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14 GIUGNO 1944. Orvieto, Città aperta
giovedì 12 giugno 2008
di Roberta Galli, Istituto Studi Umbria Contemporanea, ISAO
Durante la prima decade del giugno 1944, nell’imminenza dell’arrivo delle truppe alleate, i tedeschi presero a ripiegare verso Settentrione. Il comandante tedesco sulla piazza orvietana, ten. col. Lersen, il 10 giugno 1944 nominò il vescovo Francesco Pieri “comandante civile” della città di Orvieto con pieni poteri: unico caso in Italia di assunzione diretta di poteri politici e civili da parte di un vescovo.
Le truppe alleate il 13 giugno si attestarono sulle ripe basaltiche che si affacciano su Orvieto a mezzogiorno; erano elementi della 6a Divisione corazzata Sud-Africana (la cui avanguardia includeva elementi della 24a Brigata Guards) che il 6 giugno da Civita Castellana avevano intrapreso la via per Orvieto e che dall’11 al 13 furono inchiodate a Bagnoregio dalla retroguardia tedesca.
Il 14 giugno 1944 il Reggimento Grenadier Guards entrò in città senza incontrare resistenza alcuna.
Il governatore militare alleato nominò sindaco, dietro proposta del CLN locale, il liberale Vincenzo Anselmi.
Orvieto fu salva. Non fu rasa al suolo dai bombardamenti alleati e non fu fatta saltare dai tedeschi. Orvieto città salva e aperta. Lo fu grazie ai tesori d’arte che custodisce, da salvaguardare – secondo l’apposita commissione dell’U.K. Foreign Office che conflitto durante era incaricata di valutare caso per caso le realtà territoriali, paesaggistiche ed ambientali che sarebbero state coinvolte nei vari fronti di combattimento in tutta Europa, ma anche in virtù d’una certa qual lungimiranza tedesca, veteroromantica, goethiana, una particolare “sensibilità” (alquanto paradossale, se si vuole) a protezione del bello, del classico – e dei tesori dello Spirito, grazie al proprio vescovo mons. Francesco Pieri le cui pressioni ed intercessione presso la Santa Sede furono ragionevolmente insistenti per la difesa del Duomo – indiscutibilmente – e, soprattutto ritengo, per quella delle sante reliquie eucaristiche e della Memoria e della Tradizione relative al ruolo della città da dove nella seconda metà del Duecento venne promulgata con bolla papale la solenne sacra festività del Corpus et Sanguis Domini.
Orvieto si era mossa per tempo al fine di preservare i tesori d’arte e documentali che custodiva, dal rischio di irreparabili danneggiamenti e distruzioni possibili a causa di eventuali coinvolgimenti diretti della città negli eventi bellici.
Già nella primavera del 1940 la Presidenza dell’Opera del Duomo aveva provveduto a far sistemare in luogo sicuro tutte le opere d’arte parte del patrimonio del Duomo e del Museo. La grande vetrata della tribuna nella cattedrale fu smontata per volontà della Soprintendenza ai Monumenti e Gallerie dell’Umbria di Perugia che fece anche erigere una difesa muraria a protezione dei bassorilievi sulla facciata.
La Biblioteca Comunale aveva provveduto a collocare nel sotterraneo gli incunaboli e le opere di maggior valore, racchiusi in apposite cassette. Tra la fine di aprile ed i primi di maggio del 1943, il “materiale di pregio” dell’Archivio di Stato di Roma aveva trovato ricovero nella nostra città, precisamente nella Chiesa della SS. Annunziata, ubicata nei pressi del Duomo e chiusa al culto. Questo provvedimento di sfollamento degli Archivi dai maggiori centri urbani in siti ‘più tranquilli’ per la loro salvaguardia dai bombardamenti era una delle misure più comuni, adottate non solo in Italia, durante l’ultimo conflitto mondiale. La presenza del Duomo e la vicinanza alla capitale, spinsero l’allora direttore dell’Archivio di Stato, Emilio Re, a fare affidamento su Orvieto per la conservazione pro-tempore di fondi e serie archivistiche di maggior valore. Il carico era costi-tuito da 138 casse contenenti la collezione completa delle Leggi e Decreti dal 1861; 103 casse contenenti le carte degli ex presidenti del Consiglio; infine i preziosi 2.000 volumi dell’Archivio camerale pontificio. Tra la fine di aprile ed i primi di maggio del 1943, con soli due viaggi e due carichi successivi, si portò a compimento il trasporto. Tutto avvenne nella massima segretezza. Per essere stato facilitato nell’esecuzione di quella delicata operazione, il direttore Re si era dimostrato sempre riconoscente alle autorità cittadine locali. Soprattutto al vescovo Pieri, particolarmente benevolo nei suoi confronti, il quale “ebbe la bontà di concedere a titolo perfettamente gratuito” i locali adibiti a deposito cautelativo dell’Archivio.
nel maggio del 1943, per disposizione del Ministero della Guerra, l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore del Regio Esercito, personale al completo ed archivio, furono ‘sfollati’ ad Orvieto, eletta a temporanea “sede di campagna”. Dopo una serie di valutazioni concernenti la scelta della più opportuna e sicura sede, si era deciso per la nostra città, in quanto sembrava essere lontana da seri obiettivi militari e non troppo distante da Roma. 12.000 cartelle di fascicoli vari e 12.000 volumi di documenti rilegati, comprendenti, questi ultimi, i documenti più importanti, i diari e gli studi. Uffici ed Archivio riuscirono a trovare la loro temporanea sistemazione in alcuni bei palazzi orvietani, tra loro affatto distanti. L’Archivio fu organizzato nel pianterreno del Palazzo Soliano, sede del Museo dell’Opera del Duomo. Gli Uffici e la Biblioteca interna furono sistemati presso alcuni locali del Palazzo Faina, proprietà del conte Claudio. Al primo piano del Palazzo Mangrossi, poi Viti-Mariani, fu invece sistemato il capo dell’Ufficio Storico, con la Segreteria e la Biblioteca interna. La mensa ufficiali fu approntata a Palazzo Valentini (già Aviamonzi-Alberici), in via Garibaldi.
Dopo l’8 settembre fu preoccupazione immediata del personale dell’Ufficio impedire che il prezioso materiale storico si disperdesse o cadesse in mano ai Tedeschi. Si procedette, dunque, ad una rapida selezione della documentazione archivistica. Una parte di essa, come quella riguardante le campagne in Africa settentrionale e in Russia, venne occultata presso abitazioni private o riportata a Roma e nascosta “per tutto il periodo dell’occupazione tedesca, nel Vittoriano. Altra, a cui poteva essere particolarmente interessato l’ex alleato germanico (carteggio relativo ai fronti comuni nella presente guerra mondiale; carteggio del Comando Supremo relativo a determinati eventi della 1a guerra mondiale; carteggio dell’inchiesta su Caporetto), dopo essere stata prontamente rinchiusa in casse di legno, in tutta segretezza venne murata nei sotterranei del Duomo, ove venne recuperata intatta solo a Liberazione avvenuta.
Analoga azione di protezione e difesa di prezioso materiale bibliografico – archivistico – documentale fu operata dal dott. Angelo Della Massea, direttore della Biblioteca Comunale “Luigi Fumi”di Orvieto, sita al pianterreno del Palazzo Clementini. Il materiale della Biblioteca, come quello delle scuole ubicate in città, per tutto il tempo di guerra era riuscito ad essere preservato. Gli incunaboli più preziosi, chiusi in apposite casse, erano stati riposti fin dall’inizio nel seminterrato, sebbene non fosse stato disposto alcun mezzo protettivo di guardia. Soltanto di propria iniziativa, negli ultimi giorni prima dell’arrivo del fronte, quando era stato dichiarato lo stato di emergenza, il direttore era rimasto chiuso, giorno e notte, nella Biblioteca per “opporre quella maggiore resistenza
morale” che gli era possibile ad eventuali tentativi di saccheggi del materiale bibliografico. Uno di questi era stato perpetrato dai Tedeschi nella notte del 13 giugno, ma fortunatamente senza successo. La Biblioteca non subì danni nemmeno a causa di bombardamenti; le misure prese per l’incolumità della Biblioteca valsero gli elogi tributati a Della Massea da parte di una Commissione Alleata per la conservazione dei monumenti, composta da un maggiore americano e da un capitano inglese, direttore dell’Archivio storico di Londra. Il prof. Severino Stella e la coadiuvatrice, allora laureanda, sig.na Lucia Conti, subentrati alla precedente dirigenza, trovarono il patrimonio bibliografico in perfetto stato di conservazione e manutenzione, tanto che le ricerche poterono riprendere rapidamente nel dopoguerra. A tal fine, meritoria fu l’attività dell’Istituto Storico Artistico Orvietano, che si preoccupò, fin dalla sua fondazione, della conservazione e sistemazione del patrimonio archivistico e bibliotecario di Orvieto. La nostra città, dunque, conobbe in quei particolari anni, un momento eccezionale. Ebbe la fortuna di ospitare due grandi Archivi nazionali che andarono ad aggiungersi alla già copiosa messe documentaria presente in virtù delle raccolte locali, istituzionali, religiose e private.
Va infine ricordata anche la presenza in Orvieto dell’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito Francese; l’Archivio d’oltralpe, forte di ben circa cento tonnellate di documenti archivistici, andò ad aggiungersi al consistente e solido elenco di patrimoni documentari di rilievo presenti in città nel ’43 – ’44; la custodia ne fu affidata all’Ufficio Storico del nostro SMRE, presso un Palazzo Ravizza.
Orvieto, custode di cotanta messe letteraria, storica e culturale, divenne in sostanza una sorta di Cittadella della Memoria; destino inevitabile per la città di Luigi Fumi, figlio della Cultura fervida e mai sopita nell’acrocoro rupestre; caposaldo, figura di spicco nel settore storico, bibliotecario e archivistico italiano, che varcò in notorietà lo stesso limes nazionale.
Orvieto, dunque, Patria dei documenti d’Archivio e bibliotecari, dimostrò fattivamente, in durissimi tempi di lutti e rovine, il trionfo dell’Arte e della Cultura sul sangue e sulle armi, in un momento in cui tempo a disposizione per prendere decisioni non ve n’era e vi era veramente ben poco da scegliere tra le poche risorse disponibili.
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