opinioni

Di indoli e di caratteri

lunedì 26 marzo 2012
di Mario Tiberi

Il contatto giornaliero con il nostro prossimo ci pone, in ogni occasione e circostanza, di fronte alla variegata tipologia degli esseri umani con le loro sfaccettature, poliedricità e diversificazioni. Ricondurre ad unità il molteplice, egregiamente espresso dalla locuzione "Tot capita, tot sententiae", sembrerebbe essere impresa disperata quale quella di rendere materializzabile la figura mitologica dell'Ircocervo.
Ma per chi vuol sforzarsi di capire meglio e di più da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo, una domanda sorge spontanea, per dirla alla maniera di un tal Lubrano: si può, almeno in linea tendenziale e secondo i dettami della filosofia teoretica, tracciare una identità della natura umana che sia comune e riscontrabile in ogni appartenente alla razza dello "Homo Sapiens"?.

Proviamo, innanzitutto, a distinguere tra due espressioni che, solo per superficialità, indicano erroneamente un medesimo concetto: l'indole e il carattere.
Per indole deve intendersi l'insieme delle caratteristiche primigenie e delle inclinazioni naturali che concorrono a formare e strutturare il temperamento individuale; per carattere, invece, ci si deve riferire all'insieme delle qualità, dei tratti e delle attitudini psicologiche che costituiscono la personalità in divenire di ciascun individuo.
La differenza è sostanziale: da una parte vi è un'entità marchiata a fuoco nella corteccia più profonda dell'intimo primordiale e, come tale, è immutabile e immodificabile; dall'altra un valore essenziale che è sostanza di vita evolutiva e, pertanto, soggetto ad essere influenzato dalle trasformazioni che la coscienza psichica umana subisce nel corso di ogni storia personale in ragione di subentranti nuove esperienze, conoscenze e rapportazioni con realtà esterne al proprio "io".

Quando ancora portavo i pantaloni corti, andavo frequentemente a rendere visita ad un anziano artigiano del legno nella sua bottega situata in un vicoletto del centro storico di Orvieto; lui ne era compiaciuto, io ne ero felice.
Tra una passata di pialla e una di cesello, mi parlava di episodi accadutigli durante i suoi anni migliori e un giorno, in stretto dialetto orvietano, mi disse: "L'orvietane d'ogge nun cianno voja de fà gnente e te mettono le corna quanno meno te l'aspette!..". Queste parole me le sono portate dietro in tutte le mie peregrinazioni, come è costume del medico con la sua valigetta di pronto soccorso.
Solo da non molto tempo e con un po' di cultura in più sulle spalle, ho intuito che quel modo di dire voleva significare che noi orvietani siamo anche dei neghittosi e dei fedifraghi. Ma, ancor meglio, ho capito che la neghittosità, cioè l'indolenza e la pigrizia, va riferita alla sfera dell'indole e, per l'analisi sopra esposta, non vi è medicina che possa guarirla; il fedifraghismo, cioè la rottura dei vincoli di fedeltà, va viceversa attribuito all'universo del carattere e, dunque, con gli esempi della diligenza, della rettitudine e della lealtà può essere efficacemente contrastato e spesso vinto.

Se diventare meno pigri e più laboriosi non sarà forse possibile, almeno essere più rispettosi delle promesse e delle parole date ci potrebbe in larga misura aiutare ad uscire dignitosamente da mezzo al guado e guadagnare o una sponda o l'altra e, così, metterci in sicurezza sulla terra ferma.
Vale per le attività economiche, per le civili, per le sociali; vale anche per la politica.
Già, la politica!. Delle indoli e dei caratteri degli esseri umani se ne disinteressa quando, al contrario, supportata dalla sociologia e dalla antropologia dovrebbe averne massimo rispetto e massima considerazione.
Non compiutamente valutando, cioè, le linee e gli indirizzi comportamentali dei componenti la società civile, essi le sfuggono dalla comprensione e, dunque, la distraggono e la fuorviano. Può spiegarsi, anche così, il perché la politica si atteggia in misura del tutto opposta, capovolta e ribaltata rispetto alle necessità e alle istanze popolari.

E' come un pendolo oscillante tra l'idiopatia e la caratteriopatia; di ciò non si avvede poiché non si industria a ricercare le cause dei suoi malanni e, inevitabilmente, decade nell'isteria nevrastenica con le nefaste conseguenze di cui tutti, vulnerati e vittime, ne portiamo le cicatrici se non le ferite ancora sanguinanti.
In estrema sintesi mi pare di poter affermare, non discostandomi di molto dal vero, che la politica dell'oggi ha reso propria un'antica sentenza morale, sovvertendola però completamente: "Ubi minor, maior cessat".

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