opinioni

Alluvione giorno due. Occhi tristi e volti battaglieri, ma ce la faremo. Come sempre

mercoledì 14 novembre 2012
di Monica Riccio
Alluvione giorno due. Occhi tristi e volti battaglieri, ma ce la faremo. Come sempre

Splende il sole oggi su Orvieto. Il giorno dopo la grande alluvione, Orvieto si è svegliata sotto un cielo terso, di un azzurro brillante, con davanti un cammino che più in salita non poteva essere. Le acque si stanno ritirando e ovunque affiora il fango, la preoccupazione, la solitudine, l'incertezza. Ho fatto un giro in varie zone colpite dalla grande alluvione. Dopo un giorno intero passato al pc a dar conto e a metter insieme le tante notizie sperando di dar sollievo al bisogno di conoscere, ho sentito che dovevo andare a vedere. Perchè raccontare senza vedere non è da me.

Ho visto un fiume ancora impetuoso, carico di detriti, un fiume che veloce corre al mare, perché quella è la sua strada, non ci può fare nulla, quello è il suo destino, anche oggi, dopo che ha diviso una città, dopo che ha strappato sogni e quiete, dopo che ha svuotato cantine e scantinati. Ho visto occhi delusi e stanchi su volti amareggiati ma battaglieri, ho visto braccia amiche darsi il cambio alla carriola, alla pala, al tubo dell'acqua. Ho visto libri, televisori, giocattoli, frigoriferi, stoffe e quaderni, scatole e scatoloni e ancora poltrone, sedie, cappotti. Li ho visti sulle carriole, merce da macero, merce bagnata, delusa, tradita, un giorno usata amata e amata ancora, tanto da aver trovato posto in cantina, per non dimenticare, per sentirla sempre vicino. Poi la grande alluvione.

Tutto ha perso colore, tutto è diventato marrone, quel che era giallo, che era verde, rosso e blu. Ho visto libri di scuola sotto il sole, ammassati da mani e occhi tremanti. Si vuotano le cantine, i sottoscala, c'è il fango in casa e quegli oggetti sono morti, meglio buttarli via. "Sono venuto a dare una mano ad un amico - mi dice un signore sulla cinquantina, stivaloni ai piedi, guanti da lavoro - non lavoravo e allora ho deciso di dare una mano, c'è tanto da fare e siamo soli." "Ho chiamato ieri ma finora non si è visto nessuno - mi dice una signora in tuta e stivali, fazzoletto in testa, guanti e carriola, - si è visto solo un vigile del fuoco che ci ha chiesto come andava e un poliziotto che ci ha chiesto se c'erano feriti, poi niente, stiamo facendo tutto da soli."

E' una striscia di dolore che ti avvolge il cuore, ho visto case piene di fango, una cantina dove pare sia passato uno di quei tornado americani che vedi nei film. "Ieri mattina ci ha svegliato il rumore dell'acqua e il miagolio della nostra gattina che stava in cantina - racconta una donna mentre ammassa vecchi oggetti bagnati fradici nel mezzo del cortile - è stato un disastro, ma non ci credo che non era prevedibile." La cantina è immersa nell'acqua, la gattina è stata salvata da un vigile del fuoco, ora sta bene, ma il suo giardino non c'è più."

"Probabilmente dovrò chiudere la mia attività - dice il titolare di una autoscuola - il fango ha distrutto le auto con cui faccio scuola-guida, non so come fare, la mia casa è invasa dal fango." E' stata raggiunta in pieno dalla grande alluvione la sua casa. Fango ovunque, perfino nel forno a legna, nel garage, ovunque. "Chi ci aiuterà? Nessuno, ma non ci importa, ce la faremo lo stesso - mi racconta un anziano che nel proprio orto devastato sta cercando di mettere in sesto almeno gli attrezzi - ce la faremo perché tanto abbiamo sempre fatto da soli".

C'è il sole sopra a Orvieto ma nel cuore degli abitanti c'è tanta voglia di capire, di andare avanti ma anche di capire come tutto questo sia potuto succedere. Le alluvioni precedenti non ci hanno insegnato nulla, se non a rialzarci. "Non riusciamo ancora a raggiungere la parte sott'acqua del nostro albergo - dice la titolare di uno degli alberghi che si trovano su Via Angelo Costanzi, teatro ieri di un vero e proprio fiume parallelo che ha devastato tutto ciò che incontrava sul proprio cammino. Abbiamo chiamato ma siamo ancora qua ad attendere - dice - abbiamo un metro e mezzo di acqua nel ristorante e nei locali a piano terra, non sappiamo nemmeno quantificare, non possiamo fare nulla se non togliamo l'acqua. La parte elettrica è allagata, abbiamo chiamato una auto-pompa da Montelone per togliere l'acqua. Non sappiamo come ricominciare e nessuno ci aiuta".

Avevano degli ospiti stranieri nelle loro stanze, la grande alluvione li ha sopresi, li ha accerchiati, li ha impauriti. Non era questo il ricordo di Orvieto che avrebbero dovuto portare a casa. Ora sono ospiti in una struttura del centro storico, salvati dal coraggio dei titolari. "Abbiamo l'assicurazione che però non copre le calamità naturali - racconta ancora - vogliamo ripartire al più presto ma per ora non possiamo fare nulla. Abbiamo disdetto tutte le prenotazioni, danni per centinaia di migliaia di euro - mi dice. Non sapremo quando riusciremo a tornare operativi."

Il sole splende nel cielo, vola ancora un elicottero a scrutare da lassù le terre di quaggiù, martoriate, ferite dall'impeto della natura. C'è tristezza, c'è voglia di capire e c'è voglia di assunzioni di responsabilità, nessuno crede alla forza della natura, c'è voglia di ammissioni, c'è voglia di teste da far saltare. C'è però anche tanto orgoglio, c'è la tigna tutta orvietana nel tirarsi su sempre e comunque, se proprio non con il sorriso almeno con un mezzo sorriso e una pacca sulla spalla. C'è voglia di dare una mano, ci sono i ragazzi, i giovani di questa terra sempre troppo avara con tutti loro, che han tirato su le maniche e si sono messi a disposizione della gente. E poi c'è Grillo.

Grillo dormiva come al solito nella sua cuccia, in mezzo all'orto. Sono un canetto, dormo nella mia cuccia, cosa mai potrà succedere? E invece il fiume non ha avuto pietà di Grillo, l'ha accerchiato, impaurito. Grillo non s'è perso d'animo ed è salito sul tetto della capanna degli attrezzi. E da lì ha visto passare tanta acqua, impetuosa, forse ha visto altri cani, pecore, cavalli e poi alberi, bidoni, uno scenario che un canetto come lui forse non ha compreso in pieno. I suoi padroni, la mattina, lo hanno guardato da casa con tanta angoscia. Non potevano raggiungerlo, lo hanno fotografato, lui solo soletto sul tetto della capanna. Poi l'onda. E Grillo se n'è andato con la piena. Nell'acqua. Lontano. Il padrone ha pianto, si è disperato. Ma stamani, dai campi, Grillo è tornato a casa sua, sporco, impaurito, tremante, sotto il sole del giorno dopo la terribile notte. Grillo siamo noi, ce la faremo a tornare nella nostra casa pulita. Ma qualcuno dovrà spiegarci perché non c'è stato alcun allarme, perché non c'è stata alcuna allerta, perché non vengono risolti i problemi del fiume una volta per tutte.



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