editoriale

La Pace non sventola

lunedì 24 marzo 2003
di Gianni Morcellini
In questi giorni d’incertezza, dove la diplomazia internazionale sembra fallire ogni tentativo di risolvere pacificamente la crisi irachena, vedo sempre piů spuntare sui balconi e sulle finestre delle case (e perfino sui pennoni di qualche sede istituzionale) le cosě dette bandiere arcobaleno.

Devo dire che la cosa suscita in me un certo apprezzamento di fondo. E’ incoraggiante verificare “a vista” quanto sensibile sia l’opinione pubblica al concetto di pace. E’ ammirevole un cosě tale interessamento dimostrato nei confronti di un conflitto soltanto da poche ore divenuto tale. E’ lodevole con quanto impegno alcuni volenterosi scendano addirittura in piazza per gridare il loro “NO WAR”, no alla guerra!

Si, ma a quale guerra? A quale degli oltre settanta conflitti in atto sul pianeta i “promotori di pace”gridano “no”! Ai morti della Cecenia?... o a quelli dimenticati del Sudan?... ai perseguitati del regime comunista Nord Coreano?... o alle vittime delle “scaramucce” fra India e Pakistan per il controllo del kashmir? A quale guerra si grida “no”!

E’ scontato sentirsi replicare, “a tutte”!. Ma purtroppo non č cosě. Non č vero! La bandiera arcobaleno esiste da cento anni e prima di oggi ( almeno in Italia) la si vedeva sventolare soltanto una volta a l’anno in occasione della celeberrima marcia della pace Perugia-Assisi. In quale cassetto o baule si trovava quella bandiera quando le forze Anglo-Americane dal 1943 al “45 liberarono l’Europa? ...e quando i sovietici invasero Praga con i carri armati?

Voglio perň limitarmi alla storia piů recente. Quando il Governo Italiano di CentroSinistra, in pieno accordo con l’amministrazione Clinton, impiegň basi, uomini, mezzi aerei, navali e terrestri per bombardare Belgrado dove erano all’epoca quelle bandiere multicolore? Dove erano i manifestanti, i disobbedienti, i pacifisti in genere? A quel tempo io prestavo servizio in qualitŕ di CapoStazione delle FS a Massa Centro sulla direttrice tirrenica fra La Spezia e Pisa e ogni giorno vedevo passare dai quattro ai sei treni militari diretti alla base di Camp Darby.

I trasporti comprendevano, oltre al comune materiale di casermaggio ( uniformi, sacchi a pelo, zaini, elmetti, cibo, ecc.) armi e munizioni di ogni genere dal fucile d’assalto alla bomba intelligente, dalle granate alle mine anticarro, dai carri “Leopard” ai mezzi blindati di ogni tipo. Quei trasporti hanno circolato per mesi, nelle ore diurne e sotto gli occhi di tutti. Mai un treno č stato fermato da chicchessia! Mai un solo dimostrante č stato visto aggirarsi fra i binari!

Ed ecco che quello che “a vista” poteva all’inizio sembrare incoraggiante ad un esame piů attento assume sempre piů il tono del fenomeno di moda o peggio ancora della strumentalizzazione politica. Il tentativo all’inizio ammirevole di fermare il conflitto degenera ora negli ideologismi di parte che altro non fanno che mostrare al grande pubblico una sola faccia della medaglia.

I precedentemente lodati pacifisti avrebbero senz’altro raccolto maggiori consensi ( e fra questi anche il mio) se si fossero prodigati per la pace anche in altri momenti ed in altre situazioni.

Avrebbero ottenuto maggiori risultati se la loro contestazione fosse stata allargata anche alle altre realtŕ belliche del mondo togliendo di mezzo ogni paraocchi politico-ideologico poiché la pace č privilegio di tutti e non di una sola parte. La loro credibilitŕ ne avrebbe di certo guadagnato se, al fianco delle bandiere arcobaleno, avessero sventolato i volti di Gesů Cristo o di Gandhi invece di quello del sanguinario Che Guevara.

Voglio perň credere nella buona fede di coloro ( e sono una buona parte) che nell’esporre una bandiera a sette colori vogliono esprimere, nel loro piccolo, soltanto un sincero sentimento di pace. A queste persone voglio perň poter dire che la pace non č una bandiera. LA PACE NON SVENTOLA, la pace č una situazione umana che vŕ costruita sul terreno solido della Libertŕ e della Democrazia. Quella stessa libertŕ e quella stessa democrazia che il popolo iracheno non conosce.

Non dimentichiamoci che i curdi e gli sciiti iracheni subiscono da anni la persecuzione e lo sterminio da parte del loro governo e che magari oggi non vedono troppo di buon occhio quei sentimenti “pacifisti” stranieri che tentano di tagliare le gambe alla loro possibile liberazione.

E’ vero, se il conflitto iracheno avrŕ inizio le perdite fra i civili purtroppo saranno inevitabili ma a guerra finita quelle genti saranno libere. Il mio precedente accenno alla seconda guerra mondiale non era un caso. Se gli alleati non avessero liberato l’Europa noi oggi non saremmo quelli che siamo.

Quanti morti fra le forze armate alleate e la popolazione civile ha contato l’Italia dal “43 al “45? Eppure ogni anno noi italiani festeggiamo il 25 Aprile come la nostra “Liberazione” (esiste anche un giornale con questo nome) . Magari anche il popolo iracheno un giorno vorrebbe poter festeggiare la sua.

Non mi si fraintenda, il mio non vuol essere un manifesto PRO WAR ma soltanto una constatazione della realtŕ vista da ambo le parti. Per quel che mi concerne ( e so di interpretare il sentimento di tutti gli aderenti e simpatizzanti della C.d.L. dell’ Alto Orvietano) mi trovo pienamente d’accordo sulla linea tenuta dal Governo Berlusconi. Una linea di pace, di non coinvolgimento diretto nel conflitto, una linea che lascia aperte le porte al dialogo, ovvero l’esatto contrario di quanto fece il Governo di Centro Sinistra in occasione della crisi balcanica.

E’ chiaro quindi che ogni tentativo da parte delle forze di opposizione di strumentalizzare la crisi irachena non fa altro che accentuare certe “incoerenze” politiche. In un periodo cosě delicato della nostra storia un atteggiamento piů pacato e responsabile, capace di aprire al confronto e alla mediazione si dimostrerebbe assai piů utile ed edificante .

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