Pillole di Mirabilia
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"Nel Segno del Miracolo. Storia e significati del Duomo di Orvieto". Il Miracolo di Bolsena, la bolla Transiturus

domenica 26 maggio 2013
"Nel Segno del Miracolo. Storia e significati del Duomo di Orvieto". Il Miracolo di Bolsena, la bolla Transiturus

In occasione del Giubileo eucaristico della diocesi di Orvieto-Todi la società Mirabilia Orvieto è lieta di presentare, attraverso varie puntate su Orvietonews.it, alcuni estratti della pubblicazione-guida ancora inedita "Mirabilia, nel Segno del Miracolo: storia e significati del Duomo di Orvieto".

La novità editoriale, a cui la Diocesi ha concesso il logo del Giubileo, nasce per valorizzare e promuovere in Italia e nel mondo il Duomo di Orvieto e andrà a completare il già esistente progetto "Mirabilia, i luoghi dell'apocalisse", definito nel XII Rapporto Italiano del Turismo 2003 e nel XVIII Rapporto Italiano dell'Eurispes 2006 come "un nuovo modo di illustrare le grandi opere d'arte a carattere religioso". "Mirabilia, i luoghi dell'apocalisse" è stata realizzata in collaborazione con il fotografo internazionale Sandro Vannini e, fino ad oggi, comprende una speciale visita guidata, una pubblicazione-guida, una mostra multimediale e un originalissimo DVD sul significato teologico e filosofico dello straordinario capolavoro del Giudizio Universale di Luca Signorelli nella cappella di san Brizio. Per informazioni www.mirabiliaonline.com mirabiliaorvieto@aruba.it

Mirabilia, nel Segno del Miracolo
Storia e Significati del Duomo di Orviet
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Autore: Fabio Massimo Del Sole
Collaborazione: don Mauro Picchiami, Patrizia Pelorosso
Foto realizzate da Sandro Vannini e gentile concessione dell'Opera del Duomo

L'uomo che venne dall'Est e il miracolo di Bolsena

Alcuni anni dopo, nel 1263, lontano dai luoghi che videro protagonista Giuliana, come a portare a compimento un disegno divino iniziato in Francia, accadde a Bolsena un fatto straordinario.
Il sacerdote boemo Pietro da Praga angosciato da un profondo dubbio sulla presenza di Cristo nell'Eucarestia, si stava recando in pellegrinaggio a Roma per pregare sulla tomba degli apostoli Pietro e Paolo. Giunto nella piccola città, situata lungo la via Franchigena, si fermò a celebrare la messa nella chiesa di Santa Cristina, quando nello spezzare l'ostia consacrata, vide uscire da essa del sangue vivo che abbondante si riversò sull'altare. Preso da timore avvolse l'ostia miracolosa nel lino del corporale e dopo averla deposta in un luogo sicuro della sagrestia, corse subito da papa Urbano IV residente allora nella vicina Orvieto e confessando la sua incredulità gli rivelò del prodigioso evento.
Il Pontefice inviò immediatamente a Bolsena il Vescovo Giacomo che preso in consegna il segno divino lo portò subito ad Orvieto, dove ad accoglierlo si radunò una popolazione profondamente commossa.
Memore di quanto era accaduto in Francia riguardo alla vicende legate alla beata Giuliana, Urbano IV non esitò a promulgare l'11 agosto del 1264 la bolla Transiturus de hoc mundo (mentre stava per lasciare questo mondo) con la quale veniva estesa a tutta la Chiesa Cattolica la solennità del "Corpus Domini" e quindi confermato tutto il potere salvifico dell'Eucaristia, Supremo Sacramento. 
La festa del Corpo del Signore celebrata ogni giovedì seguente l'ottava di Pasqua non riuscì tuttavia a mettere fine alla lunga e travagliata lotta contro le eresie. Esse continuarono a insidiare la Chiesa di Roma e la sua ortodossia, sfociando due secoli e mezzo più tardi nella grande riforma protestante di Martin Lutero quando, attraverso il principio della "sola Scrittura", venne di nuovo messo in discussione il valore dell'Eucarestia e con essa l'autorità del Magistero.

La bolla Transiturus de hoc mundo 

"mentre stava per lasciare questo mondo"

"Urbano vescovo, servo dei servi di Dio, ai venerabili fratelli patriarchi, arcivescovi, vescovi e a tutti gli altri prelati ecclesiastici, salute e apostolica benedizione".

Il dono mai dimenticato

"Sul punto di passare da questo mondo al padre, il Salvatore nostro, Gesù Cristo Signore, essendo imminente il tempo della Sua passione, consumata la cena, in memoria della sua morte, istituì l'eccelso e meraviglioso sacramento del Suo corpo e del Suo sangue, lasciandoci in cibo il corpo e in bevanda il sangue. Infatti ogni qualcosa mangiamo questo pane e beviamo questo calice annunziamo la morte del Signore (1 Cor. X1, 26).
Nell'istituire, poi, questo sacramento di salvezza Egli disse agli Apostoli: Fate questo in memoria di me (1 Cor. XI, 24) affinché questo altissimo e venerabile sacramento fosse per noi massimo e mirabile documento del grande amore con cui Egli ci amò. Documento, dico, meraviglioso e stupendo, dilettevole e soave, carissimo e più di ogni altro prezioso, nel quale si rinnovano i prodigi e sono costanti le meraviglie ( Eccli. XXVI,6), nel quale è riposta ogni delizia e soavità ( Sap. XVI, 20) e la stessa dolcezza di Dio viene gustata, nel quale, infine, otteniamo aiuto di vita e di salvezza.

È questo il documento dolcissimo,
il documento santissimo, il documento salvifico
nel quale richiamiamo il grato ricordo della nostra redenzione;
nel quale siamo distolti dal male, confortati nel bene,
avviati ad aumento di virtù e di grazie;
nel quale, inoltre, siamo ristorati dalla presenza corporale
dello stesso Salvatore.

Altre cose, infatti, di cui facciamo memoria, noi abbracciamo con l'animo e con la mente, ma non per questo ne otteniamo la presenza reale: invece in questa sacramentale commemorazione di Cristo lo stesso Cristo è con noi, presente sotto altra forma, ma nella propria sostanza, veracemente. Infatti mentre stava per salire al cielo disse agli Apostoli e ai loro seguaci: Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla consumazione del mondo (Mt. XXVIII, 20), con benevola promessa confortandoli che rimarrebbe e sarebbe con loro anche con presenza corporale.

Il cibo dell'anima

Si è dato a noi, dunque, il Salvatore in cibo, perché - essendo l'uomo precipitato nella morte per un cibo - fosse mediante un cibo rilevato alla vita; cadde l'uomo per il cibo del legno portatore di morte, è rialzato l'uomo per il cibo del legno che dà la vita; l'aver mangiato di quello produsse ferita, il gusto di questo apportò salute: il gusto ferì e il gusto curò, e di là donde era venuta la ferita venne anche la medicina e da dove uscì la morte, di là venne la vita.
Di quel primo gusto si dice: in qualunque giorno avrai mangiato morrai di morte (Gen. II, 17). Del secondo si legge: se qualcuno avrà mangiato di questo pane vivrà in eterno (Gv. VI, 52). Questo è il cibo che ristora pienamente... non il corpo, ma il cuore, non la carne, ma l'anima, non il ventre ma la mente.

Il pane degli angeli

E fu bella liberalità, e conveniente opera di pietà che il Verbo eterno di Dio, il quale è cibo e ristoro di ogni creatura razionale, fatto carne, si desse in cibo alla creatura razionale, fatta di carne e di corpo, cioè all'uomo.
Il pane degli angeli, infatti, divenne cibo dell'uomo (Ps LXXVII, 25) e perciò il Salvatore stesso disse: la mia carne è veramente cibo e il mio sangue è veramente bevanda (Gv. VI,56). Questo pane si prende ma non si consuma; si mangia, ma non si tramuta: perché non si tramuta affatto in chi lo mangia, ma, se è ricevuto degnamente, è chi lo riceve che diventa ad esso conforme.

O eccellentissimo sacramento,
da adorare, venerare, onorare, glorificare, amare meditare,
innalzare con le maggiori lodi,
esaltare con le preghiere più alte, onorare con ogni zelo,
perseguire con ogni ossequio di devozione,
ritenere con animo puro!

Un popolo in festa

Noi pertanto... abbiamo ritenuto di stabilire che di così grande sacramento, oltre la quotidiana commemorazione che ne fa la Chiesa, si celebri ogni anno più speciale e solenne memoria, designando e fissando a questo scopo un giorno preciso, cioè il giovedì che segue immediatamente l'ottava di Pentecoste, affinché... in tale giorno clero e popolo uniti in gioia comune erompano in canti di lode... le bocche, le labbra, risuonino di inni e di letizia salutare... la devozione applauda, la purezza giubili, la sincerità si allieti...

Dato ad Orvieto il terzo giorno prima delle idi di agosto, anno terzo del nostro pontificato ( 11 agosto 1264)".

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