese.

È quanto ho avuto il piacere di fare ieri sera nel corso di un seguito e vivacissimo incontro organizzato dalla Pro-loco di Cantone, comune di Parrano, a margine della presentazione del mio libro "Raccolta". Ringrazio sentitamente a proposito Orvietonews per aver dato a suo tempo notizia e commenti sul mio lavoro.
Molte analisi sull'Italia degli ultimi venti anni, ci dicono che l'economia si è inceppata, la macchina dopo aver già rallentato nel decennio precedente, non è stata più in grado di rimettersi in moto. Mi è sembrato dunque interessante rileggere come veniva commentata la situazione all'inizio degli anni novanta e quale terapie venivano auspicate o suggerite per continuare sulla via della crescita.

Fra tanto materiale a disposizione, mi sono apparsi più idonei allo scopo due opuscoli di fonte che potremmo definire istituzionale: una grande organizzazione di categoria ed un ente pubblico. Cominciamo dal primo con un titolo già esplicito: "Il grande gap" edito dalla Confindustria nel 1990. Fra le considerazioni interessanti e le consuete lagnanze e pressioni lobbistiche in esso contenute, mi limito a citare solo una tabellina con la graduatoria dei paesi europei in base alla "dotazione complessiva di infrastrutture", composta di vari indici fra cui l'istruzione. È inutile che vi dica chi occupava i primi posti con valori molto più alti della media CEE, perché sono i soliti noti ad iniziare dalla Germania. Elenco invece gli ultimi cinque (tutti ampiamente sotto la media), ma non in ordine alfabetico né in base alla classifica: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna. Unite le iniziali ed avrete il triste e per noi avvilente acronimo PIIGS, cioè i paesi travolti vent'anni dopo dalla crisi. In altre parole le debolezze strutturali di questi paesi andavano superate perché costituivano un grave fattore di rischio, come i fatti hanno dimostrato.

L'altro documento dal titolo più programmatico, "Per una nuova politica economica del governo", è quello edito nel 1992 dal CNEL (Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro), organo costituzionale dello stato italiano. Mi limito solo a due aspetti importanti messi bene in evidenza; il primo riguarda l'assoluta inadeguatezza degli investimenti italiani in ricerca e sviluppo: nel 1990 infatti, a fronte del 2,8% del PIL che si riscontrava per la Germania e per gli USA, del 2,4% per la Francia, del 2,2% per il Regno Unito, l'Italia "brillava" per un 1,3%. Oggi, secondo i dati del 2012, il divario è aumentato perché il nostro paese non va oltre l'1%.
Una delle conseguenze di tutto ciò e che, oggi come allora, "l'Italia è l'unico tra i grandi paesi industrializzati le cui esportazioni di prodotti tradizionali, sono oltre il quadruplo rispetto a quelli dei prodotti ad alta tecnologia".

Il secondo aspetto che vorrei trattare è ancora più importante in quanto riguarda l'evoluzione dal 1974 al 1990 del cosiddetto cuneo fiscale, con il quale s'intende il prelievo per imposte e contributi sul fattore lavoro. Ad esempio, riferendoci ai dati del 1974, il costo del lavoro per l'impresa è pari a 100, ma il lavoratore percepisce solo 58, perché 42 è la somma dei carichi fiscali e contributivi. Questo carico nel 1990 era salito al 48%, aliquota sostanzialmente in linea con quella odierna, mentre allora si diceva, giustamente, che bisognava ridurla. Solo una riflessione. Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea, OCSE, istituti di ricerca ed economisti illustri, tutti concordano sull'effetto freno allo sviluppo rappresentato dal cuneo fiscale. E tutti concordano, quindi, per converso, sulla portata di stimolo all'economia derivante da una sua riduzione. E si comprende il perché anche senza essere economisti, in quanto una contemporanea riduzione del costo del lavoro per le imprese e un aumento delle retribuzioni nette, avrebbe il duplice effetto di migliorare la produttività e aumentare i consumi. Ma questo argomento non è più neanche all'ordine del giorno; ci sono invece le assurde puntate della telenovela dell'IMU sulla prima casa (e dell'Iva), divenute una questione ideologica e propagandistica.

Dieci anni fa, la relazione annuale della Banca d'Italia, a proposito della produttività affermava: "... dopo il recupero favorito dalla svalutazione della lira nei primi anni novanta, la quota delle esportazioni si è ridotta di un quinto fra il 1995 ed il 2002. Questo andamento manifesta il persistere di difficoltà legate al modello di specializzazione ed alla capacità innovativa delle nostre imprese... connessa anche con un ritardo nell'adozione e nell'efficiente utilizzo delle nuove tecnologie". Nulla da dire se non rimarcare, come è evidente, che le cosiddette svalutazioni competitive da alcuni vagheggiate attraverso un folle ritorno alla lira, sono state sempre effimere e mai risolutive.

L'ultima relazione della Banca d'Italia del 31 maggio 2013, esattamente dieci anni dopo quella sopra citata, dedica per la prima volta un intero capitolo all'innovazione ed il suo contenuto costituisce uno schiaffo al mondo imprenditoriale ed alla gestione della materia da parte del governo. Fra l'altro viene messo in evidenza che la componente privata nella spesa in ricerca e innovazione è in Italia particolarmente bassa (0,7% contro una media europea dell'1,2% e l'1,9% della Germania). Ne deriva che "l'Italia è un importatore netto di tecnologia non incorporata in beni fisici al contrario degli altri paesi avanzati". Inoltre "la specializzazione settoriale italiana è sbilanciata verso produzioni a basso contenuto tecnologico".
Qualche dato di sintesi: nel 1990 il reddito procapite dell'Italia era superiore a quello medio europeo del 16%. Dal 2010 è sceso al di sotto di quello medio e continua a scendere: le previsioni internazionali per il 2020 prospettano per il nostro paese un reddito pro-capite inferiore del 16% a quello europeo. Se così fosse, come è probabile che sia, in trenta anni le posizioni sarebbero esattamente invertite.

Volano i decenni, passano i ventenni ed i problemi che vengono evidenziati affinché siano affrontati e risolti, al contrario si aggravano. L'unico evento di rilievo è stato l'ingresso dell'Italia nell'Eurozona, che ha richiesto provvedimenti dolorosi per il rispetto dei parametri fissati ed è stato colpevolmente gestito malissimo nella fase ultima di entrata in vigore della moneta unica.
L'Italia è immobile nella sua inefficienza di sistema e le graduatorie internazionali ci vedono agli ultimi posti fra i paesi avanzati; ai primi purtroppo per debito pubblico evasione e pressione fiscale, corruzione ed immoralità pubblica e privata. Le riforme strutturali necessarie per allineare l'Italia ai migliori paesi europei, tranne quella pensionistica, non sono state fatte. Si sono perduti così vent'anni tra finanziarie fasulle, condoni e "scudi" iniqui, perseguimento di interessi privati e scandali di ogni tipo. Ma i nodi vengono al pettine.

L'Europa, Italia esclusa, sta faticosamente uscendo dalla recessione. Il nostro paese è come una nave ferma piena di problemi in un mare in fase di bonaccia; se dovessero tornare le onde minacciose di tempesta, riprenderebbe a ballare sulle sue debolezze strutturali e senza una cabina di comando degna di questo nome. Il governo in carica non è infatti quello che sarebbe necessario per fronteggiare le emergenze in atto e quelle potenziali, vale a dire un vero governo di larghe intese, e non un esecutivo bloccato da grandi ricatti incompatibili con un paese democratico in cui la separazione dei poteri è garanzia dello stato di diritto e dell'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

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