opinioni

Sul piccolo forum della sinistra del 6 Agosto 2009

martedì 11 agosto 2009
di Rodolfo Ricci

Che 60 persone di molto diversa collocazione politica ed ideale a sinistra, si siano incontrate nel mezzo dell'Agosto vacanziero ed abbiano discusso ed ascoltato, liberamente e fuori da ogni canovaccio precostituito, di molte e diverse questioni che, insieme, fanno una fotografia della realtà sociale, culturale e politica di Orvieto ed oltre, non mi sembra, francamente, poca cosa. Un'altra ventina di persone, che si trovava già in ferie, ha mandato messaggi di sostegno all'iniziativa. Quindi l'appuntamento era abbastanza atteso.

Mi si dice che fuori dalle stanze o dalle feste dei partiti, peraltro sempre meno frequentate, qualcosa del genere non accadeva da anni. Né accadeva che si siano ascoltati con interesse o comunque con rispetto, interventi magari condivisi solo in parte, oppure no, ma i quali fornivano, certamente, uno spaccato delle diverse prospettive e dei diversi vissuti sociali e politici personali, molto spesso reciprocamente ignoti o volutamente ignorati, che hanno fatto una parte di storia di questa città. Soprattutto, mi ha colpito che alcuni gruppi e persone che operano da anni nel sociale con tante positive iniziative e che con la politica politicante locale hanno, giustamente, un rapporto, diciamo così di infastidita contiguità, abbiano tenuto duro fino alla conclusione dell'incontro, intorno a mezzanotte, che poi si è addirittura protratto in gruppetti informali.

Non è stato un incontro di autoanalisi, nient'affatto. E' stato, per quanto mi riguarda, la prima volta da molto tempo che tante persone, così differenti, hanno accettato di mettere in comune le proprie cose. Con accentuazioni critiche ed autocritiche che fanno solo bene alla salute. Di chi parla e di chi ascolta. Mi pareva che una sollecitazione venuta fuori dall'incontro fosse quella di continuare la riflessione via mail fino alla prossima riunione che è stata indicata per l'inizio di settembre.... Ma visto che Fausto Cerulli ha fornito pubblicamente la sua lettura liquidatoria dell'evento, mi corre l'obbligo di intervenire per evitare equivoci in chi non ha partecipato o in chi, leggendo l'intervento su Orvietosì, può farsene un'idea così negativa e così contrastante con quella fornita invece da Mario Tiberi, il quale ha raccolto, per la sua schiettezza e per le cose che ha detto, gli applausi mi pare unanimi e convinti dei partecipanti.

Esprimo dunque la mia visione assolutamente personale, ma credo condivisa almeno da Davide Orsini e da Massimo Luciani, i quali, più meritoriamente di me, assieme ad altre e ad altri del Gruppo Orvieto Anno Zero, hanno contribuito alla realizzazione dell'incontro.

Io credo che, dando per note, acquisite e giustificate (in parte), le divisioni della sinistra italiana (e non solo) nel corso del ‘900, relative ai diversi mondi possibili che ogni sua parte aveva in testa, non si possa, oggi, perseverare nella loro continuazione. Oggi, alla luce degli esiti sociali e politici molto negativi che abbiamo sotto gli occhi, esse appaiono, alle persone di buon senso, sempre più motivate dal permanere di appetiti di gruppi, di singoli e di apparati che fanno dell'accentuazione di una presunta inamovibile identità, sempre più indecifrabile quanto incomunicabile, un espediente intelligente per mantenersi in sella a cavalli, a muli o a somarelli. La gente, io di sicuro, non ne vuol più sapere di quanto siamo buoni o bravi perché siamo riformisti o rivoluzionari, perché le nostre analisi sono più o meno convincenti, perché io comunista tu revisionista, io Tarzan tu Jane.... Né intende troppo sottilizzare sul passato intangibile e puro di alcuni e su quello più tangibile e impuro di altri, soprattutto se questi ultimi sono pronti a riconoscere gli errori commessi. (E tenendo anche presente che il mondo della politica è anche uno specchio parziale della società).

Le persone vogliono casomai capire, rispetto al presente, cosa si vuole fare e, possibilmente, fornire una prospettiva concreta e non parolaia di un futuro e breve e medio termine. Soprattutto, le persone non intendono più solo essere diretti da qualcuno, ma co-decidere, partecipare attivamente, superando la delega a scatola chiusa che per tanti decenni è stata fatta al centro, alla sinistra riformista o a quella rivoluzionaria....

Personalmente, non ho alcun particolare interesse, se non meramente intellettuale, a sentirmi illustrare un quadro di riferimento teorico inoppugnabile e inattaccabile, e solo dopo, se esso mi convince, a iniziare il mio impegno. Il quadro teorico, non garantisce nulla in termini di praticabilità e neanche di necessitata coerenza. Come i fatti dimostrano. Io penso che sia invece utile vedere se si condividono obiettivi molto toccabili con mano: difesa dei diritti civili di tutti i cittadini, dei lavoratori, disoccupati e precari, diritti alla salute e ai servizi sociali, educativi e culturali, difesa dei beni pubblici, serrato controllo delle scelte amministrative, monitoraggio costante delle puntuazioni di "poteri forti" che orientano e spesso manipolano le scelte amministrative nella loro oggettiva necessità di compenetrarsi con la politica: nelle scelte urbanistiche, nell'assetto e nello sfruttamento del territorio e delle sue risorse, ecc.

E parallelamente sono fortemente interessato alla valorizzazione dei saperi e delle competenze delle persone e delle realtà aggregative (associazioni, ecc.) al di fuori di qualsiasi rapporto clientelare, ad una relazione costante tra momento politico-istituzionale e città, fatta di persone in carne e ossa e non solo di spazi (spesso totalmente vuoti o sottoutilizzati). Il fatto, lo cito solo come esempio, che si sia costretti a devolvere dietro emolumento 1/5 della città (casermone), ad esterni, siano essi imprenditori o altro, significa essenzialmente che questa città non ha le risorse interne per gestirne le potenzialità. (Oppure che le ha, ma non le vuole utilizzare). In ogni caso, vuol dire che il tessuto culturale, sociale, imprenditoriale, finanziario e produttivo, è così povero di spirito da non volere neanche misurarsi con questa possibilità.

Ecco come siamo messi.

Il fatto che si continui a mestare per la concessione o per l'ampliamento di cave, per l'apertura di nuovi calanchi di mondezza, o per la conferma della sottrazione del bene pubblico acqua a privati e multinazionali, oppure per la proliferazione di aree edificabili in tutto il comprensorio, dimostra che siamo imprigionati in una idea di sviluppo così arretrata da far venire i brividi, oggi, nel 2009. Che cosa li lasciamo studiare a fare i nostri giovani, se il tessuto economico che si continua da molte parti a promuovere è uguale a quello dell'epoca della costruzione dell'autostrada del sole ?

Dentro questi parametri sub-culturali è stata a lungo e continua ad essere imprigionato gran parte dell'intero spettro di forze di centro-sinistra. Qui, il fallimento appare generalizzato. In egual misura dentro la componente cosiddetta riformista o cosiddetta radicale.

Alla luce di ciò, chi intende continuare a sostenere che le diverse "identità politiche", a sinistra, non possono parlarsi, fa un grosso favore ad alcuni. Nel mondo della politica e in quello dell'economia. Non fa certo un favore al sociale, alla quotidianità della vita di molti che sopravvivono in questa città con poche centinaia di euro al mese. O agli immigrati. O ai pendolari di corto o lungo raggio. O a quelli che se ne sono dovuti andare. Io credo che si può costruire insieme un progetto alternativo per questo territorio e che lo si possa fare a partire dall'azione e dall'intervento quotidiano, concreto e partecipato.

Non mi attendo alcuna soluzione decisiva dall'esito delle battaglie interne nel PD o nella sinistra dove peraltro non ce ne sono neanche. Penso che un movimento di partecipazione popolare possa nascere e superare serenamente tutta una serie di divisioni indotte o alimentate da interessi di parte, da recriminazioni e diffidenze antiche che spesso avevano poco o nulla di politico. Esse sono quasi sempre collocate ai vertici, molto più raramente alla base, che, solitamente, li subisce. Penso che sia il tempo di una partecipazione in grado di mettere definitivamente nel cassetto della storia le vecchie e inutili categorie di riformismo e massimalismo. Abbiamo bisogno invece di un pensiero e di un agire intelligente e più che radicale a sinistra, tanto i tempi che viviamo sono ardui e complessi, ma allo stesso tempo semplici nella loro profonda e rinnovata natura di classe (dissimulata con certosina metodicità), nella perpetuazione della dimensione di uno e tanti poteri paralleli svincolati dal circuito democratico.

A partire dai media e da un'egemonia culturale che rivomita sulla gente le idiozie del pensiero tecnocratico, del dirigismo, del capo, dell'interprete ultimo e massimo della volontà popolare. Questa dimensione costruita dalla politica a vantaggio di se stessa e in modo anche trasversale, pienamente ideologica, è penosa quanto la paura che si ha di essa: Se c'è partecipazione sociale e politica, questa roba non fa un passo ed è smascherabile in ogni momento. Non c'è bisogno di dirigenti, o meglio c'è bisogno di una direzione larga, diffusa, paritaria e a rotazione dei processi politici. Ognuno può dare il proprio contributo. In umiltà e condivisione. Alla prossima opportunità un soggetto plurale e partecipato può tranquillamente risultare decisivo anche nelle tenzoni elettorali. E imporre un rinnovamento radicale di rappresentanze e metodi della rappresentanza.

C'è infine una malattia tutta orvietana, un pensiero piccolo-borghese fino nel buco del sedere, fatto di tante minute cattiverie e insinuazioni a 360 gradi, a prescindere. Magari lo lasciamo nei corsivi, come manifestazione di una ironia popolare di quartiere che può contribuire a soddisfare ambizioni letterarie altrimenti irrisolte. Oppure come marcatore dei diversi livelli di adrenalina e di ormoni che si accumulano nel sangue sociale. Discutibile però - e assolutamente non obbligato - considerarlo materiale pregiato con cui tentare l'ascolto/costruzione di presente e futuro.

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