opinioni

La Confessione

venerdì 9 novembre 2007
di Nello Riscaldati
A me piace pensare che le città, se potessero, parlerebbero volentieri con chi le calpesta, le sporca e le inquina, se non altro per raccontare un po’ la loro storia, le loro ambasce, le violenze e le ingiurie subite e i numerosi bocconi amari mandati giù, sia per amore dei figli, che per gli insulti del tempo. E, forse, le nostra città così ci direbbe: Eccomi qua, figlioli, sono la vostra Orvieto, la città che vi ha dato i natali o che vi ospita. Sono vecchia e acciaccata. Ho quasi tremila anni di storia e una decina di milioni di anni di geografia. Tra i miei abitanti, a bene indagare, è possibile incontrare ancora degli aborigeni, discendenti diretti, cioè, di quegli esseri i quali, coperti di pelli di capra, si arrampicarono per la prima volta, sporchi e puzzolenti, con le mani e con i piedi, su queste rupi aspre e spinose, una trentina di secoli fa, forse per tentare di costruirsi una casa senza mutuo e per racimolare qualcosa al fine di arrivare vivi alla fine del mese, cosa forse più facile in quei tempi che non oggi, dato anche il fatto che di Padoa-Schioppa non si avevano ancora notizie. Comunque anche se il suddetto, sinistro, figuro si fosse aggirato o nascosto tra le boscaglie della rupe, sarebbe sicuramente stato catturato, fatto a porchetta, e festeggiato con grandi danze, luminarie e sollazzi vari. Di questi esemplari, discendenti degli aborigeni, oggi ne rimangono pochi. Pigri e taccagni, sofferenti per tosse, artrosi e vuoti di memoria, sostano alla “solina” tra Piazza e Duomo, illustrando al vento le sorti del mondo. Se ti scorgono, ti chiamano, ti invitano a sedere e, qualunque cosa tu stia facendo, o abbia in animo di fare, ti dicono di lasciar perdere, perché tanto il mondo va avanti lo stesso, e anche perché, su per il Comune, c’è chi pensa e provvede per tutti. Tu sta in guardia da costoro, fai finta di non sentire e, se puoi, fuggi lontano e non voltarti indietro. Gli altri che vedete in giro e che dicono di essere orvietani, in realtà sono tutti dei mezzosangue, frutto, cioè, di frettolosi incroci tra fuggitive e spettinate donne etrusche costrette dai destini avversi a connubi violenti e ripetuti da trucidi guerrieri Vandali, Visigoti, Ostrogoti, Bizantini, Longobardi e Franchi: Alcuni storici sostengono, e forse a ragione, che perfino i Galli di Brenno ed i Cartaginesi di Annibale avessero sedotto le mie donne già da prima. Altri vi aggiungono più tardi, i Turchi, i Lanzichenecchi, di sicuro gli Spagnoli e, qualche maligno, parla pure di alcune Guardie Svizzere. Si formò così, nel tempo, un popolo di Peppi e di Marie, dolci, cari, vecchi nomi caserecci, purtroppo, oggi, in via di estinzione, ma dei quali ritengo importante salvare la memoria, come dice sempre, e a ragion veduta e non veduta, il vecchio, saggio, sindaco Veltroni quando presiede, illustra od inaugura qualcosa, e cioè che la memoria è importante ed un uomo senza più memoria andrebbe sempre visitato da uno specialista. Ora, come voi ben sapete, questa vostra città è dotata di ben quattro porte che hanno funzionato a dovere per secoli e millenni. Ma perché, allora, dico io, non murare quattro pietre su dette quattro porte con sopra incisa una cosa pressappoco così? “Sotto questa porta, sporchi, sudati, stanchi e ubriachi sono transitati nei secoli e nei millenni, nel tentativo di sbarcare il lunario quotidiano, cittadini e cittadine illustri come: Peppe de Bico, Peppe de Buco, Peppe de Palla, Peppe ‘r Buciardo, Peppe de la Lola, Peppe de la Gesuina detto il Paccuto, Maria la Carbonara, Marietta la Fornaia, la Maria de Pistoletta, la Maria de’ ‘r Ficaro etc. etc. etc. La città riconoscente,……..” Il mio era un popolo fiero, un popolo che conosceva a menadito la nobile arte della dialettica appassionata e le parolacce necessarie ad esercitarla: “Avete strangolato la città sotto cinquantanni di dominazione bolscevica!” si urlava da destra. “Abbiamo dato strade, luce, acqua e chiaviche democratiche a tutti i cittadini! Andavano a farla lungo il fosso o dietro il pagliaio! Ora la fanno in casa,…e tanta,…!” si controurlava da sinistra. “Avete accoltellato al cuore il centro storico! Per questo il tufo è diventato rosso!” “ Il tufo è rosso come le nostre bandiere!” E così via, mescolando passione giorno dopo giorno sempre prima dei pasti proprio perché, ad una certa ora, la fame si faceva sentire e il cacio andava comunque grattato. Tempi d’oro, figli miei, per la politica, i primi decenni della seconda metà del secolo scorso: fu l’età del sudore e del sangue, l’età delle grandi litigate all’interno della DC e delle grandi purghe all’interno del PC. L’età del comizio a Sant’Andrea con bandiere, tromboni e trombette. L’età degli “abbasso” e degli “evviva”, l’età del sacrificio militante e del contributo alla causa. Ma verso la fine del millennio, grosso modo dopo il 1990, ecco che irrompono anche sul mio groppone il Pool, la Quercia, il Polo, l’Ulivo, le scissioni, le controscissioni, le rifondazioni, i ribaltoni e poi Di Pietro, Berlusconi, Emilio Fede, la Geosonda con i miliardi della legge speciale, e fu cosi che le urla divennero dapprima un borbottìo, poi un rumorio, di seguito un mormorìo, quindi un gorgoglìo, per concludersi infine in un immenso, profondo, sconfinato silenzio, rotto solamente dai rari bla-bla dei dibattiti indecifrabili su argomenti colti, dalle “tavole rotonde” sul tema e dai “faccia a faccia”. Oggi sono piena di debiti: le cure ortopediche mi hanno un po’ rinforzato, ma non ho più risorse: in Comune vedo andare e venire persone che i cittadini elettori non conoscono, perché votare qualcuno per il fatto che se non lo voti rischi di giocarti il posto o perché uno straccetto di posto ti è stato promesso o ancora perché il politico di quartiere, uomo o donna di fiducia dell’aspirante consigliere o assessore, ti dice e ti scrive il nome di colui o colei che devi votare, tutto questo non è votare liberamente, cioè non è scegliere democraticamente. I sedicenti rappresentanti del popolo sono in realtà i rappresentanti di coloro che hanno propagandato dei nomi imposti dalle segreterie politiche o mossi da ingenti risorse finanziarie. Ma, per la verità, è necessario dire che queste strane procedure sono praticate un po’ dappertutto. Avete secoli avanti a voi, cittadini orvietani se volete tentare di migliorare qualcosa e, considerata la vostra propensione atavica allo scatto decisionale, vedete di farveli bastare. Io comunque, salvo cataclismi, di qui non mi muovo. E con queste parole la rossa, antica, paziente città di Orvieto, senza potersi girare su di un fianco per via dell’età, riprese il sonno dei giusti e degli affranti. Di lontano un magro gallo, abitatore errante di spopolati pollai si posizionò per diffondere il consueto canto notturno. Il poverino vi si cimentò d’impegno, ma il tentativo riuscì male, sufficiente però a qualcuno, che in città non riusciva a prendere sonno, ad interpretarlo come un possibile segnale di risveglio.

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