opinioni

Ebbene sì, sono un patito di "Forza Venite Gente"

mercoledì 19 settembre 2007
di Marco Sciarra
Lo confesso, sono uno di quei fan patiti di “Forza Venite Gente”, di quelli che hanno visto tante versioni, che conoscono a memoria tutti i brani, anche quelli dell’edizione completa e lunghissima, uno di quelli che anticipano le battute dei passaggi fondamentali e che sono andati da Michele Paulicelli, in camerino, a dirgli che il Bernardone cabarettista dell’edizione del Giubileo del 2000 non ci piaceva proprio, ma tanto poi s’è capito che non convinceva manco lui, che sulla scena pareva il padre di suo padre. Amo quel musical come le filastrocche di Rodari, i dipinti di Magritte, le commedie di Pirandello e le stampe di Escher, tutte opere che hanno in comune la forza di presentare punti di vista singolari, alternativi e vicinissimi all’animo umano, e di svolgere questo arduo e nobile compito con estrema lievità e immediatezza comunicativa. Confesso che, pur conoscendo per filo e per segno tutti i “colpi di scena”, ogni volta che rivedo “Forza venite Gente”, dal vivo o in televisione, fatto dalla compagnia di Paulicelli o da filodrammatiche o gruppi improvvisati, alla fine, quando entra in scena il pane, piango, e piango davvero. Prima piangevo con lacrime da figlio e ora con lacrime da padre. E non me ne vergogno. Ho pianto anche a Piazza del Popolo, quando la Compagnia del Cantico ha messo in scena “Forza Venite Gente” per il pubblico vociante e variopinto dei papa-boys, spesso più interessati a far sapere agli altri quanto fossero bravi nelle loro rispettive parrocchie che a seguire lo spettacolo. Eppure valeva la pena, davvero, a partire da Pietro di Bernardone, che ha trovato il non facile compromesso di non scimmiottare pedissequamente Silvio Spaccesi (il primo “mitico” Bernardone della storia del musical) né di snaturare troppo il personaggio allontanandolo eccessivamente dalla macchietta dell’assisiate pieno di paure della prima versione. Brava la Provvidenza e tutte le cantanti, brava la Cenciosa, deliziosi i frati e il corpo di ballo, bravi i cantanti col potente Lupo cotonato, che poi era anche il Diavolo che tanto ha affascinato uno dei miei figli… E, naturalmente, bravo San Francesco, con meno capelli e forse anche più tonsille di Paulicelli stesso. Complimenti anche a chi ha curato gli arrangiamenti e quelle piccole ma significative aggiunte al copione, che servono a rendere ancora più attuale il musical, nato in un mondo di giovani post-capelloni ma perfetto anche per una realtà di giovani dal lavoro precario. Ma il vero capolavoro si vedeva, quella sera, da dietro le scene, con un viavai di gente, più o meno esperta, più o meno avvezza e collaudata, che si dava il cambio, tra attori, ballerini, macchinisti dell’ultim’ora, truccatrici… Tutta gente che aveva sudato, allestito, lavorato e fatto qualche salto mortale, sicuramente senza troppi mezzi, ma con tanta volontà. È stato lì, se devo essere sincero, che mi sono sentito orgoglioso. Perché tutto questo stava succedendo a Orvieto con gente del nostro territorio, con lo spirito di rappresentare insieme un musical che è una festa per chi recita e per chi fa lo spettatore. Alla faccia di chi dice che dai nostri giovani non esce niente e che non sono capaci di altro che rincorrere la notorietà in trenta secondi di una effimera comparsata televisiva, catapultati davanti a una telecamera senza avere né arte né parte. Bravi perché, oltre ad essere capaci e spesso fin troppo umili, vi siete messi insieme, avete provato, avete lavorato in gruppo, e soprattutto perché avete trovato il tempo per trovare il tempo di incontrarvi. Bravi! Bravi!! Bravi!!!

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