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70esimo della Liberazione nel ricordo dei partigiani Azelio Maschi e Agostino Donarelli

lunedì 20 aprile 2015
70esimo della Liberazione nel ricordo dei partigiani Azelio Maschi e Agostino Donarelli

In memoria dei due giovani partigiani ficullesi deceduti il 10 giugno del 1944, Azelio Maschi e Agostino Donarelli, che militavano nella Brigata SIMAR Raggruppamento Monti Soratte e Cetona, si terrà giovedì 23 aprile a Ficulle un'iniziativa per celebrare il 70esimo della Liberazione.

All'iniziativa, in agenda per le 18 alla sala polivalente e coordinata dalla consigliera comunale Immacolata Graziani, prenderanno parte il partigiano Dino Faleri, Capo Brigata SIMAR, Pier Giorgio Oliveti, Presidente della Sezione ANPI di Orvieto, Tommaso Rossi Ricercatore dell'Istituto per la Storia dell'Umbria Contemporanea e Paolo Morelli Sindaco di San Casciano dei Bagni.

I due giovani Partigiani Ficullesi verranno inseriti nel Dizionario Biografico Umbro dell'Antifascismo e della Resistenza.

 

La vicenda tratta dal Libro "Movimento di Liberazione nell'Italia Centrale. Raggruppamento Monti Soratte e Cetona BRIGATA SIMAR

Riduzione tratta dal testo: BATTAGLIA DI S. CASCIANO - (morte di Donarelli e Maschi) –

Il versante di S. Casciano Bagni fu quello che subì all'inizio il maggiore urto perchè investito prima dalle squadre fasciste e della X^ MAS e successivamente dei reparti tedeschi i quali, nella fase di ripiegamento, intendevano attestarsi nel bastione naturale costituito dalla montaqna di Cetona dalla cui sommità si domina agevolmente tutta la Val di Paglia fino a Terni ed oltre Orvieto e verso nord tutta la Vai di Chiana fino al Trasimeno, come indicato nell'ormai nota linea di difesa “Albert – Frieda”

Un primo scontro con vari reparti ebbe luogo il 28 maggio nella zona " Le Ripe " in cui si trovarono impegnati in fasi alterne due nostri distaccamenti e si concluse con nulla di fatto restando i due distaccamenti saldamente attestati sulle proprie postazioni.
Analogo scontro si ripetè il 1° giugno in cui, oltre i reparti della X^ MAS si erano affiancati reparti della Wehrmacht tedesca, ma anche questa volta I'azione conseguì il successo di respingere l'attacco e mantenere la propria postazione. Frattanto le truppe tedesche nell'abbandonare la zona avevano lasciato in vista cartelli segnaletici per le truppe di transito con la scritta " Actung Banditen ".


La battaglia di S.Casciano riprendeva il 6 giugno con I'arrivo di tre autocarri di militi fascisti, forti ora dell'appoggio delle truppe tedesche che transitavano e sostavano alle pendici della montagna.
Il comandante della Brigata, venuto a conoscenza della cosa, dette ordine di attaccarli, ma i tre autocarri, intuita la manovra dei partigiani che si stavano avvicinando in massa, rilevato che le truppe tedesche svolgevano azioni di spostamento e non appoggiavano le richieste dei militi, presero la determinazione di uscire dalla zona e quindi lo scontro si verificò, a distanza e in movimento, con qualche nostra squadra di avanguardia mandata in esplorazione.
Così la situazione si protrasse per qualche giorno, tenendo a bada le pattuglie tedesche orientate a varie riprese a guadagnare le alture più prossime alla strada statale.
Il giorno 12 giugno giunsero però due compagnie di SS tedesche che, schierate su tutta la zona da S. Casciano alle Piazze, dopo ripetuti tentativi, costringevano i tre distaccamenti partigiani a ripiegare in posizioni più elevate della montagna e quindi più facili alla difesa.
Durante lo svolgersi di questi scontri vennero catturati dai tedeschi il nostro Sergente Agostino Donarelli di Ficulle ed il suo compagno giovanissimo Azelio Maschi, non più ritrovati, dei quali Renato Fabietti su testimonianza del Partigiano Primo Bernardini così racconta:

Il bosco era fradicio dopo tanti giorni di pioggia: finalmente spioveva, ma l’aria era greve d’umidità che trasudava dai tronchi e dalla terra.
In una radura, sopra dei grossi sassi che sporgevano dal tappeto di foglie come groppe nodose di mostri fantastici, stavano seduti una dozzina d’uomini.
Non ci voleva molto a capire chi erano. Gente della macchia, gente che da molto tempo non sapeva più cosa fosse un buon letto, una casa.
Barbe di quindici giorni coprivano quei volti giovanili, quasi fanciulleschi su cui a volte spiccavano occhi assorti, occhi che avevano già visto tante cose.
Quello che sembrava il comandante, in disparte stava curvo sopra una carta topografica, che teneva accuratamente distesa sulle ginocchia.
"Bisogna attraversare la strada qui, a un chilometro dal paese, poi girare s destra, e puntare dritto verso Fonte Rontana. Non è difficile: basta un po' d'occhio giù alla strada. Chi se la sente?"
Il comandante alzò il capo e dette un occhiata circolare ai suoi ragazzi. Ci fu un attimo di silenzio: "lo ci vado" fece Primo:" Sono diversi giorni che sto qui a fare la talpa: forza, chi viene con me?".
Azelio si levò in piedi: "Vengo io con Agostino: in tre saremo abbastanza. Eppoi ci si avvicina alle mie parti."
Azelio e Agostino erano inseparabili: venivano da lontano da un paese dell'Umbria oltre Fabro. Stavano sempre un po' appartati come gelosi delle idee che si scambiavano.
"Va bene: allora sapete cosa dovete fare, specie tu Agostino che hai esperienza militare. Prendere informazioni precise riguardo al battaglione "M": per stasera verso le sei vi aspetto".
I tre si alzarono, buttando i moschetti a tracolla. "Arrivederci a stasera, allora". Primo infilò il sentiero che tagliava il macchione, seguito dagli altri due.
Camminarono per qualche minuto senza parlare: il silenzio del bosco era punteggiato dal tonfo leggero delle gocce che cadevano sulle foglie secche. "Ci sarà da camminare almeno tre ore" fece Primo "a Fonte Rontana conosco una famiglia, qualcosa mangeremo". Camminarono ancora un po', in silenzio, attenti a non scivolare nel fango viscido del sentiero scosceso.
Agostino veniva ultimo: dei tre era il più anziano. Aveva 22 anni, era sergente dell'E.I. e quindi il più preparato. Si sentiva un po' come il protettore di Azelio. Quando erano partiti da casa per venire alla macchia, la mamma del suo amico gli aveva detto: "Stammici attento, Agostino: ha diciannove anni, ma certe volte è peggio di un ragazzino di dieci". La mamma aveva parlato con una voce che aveva voluto essere severa, ma a Agostino non era sfuggito un grosso lacrimone che le era scivolato sulla guancia. Poi erano partiti: dopo tre giorni erano arrivati lì su quella montagna dove avevano trovato dei buoni amici e soprattutto della gente che faceva sul serio.
Così, ripensando, Agostino sorrideva tra sé: eccolo lì, il suo Azelio con quel paio di brache più grandi di lui, e con delle toppe più grandi delle brache: "Mi sembri il brigante Tiburzi" e Agostino sr mise a ridere. Azelio, fermandosi, si voltò, quasi offeso: "E tu credi di essere bello con quella barbetta di capra spelacchiata?". Anche Primo si era messo a ridere. "Bella figura ci faresti ti vedesse così la tua moglie" continuava Azelio "ti butterebbe fuori di casa! Oh quando tornerò mi aspetterà a braccia aperte caro Tiburzi1".
Mentre così diceva Agostino sorrideva, sicuro di quello che diceva.
Avevano ripreso a camminare; Primo parlò come tra sé: "Io non ce I'ho la ragazza: certo deve essere una bella cosa avere a casa sempre qualcuno che ti sogna anche di notte e ogni tanto, in chiesa, ti raccomanda a qualche santo.... ma quando finirà questa baraonda.... ne ho già un paio per la testa".
Risero allegramente tutti e tre. Tra le frasche apparve un occhio di sole: "era tempo" commentò Primo: "qui si diventa tutti delle granocchie!"
“Io nel pantano ci sono da un pezzo: ho le scarpe sfondate e se non ne soffio un paio a qualcuno fa a finire che piglio i dolori reumatici.” E Azelio alzò un piede per sottolineare I'asserzione: ma perse I'equilibrio e andò a sedere nel fango. Ma senza perdere però la sua bella chiacchiera, e mentre Agostino lo sollevava pel bavero, trovò ancora il mezzo di parlare: "Non c'era bisogno ti scomodassi; facevo da me." Poi si voltò, e guardando il compaesano di sotto in su: "Eccola qui la mia mamma adottiva ..." la parola gli morì sulle labbra, e rimase immobile con gli occhi spalancati: Agostino ebbe paura di capire, e si voltò di scatto.
Una risata villana lo colpì in piena faccia: sei o sette soldati tedeschi, sorti dal nulla, erano lì alle loro spalle, gli occhi quasi coperti dall'elmo di acciaio, le pistole mitragliatrici spianate.
Si trovarono disarmati, senza nemmeno rendersene conto: Primo, che aveva tentato un gesto, s'era sentito I'acciaio di una canna sulla tempia.
"Voi partigiani" bofonchiò un sottufficiale: "ora venite con noi, e noi fare caput a voi, fucilare, capito? Dentro paese, civili vedere". E il sottufficiale rise soddisfatto.
Agostino e Primo si guardarono: non c’era niente da fare: negare era assurdo, Azelio era pallido e le labbra gli tremavano. Agostino gli abbozzò un sorriso che fu più una smorfia.
Sospinti, dopo pochi passi, si trovarono sulla strada. Una ventina di soldati s’affollarono attorno per vedere: quando capirono di che si trattava, scoppiarono risate di soddisfazione. Il sottufficiale spiegava contento: poi all’apparire di un ufficiale, tutti tacquero: davanti al piccolo capitano pallido e dalle labbra sottili, il grosso maresciallo si irrigidì, salutò e parlò con deferenza per qualche minuto.
Agostino strinse il braccio di Azelio, e sentì che il suo amico tremava: Primo aveva serrate le mascelle, e guardava davanti a se senza vedere nulla.
Il cielo s’era spalancato e il sole copriva di riflessi argentei il verde cupo dei boschi umidi.
Il sottufficiale aveva finito il suo rapporto e s’era fatto rispettosamente da parte: il cerchio si allargò e il capitano fece un passo verso i prigionieri. Li considerò per qualche attimo. Azelio chino il capo, ma Primo ed Agostino ressero il suo sguardo senza battere ciglio.
Il tedesco nei loro occhi voleva vedere la paura: un impeto d’ira gli imporporò le guance di cera, mentre le labbra gli si piegarono in un sorriso cattivo: “Voi finito?” articolò faticosamente. Con disperazione, Primo pensò: “non ancora!”
L’ufficiale fece un gesto secco e si allontanò: “marsch” ordinò il maresciallo, con l’arma spianata. S’avviarono lungo la strada: Azelio rimase per un attimo immobile: le guance pallide erano rigate di lacrime. Un soldato grosso come un rinoceronte allungò la mano spropositata e gli accarezzò i capelli. Azelio gli sorrise tra le lacrime. Ma il sottufficiale bestemmiò in tedesco e con un manrovescio fece rotolare il ragazzo nel fango.
Agostino tremava: provò un impeto pazzesco di scagliarsi su quel mascalzone e affondargli i denti nella gola scoperta: Sentì il pugno di Primo che lo stringeva: "ci farebbero a pezzi, aspetta" bisbigliò. Agostino si chinò sull'amico, imbrattato di fango e di sangue. Cercò di sorridergli: ma il volto di Azelio, sotto la maschera di fanghiglia, era come pietrificato. I suoi occhi sbarrati non videro il sorriso di Agostino. Si sollevò lentamente, aiutato dai due amici, in un silenzio penoso; poi si avviarono.
Agostino camminava nel mezzo, sostenendo Azelio.
A un passo di distanza, seguiva il sottufficiale con I'arma spianata. A una trentina di metri venivano altri sei soldati, col loro elmo quadrato, e con le pistole mitragliatrici appese al collo.
Agostino sentiva il loro passo uguale, cadenzato, battere sulla fanghiglia della strada. Quei colpi gli si ripercuotevano dentro il cervello. Pensò alla mamma di Azelio e alla sua donna: fece uno sforzo per rendersi conto che era finita. Azelio camminava come un automa: ogni tanto barcollava quasi fosse ubriaco. Per cercare un conforto, Agostino guardò di traverso, cercando gli occhi di Primo. Primo sembrava assorto: ma il suo labbro si mosse impercettibilmente.
Agostino concentrò disperatamente I'attenzione: infine capì, e il cuore prese a battergli furiosamente. Strinse il braccio di Azelio quasi a prepararlo.
Il paese era ancora lontano quattro o cinquecento metri: "Bisogna mettere nel sacco questo qui" aveva fatto capire Primo.
Poco prima del paese, sulla sinistra della strada, c'era una balza di cinque o sei metri. Era quello il punto buono: con un'occhiata si intesero. Mancavano ancora una cinquantina di passi: istintivamente rallentarono, per avere più tempo, per raccogliere le forze e dominare i nervi che davano ai loro corpi un tremito convulso.
La voce irosa del sottufficiale li costrinse ad allungare il passo: Agostino si voltò, quasi con un sorriso di scusa, e s'accorse che gli altri sei tedeschi erano sempre a una certa distanza: il suo cuore batté di gioia, quando vide che tenevano le armi sempre appese ai collo.
Mancavano pochi metri: quindici, dieci... Primo stringeva i pugni, e sentiva salirgli alla gola un urlo disumano.
Sempre camminando, Agostino si chinò lentamente, come per allacciarsi una scarpa: poi, quasi incespicando, si fermò di colpo. II tedesco gli si trovò a ridosso: già aveva aperta la bocca per inveire, quando Agostino, di scatto, afferrò I'arma per la canna, deviandola al lato. Primo colpì con un pugno terribile, e il sottufficiale rotolò nel pantano.
"Via" ordinò con voce secca: saltarono la balza contemporaneamente. Nel silenzio udirono Io scatto delle pistole mitragliatrici che venivano armate.
Si buttarono a corsa pazza per il declivio, che finiva giù in basso, tagliato da un piccolo fosso.
I tedeschi s'erano schierati sul ciglio della strada, come in piazza d'armi: mirarono con calma, molta calma, come prescriveva il regolamento.
Poi falciarono.
Agostino fu il primo: era rimasto dietro tre o quattro metri: Rotolò in terra senza che i compagni se ne accorgessero. La corsa disperata continuava: Primo vedeva distintamente le pallottole che si confìccavano nel terreno: sentì una frustata alla tempia, ma proseguì; erano al fosso, fuori tiro, quasi.
Azelio si fermò di colpo: "via" disse Primo "hanno trovato il viottolo e scendono". Ma Azelio s'era voltato: "Agostino, dov'è Agostino?" Primo lo prese pel braccio e cercò di trascinarlo. Azelio si scrollò e chiamò forte: "Agostino? Agostino?".
I tedeschi scendevano di corsa per il declivio. Azelio si liberò con uno strattone, e corse affannosamente verso il suo amico.
"T'ammazzano!" urlò Primo, e saltato il fosso, si buttò nella macchia verso la salvezza. Sentì lontano una scarica che gli attanagliò i1 cuore. Corse per mezz'ora, un'ora, poi si lasciò cadere nel folto di una spinaia, e rimase disteso immobile, col petto squassato da un singulto senza conforto."

La poesia dedicata dal compagno

Tu sorridevi mite
in mezzo a noi
e non sapevi che eri un partigiano
mentre guardavi con stupore
intento
assieme al vecchio amico
compaesano
le nostre barbe, i mitra
la breda accovacciata
come un bambino trasognato
per le trombette, i colori
e le voci del mercato.

Avevi dentro gli occhi
la paura delle attese crudeli
sulla strada
del rombo di un motore, di un grido
del fischio del merlo che sfrascava:
avevi nelle occhiate tue sgomente
quella paura della fame antica
della tua gente.
Avevi sedici anni e non sapevi
che eri figlio di gente arcitradita
ma mite il tuo sorriso
già diceva che credevi nei colori
nei giorni della vita.

E in un mattino grigio di sgomento
corresti incontro ai nazi maledetti
che ammazzavano il tuo amico sulla strada
e con un grido rimanesti lì
Cristo inchiodato senza Madonna e Santi
per un debito eterno.... mai pagato.
Casciano Bagni a.d. 6 giugno l944 anno della vittoria.

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