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"Da Cellere a Capalbio. Fatti e misfatti del brigante Domenico Tiburzi"

sabato 2 febbraio 2019
di Davide Pompei
"Da Cellere a Capalbio. Fatti e misfatti del brigante Domenico Tiburzi"

Il brigante buono e soccorrevole che uccideva affinché "fosse rispettato il comando di non uccidere". Distingueva bene la legge dalla giustizia e lui stesso si era nominato protettore della giustizia anche contro la legge dello Stato. Eliminò molti briganti che si erano distinti per la loro prepotenza e cattiveria, quando capì che non sarebbe riuscito con la persuasione a ridurli a più miti comportamenti.

Nato nel Lazio nel 1836 e morto in Toscana nel 1896, a lui è dedicato il libro "Da Cellere a Capalbio. Fatti e misfatti del brigante Domenico Tiburzi", pubblicato nel 2017 da ArcheoAres per approfondire l'intrigante figura del leggendario fuorilegge maremmano che, malgrado tutto, la storia ha consegnato come eroe popolare. Le sue gesta saranno rievocate sabato 2 febbraio alle 17 nella Sala Sacchetti di Palazzo dei Priori di Tarquinia in occasione della presentazione del volume.

Una storia in ottava rima che ha già riscosso ampio gradimento anche fuori dell'area maremmana firmata da Giuseppe Bellucci, già ufficiale superiore dei Carabinieri e cavaliere al merito della Repubblica ma anche pittore e disegnatore autodidatta che ha sempre seguito con vivo interesse il fenomeno del brigantaggio maremmano attraverso letture e ricerche d’archivio. Ad accompagnarlo in questo viaggio tra le macchie sperdute sulle tracce del brigante, Agnese Monaldi e Sergio Andreaus, poeti a braccio.

L’introduzione è di Romualdo Luzi, il disegno di copertina e le illustrazioni interne opera dell’autore, conoscitore di quella forma di banditismo di origini remote che l'Enciclopedia Treccani alla voce "Brigantaggio" definisce come "fenomeno, diffuso soprattutto in fasi di squilibrio sociale e politico, per il quale bande di malfattori, riunite e disciplinate sotto l’autorità di un capo, attentano a mano armata a persone e proprietà. Prende nome dai briganti, in età medievale soldati avventurieri a piedi, che facevano parte di piccole compagnie mercenarie".

"Sono trascorsi oltre cento anni dalla scomparsa di Tiburzi – recita, invece, la descrizione del libro – ma lui rimane per tutti la leggenda vivente della Maremma. Si racconta che nelle notti di luna piena, battute dal vento gelido di tramontana, a cavallo di un argenteo sauro maremmano, il ‘Re di Montauto e del Lamone’ guadi ancora il Fiume Fiora in cerca di un rifugio, in cerca di pace, in quelle macchie sperdute che l'avevano visto dominatore incontrastato nella sua vita avventurosa ed errabonda, durata ben 24 anni.

Anni difficili che vanno dalla fuga dalle Saline di Tarquinia (1872), alla morte nel casale delle Forane presso Capalbio (1896), senza considerare il periodo trascorso in libertà dall'omicidio di Angelo del Buono (24 ottobre 1867) alla sua cattura (15 settembre 1868), in piena epoca pontificia. Un brigante vissuto tra ‘due regni’, come ci piace ricordarlo, da Pio IX, sovrano dello Stato della Chiesa a Vittorio Emanuele II, Re d'Italia".

Lo stesso autore, inoltre, sempre per i tipi di ArcheoAres ha curato anche la nuova edizione del libro "Nel regno di Tiburzi" pubblicato nel 1893 dal cronista della "Tribuna" Adolfo Rossi e considerato un caposaldo per la conoscenza del brigantaggio, Il volume sarà presentato sabato 9 febbraio alle 17 nella Sala Sacchetti del Palazzo dei Priori di Tarquinia e ancora sabato 16 febbraio alla 17 al Museo della Navigazione delle Acque Interne di Capodimonte. Le appendici sono opera di Samuele De Santis e Donatella Arduini.

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