opinioni

Rifiuti, cocci etruschi e butti medievali... E Bonifacio VIII vietò le discariche invitando a tenersi a casa le proprie Immonditiae

giovedì 24 gennaio 2008
di Silvio Manglaviti, Italia Nostra
Spigolando qua e là ci si rende conto che oramai questi maledetti rifiuti riempiono le bocche di tutti; il che, a prescindere, fa un certo qual ribrezzo. E – anzi, per dirla tutta – anche un po’ schifo. La cosa più riprovevole però è sentire e vedere accostati, accomunati da malasorte, la tremenda questione dei rifiuti che attanaglia e strozza la Regione Campania con problematiche inerenti alle discariche dell’Orvietano. Cos’ha che fare la Campania felix (ex-) con l’antica Orvieto? Una connection etrusca Capua-Velzna? Un gemellaggio di speleologia urbana tra l’antro della Sibilla partenopeo e l’Orvieto Underground(1)? La gestione della ‘risulta’ è uno dei fattori-indice del grado di evoluzione della cultura di una società, una delle componenti sostanziali dell’igiene – concetto-mito – degradatosi ad ideologia veteroconsumistica e quindi relegato a ruolo aggettivico di ‘igienico’, appunto. «[…] L’igiene è la nuova fiaccola del progresso e della modernità […]», come evidenzia il Prof. Lucio Riccetti ne “La città costruita”(2) citando a proposito “L’utopia igienista” di Pogliano e Laporte di “Storia della merda”. Quello che avanza dal ciclo di utilizzo delle risorse necessarie ad un organismo per vivere – sia che passi dalle interiora sia che risulti da materie esteriori – è ‘scarto’ e separato dal Sé che lo ha generato. Qualcosa di ancestrale poi avviene perché si debba accomunare lo scarto al non igienico. Cani e gatti coprono le loro feci (dopo averle riconosciute all’olfatto). Il progredire evolutivo della cultura umana ha generato infinite forme di materiali di scarto antigienici e addirittura di pericolosi mortali. Comunque, da che mondo e mondo, lo scarto è altro dal Sé e va separato, allontanato, perduto, esorcizzato. Ecco perché allora si prova ribrezzo di fronte ad Orvieto assediata dai cassonetti fumanti diossina di Pianura. Proprio noi orvietani, quelli della cultura del “butto”. Quasi ogni casa vecchia sulla Rupe ha il suo con le sue caditoie (come i moderni palazzi milanesi!) in cui si gettavano i rifuti. Si ricordi allora quella «[…] bolla di Bonifacio VIII emanata nel 1299 per la quale si vietava agli orvietani di gettare le immondizie fuori delle case sulla strada, obbligandoli a scavare nell’interno delle case stesse o nell’orto un buco profondo dentro il quale ben coperto e chiuso perché non ne venissero esalazioni avrebbero gettato i resti delle vivande e tutte le altre immondizie […]» (Perali, P.; relazione autografa(3);). Tra l’altro vi era anche un problema di sicurezza, poiché le nostre «[…] Ripe […] s’erano in alcune parti rese facili allo scalare, perché dalla parte di sopra ve s’era buttata quantità di terra, calcinacci, e altre immonditie, che col tempo havevano fatto massa grande da basso […]», da un documento di Urbano VIII del 1632.(4) Ad Orvieto, ottocento anni fa, già ci si poneva la questione della gestione dei rifiuti. Non difficile da farsi in una città già ricca di antichi pozzi e cisterne etruschi che riattati ben si prestarono all’uopo. Infatti per butto s’intenda il contenuto e non il contenitore, come coglie il Prof. Claudio Bizzarri (massimo esperto della realtà archeologica di Orvieto sotterranea(5) che ne traccia forme e tipologie (cfr. citato “Orvieto ipogea …”, nota 4). Una siffatta gestione dei rifiuti (che erano anche trattati con calce viva) comportava una precisa e puntuale cognizione dell’utilizzo delle risorse e degli scarti conseguenti. Molto veniva riciclato e fino a pochi decenni orsono (ricordo ancora un cassetto del canterano dove mio nonno raccoglieva in una consunta scatoletta di pastiglie, nientemeno che elastici rotti! “… non si sa mai …”, diceva. Abitudini di chi aveva poco o niente e sofferto guerre, fame e sete). Il punto è proprio questo. È andata perduta la percezione dello scarto che ciascuno di noi produce. Lo scarto è divenuto talmente altro dal Sé da giungere a delegarne il trattamento a terzi. Non ci si stupisca poi se i “Terzi” – a loro volta sepolti sotto coltri di rifiuti – si aggeggìno in una qualche maniera pur di uscirne fuori. Io che ho riempito il sacco d’immondizie cosa ho fatto? Come ho contribuito? Certo, pagando le sontuose gabelle per le società che muovono gli appalti di smaltimento. Ma non ci si può nascondere dietro questo falso scopo. Semmai questo è un altro problema da rivedere, alla luce di una rinnovata consapevolezza del cittadino di fronte alle problematiche concernenti servizi, diritti e doveri. Il problema dei rifiuti nasce in ogni casa, nello scarto che un attimo dopo l’altro ognuno produce: dalla cicca allo scatolone, dal pannolino alla latta. Quanti possono immaginare che un solo individuo (nel nostro bel mondo occidentale che consuma praticamente gran parte delle risorse del Pianeta) è in grado di accumulare quasi 3 metri cubi di risulta (esclusa quella organica)? Si faccia in proposito un giro su Ecoblog.it, per conoscere l’esperienza di Ari Derfel, trentacinquenne di Berkeley (California, USA): novello “’munnezz’nauta”. Orvieto si occupa di ‘gestire’ i propri rifiuti fin dagli albori della propria Civiltà. Non si dimentichi. Si tratta di Civiltà, di Cultura, quella vera. Discariche, inceneritori, termovalorizzatori, non sono cose da “pecunia non olet” e l’olezzo di pecora è forte e sgradevole per quanto buono e sopraffino il cacio. Com’è altrettanto vero che “pecunia viro – no vir pecunia”, inciso in Palazzo Benincasa che ospitò anche Paolo III Farnese. Tuttavia, non si può delegare ad altri la propria immondizia! Ciascuno deve guardarsi la sua. Soltanto così un cittadino (consapevole) può pretendere gestioni oculate della Cosa Pubblica e, nel caso specifico, del ciclo dei rifiuti e in particolare del loro smaltimento, più o meno differenziato che sia. È compito mio, di cittadino, anche quello di vigilare sulla produzione di rifiuti che innesca il ciclo di raccolta e smaltimento necessariamente devoluto a strutture e supporti gestionali adeguati. Io consumo, io produco risulta. Solo questa consapevolezza – percezione della realtà – può permettere di costituirsi parte in causa nel processo di giudizio verso opere ed oper-attori. Non si è soltanto quel che si mangi e come. Si è, soprattutto, quel che si scarti e come lo si getti via. 1) Argomento peraltro trattato in una riunione della Società Speleologica Italiana a Bologna nei primi anni ’90 a cui chi scrive prese parte con la geologa Dott.ssa Orietta Storti, quali rappresentanti dello Speleo Club Orvieto. 2) Riccetti, L. “La città costruita. Lavori pubblici e immagine in Orvieto medievale”; Le Lettere; Firenze 1992, p. 206 e note. 3)In Riccetti, L.; “Orvieto ipogea – Il periodo medievale”, saggio; in Cavallo, B. a cura di, “Orvieto ipogea ovvero della proprietà del sottosuolo …”; Regione Umbria – Giunta Regionale 4)In Bizzarri, C.; “Orvieto ipogea – primo inquadramento …”, saggio; in Ibidem, Cavallo, “Orvieto ipogea …”. 5) Si veda in proposito anche saggio: Manglaviti, s.; Orvieto Sotterranea; in L’Universo, I/1999; Firenze, 1998.

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