opinioni

La Biblioteca Luigi Fumi si apre a nuove esperienze

giovedì 21 ottobre 2004
di Maria Luisa Salvadori
Recentemente, per otto sere consecutive all’interno della Biblioteca Comunale “Luigi Fumi” di Orvieto è stato rappresentato uno spettacolo teatrale dal titolo La trappola… commedia da salotto, liberamente tratto da Trappola per topidi Agatha Christie. A recitare erano gli attori del Laboratorio Teatro Orvieto, una struttura formativa che opera sul territorio dal 1987 e che intende fare ricerca e sperimentazione in ambito teatrale. Raccoglie giovani attori amatoriali e si avvale di collaborazioni esterne: registi, scenografi e attori professionisti. Per l’esattezza lo spettacolo si è svolto nella cosiddetta Sala Lettura, l’ala del servizio più conosciuta e praticata dagli amici della biblioteca. La scelta di aprire la Biblioteca “Fumi”alla performance di un gruppo di recitazione è per noi decisamente inconsueta. Il Gruppo teatrale ha anche dovuto sostenere il disagio di rimontare la scena ogni sera, per trasformare uno spazio normalmente austero e silenzioso in un suggestivo e frizzante scenario teatrale. Le realizzazioni prodotte all’interno del Laboratorio Teatro Orvieto coinvolgono regolarmente le istituzioni scolastiche, hanno carattere sperimentale e formativo. Lo spettacolo annualmente messo in scena con i ragazzi è un percorso di addestramento alle tecniche recitative, ma è anche e soprattutto un processo liberatorio e di trasformazione personale. Due anni fa, le registe Elisabetta Moretti e Felizitas M. Scheich sono riuscite brillantemente anche nell’obiettivo di creare uno spettacolo con la partecipazione di attori disabili, o come oggi si dice diversamente abili. Allora, dato che non c’è alcun dubbio sul fatto che le biblioteche siano luoghi permanenti di ricerca e formazione, appare coerente valorizzare il collegamento con altre strutture, perseguire con linguaggi diversi il comune obiettivo di coinvolgere i giovani in esperienze creative. Come dire che le diverse agenzie educativo/formative devono auspicabilmente confrontarsi sulle linee generali del piano d’intervento territoriale, senza escludere la possibilità di realizzazioni comuni, magari un po’ eccentriche e sporadiche come questa. La capacità comunicativa delle biblioteche, si sa, non può essere affidata a intrattenimenti e lusinghe non bibliografiche. Ogni realtà comunica se stessa attraverso gli aspetti funzionali identificativi dell’informazione e della ricerca/documentazione, cioè con la qualità delle raccolte e dei prodotti-servizio globalmente offerti, in misura del livello di soddisfazione/insoddisfazione che ne deriva all’utenza; né è pensabile che si possano introdurre diversivi e si debba intensificare l’attività promozionale generica per supplire a deficienze di tipo sostanziale, organico e funzionale. Potremmo dire che la paradossale estemporaneità di certe “trovate” ha senso quando è saldo l’essenziale e lo specifico. Va detto che la Biblioteca di Orvieto è nata alla fine dell’Ottocento con finalità conservative e solo dopo annose e tormentate peregrinazioni il corpo librario trovò idonea collocazione. Dall’inizio degli anni Trenta la Biblioteca ha sede al piano terra di un palazzo storico progettato dall’orvietano Ippolito Scalza nella seconda metà del Cinquecento. Da qualche anno è in costruzione a Orvieto una biblioteca nuova, pensata per continuare a rispondere alle originarie funzioni conservative e al tempo stesso per aprirsi in modo deciso alle moderne esigenze della pubblica lettura. La fase di elaborazione progettuale è stata molto vivace e persino entusiasmante. Ci si vuole giustamente liberare dal disagio di operare in spazi ormai angusti e disfunzionali, si desidera proiettarsi in logiche diverse, in dimensioni e strategie più rispondenti ai tempi. Eppure, certe consapevolezze professionali, le stesse conoscenze sulla storia della lettura, ci espongono a una qualche strana nostalgia. Sentiamo che quando sarà avvenuto il desiderato passaggio se ne sarà definitivamente andata una parte della nostra storia personale e un pezzo di vita civile e culturale, qualcosa di mai più ripetibile. Nel clima di transizione che contraddistingue la particolare realtà di Orvieto, l’eccezionalità della rappresentazione trova dunque un’ulteriore ragione “strategica”: consente di evocare fatti di cultura e di costume attraverso suggestioni ed emozioni di ordine scenico. E’ come strimpellare le note di uno spartito in coda a un film d’epoca, sfumare con gradevole levità le immagini di qualcosa che si allontana. Trarre ispirazione da un classico del giallo, quale può essere un testo di Agatha Christie - già pienamente iscritto nell’immaginario collettivo con tutte le connotazioni dello specifico genere letterario -, consente un immediato rinvio al mondo dei libri, aggiunge un approccio vagamente “sognante” alla promozione della lettura. Il cartoncino d’invito ricordava che le biblioteche trovano identità nella cultura dell’incontro e dello scambio, sono luogo vivo di lettura, scoperta e immaginazione. Non appaia dunque strano che una narrazione possa uscire dalle pagine del libro, prendere corpo e luce in spazi fisici reali, camminare tra attori e spettatori protagonisti, dentro le mura di una biblioteca storica. Gli arredi della Biblioteca sono stati rifatti alla metà del secolo scorso, ma l’insieme mantiene un fascino più antico. Le quattro porte che si aprono sulla Sala Lettura sono sormontate da un’imponente architrave in pietra serena su cui appare incisa l’indicazione di vecchie destinazioni. Sul lato lungo troneggia uno splendido camino originale, della stessa pietra grigia di Bagnoregio. L’adattamento teatrale inseriva elementi interpretativi originali rispettando globalmente, e anzi sfruttando, la natura claustrofobica del classico giallo inglese: i fatti descritti sono fatti intimi e privati del piccolo gruppo di persone, i protagonisti si muovono in uno spazio isolato fuori dal mondo. Gli spettatori venivano introdotti alla narrazione dal cortile esterno alla Biblioteca, attraverso elementi multimediali di attualizzazione scenografica. Il resto dello spettacolo poteva svolgersi nell’unico spazio della Sala Lettura, ovvero nel salone centrale della pensione Castel del Frate: divano e poltrone verde acido, camino “acceso”, tavolo per il tè sempre pronto e, naturalmente una fornita, fornitissima libreria… Le quattro porte diventavano altrettante “quinte” teatrali e il movimento scenico risultava dinamizzato dall’azione imprevedibile dei personaggi, dalle loro entrate e uscite a sorpresa. Un bel gioco, dunque, divertente, ben riuscito e significativo in termini evocativo- immaginifici. Tra rigore tecnico e fantasia può non esserci conflitto e niente vieta, una tantum, di adottare una strategia di rottura rispetto agli schemi ordinari della promozione. Tra circostanze speciali e particolari intuizioni “coreografiche”, si può pure liberare il fantasma di Agatha Christie e lasciare che si aggiri tra le stanze di un’antica biblioteca. A giudicare dal numero delle presenze serali allo spettacolo, l’idea dev’essere piaciuta.

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