opinioni

La politica fascista e imperialista della Cina in Tibet

mercoledì 26 marzo 2008
di Aramo Ermini, delegato sindacale U.I.L. Ospedale di Orvieto
Avverto la necessità di dare un mio piccolissimo contributo alla battaglia di chi, in questo momento, sta perdendo o ha perso la vita lottando per la libertà del Proprio Popolo. ONORE AI MARTIRI TIBETANI assassinati dalla polizia e dall’esercito cinesi, che occupa con la violenza la NAZIONE LIBERA DEL TIBET!! I martiri Tibetani rimarranno nella memoria del Loro Popolo come caduti per la Libertà e meritano tutto il nostro rispetto perché come gli uccisi dal nazi-fascismo hanno immolato la Loro Vita lottando contro l’oppressore. Chissà se la decisione di tenere ugualmente i Giochi Olimpici in Cina, alla luce dei avvenimenti del Tibet, sia quella giusta. Ad una precedente Olimpiade fu vietata la partecipazione all’Afganistan per il non rispetto dei diritti umani in quello stato. E’ giusta la real-politik che la comunità internazionale sta seguendo? In omaggio al fatto che la Cina è un colosso mondiale oppure in vista di futuri rapporti più distesi tra le Nazioni e del maggior rispetto dei Diritti Umani in quel paese? E’ una domanda sincera! Mi permetto in rapporto a questo argomento alcune riflessioni. Forse se mi fossi trovato nella Russia del 1917 la scelta di “prendere la armi” e fare la rivoluzione con le “avanguardie bolsceviche” sarebbe stata inevitabile per me figlio di operai. Ma il duro servaggio secolare dei contadini russi prima e degli operai poi sebbene possa giustificare, credo, i sussulti violenti della storia non può poi giustificare il regime oppressivo e liberticida (che peraltro non ha reso onore all’istanza di giustizia da cui è sorto, instaurando una dittatura di segno opposto) quale il comunismo russo è stato. Tutte le realizzazioni del comunismo, senza eccezioni, hanno avuto questo epilogo. Ciò ha prodotto e produce in molti una profonda riflessione. Molta parte della sinistra italiana è però refrattaria a questa riflessione, per cui si è assistito ad una grande ondata di giuste proteste, ad esempio, per il golpe di Pinochet in Cile all’inizio degli anni ’70 del ‘900 ed ad una flebile protesta per i fatti odierni del Tibet. Il male non è una categoria essenzialmente storica e non nasce nel ‘900 con il fascismo, a differenza di ciò che alcuni implicitamente o esplicitamente affermano. Il male è, credo, una categoria in gran parte assoluta, non etichettabile come di destra o di sinistra. Il male, credo, non è essenzialmente sociale o imputabile alla struttura, la capacità di fare male è essenzialmente personale. È geniale il concetto di peccato originale dei cristiani, sottolinea la radicale limitatezza umana, il non essere-onnipotente dell’uomo, il suo essere mancante, forse la sua condizione di bisogno. Per cui il male è qualcosa che noi tutti possiamo fare, indipendentemente dalla condizione sociale, dall’età, dall’appartenenza religiosa o etnica, nessuna appartenenza ideologica garantisce da esso: IL MALE NON E’ DELL’ALTRO CHE E’ MALVAGIO. Ciò comporta, a mio avviso, una vigilanza continua del singolo sul proprio comportamento: sul lavoro, nei rapporti affettivi, nella vita sociale e personale: per non fare male. Credo che questo sia il più grosso contributo che ognuno possa dare a chi lotta per la giustizia in ogni angolo del mondo. ONORE AI MARTIRI TIBETANI CADUTI PER LA LIBERTA’ CONTRO L’OPPRESSIONE!!!

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