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Cara Orvieto... da 'Orvietato Sporgersi' lettera aperta alla Città

venerdì 15 dicembre 2006
di Valentino Filippetti, Cristiano Ghirlanda, Liliana Grasso
Cara Orvieto, iniziare così, adottando un registro epistolare più adatto a lettere d’amore o comparabile ai grandi carteggi tra autori (proviamo a ricordare i “caro Theo” di Vincent Van Gogh), non è affatto casuale ed è prodromico per l’inizio di un discorso che vuole e deve trasformarsi in un progetto. Dove siamo? Siamo al punto di aver costruito un asse storico tra le vicende culturali e politiche del secolo scorso e le sfide che dobbiamo affrontare? Queste domande sono passate per queste strade strette e acciottolate, inerpicate sul tufo, come vedette tra la nebbia che la mattina sale: il convegno del ’76, il compromesso storico; il primo convegno per il Partito Democratico e, per ultima, la voce di Orvietato Sporgersi. Che ci sia la necessità di costruire un progetto e di costruirlo sul presente è una richiesta che non viene da noi. È la società civile, la politica, le istituzioni, il mercato che lo chiedono; è la storia europea e non solo quella italiana che lo impone. La cosa straordinaria è che oggi, sembra sia Orvieto ad avere la possibilità di proporre un laboratorio permanente di idee, di politica e di cultura. Per valorizzare, senza indugiare, anche le realtà locali, in un processo di internazionalizzazione della cultura, contribuendo a costruire in questa città, uno dei luoghi d’incontro e confronto della cultura europea. Sia chiaro: questo non vuole suonare come un appello affinché tutto ciò avvenga. Di fatto tutto ciò sta già avvenendo. La storia, come sempre accade, precede le opinioni. Per questo chi scrive, scrive una lettera aperta ai cittadini, alle istituzioni, alle scuole, agli imprenditori, ai ragazzi e alle persone che possono diventarne protagonisti. È una sfida economica e culturale che come tale va accettata o rifiutata. Partiamo da ciò che questo convegno ha rappresentato. Quando abbiamo pensato e proposto l’idea di Orvietato Sporgersi come il preludio di un laboratorio culturale, come prima questione è parso inevitabile se non deontologico, pensare alla motivazione e all’utilità dell’incontro. Pensiamo infatti che non sia sufficiente, sebbene particolarmente piacevole, incontrarsi e dire delle proprie convinzioni. Abbiamo l’impressione che sia il momento di andare oltre. E pensiamo che sia utile che in questo s’impegnino con diversi ruoli e mansioni, la politica, la cultura, la società civile, l’imprenditoria, i lavoratori ecc. Non vogliamo essere spunto di amabili conversazioni in deliziosi salotti. Quando infatti si vivono momenti di particolari trasformazioni, tali da non essere in grado di decodificarne la reale portata, sfugge la possibilità di controllo e si porge il fianco ad atteggiamenti nostalgici pre-borghesi. Pare evidente che una situazione di timore e sfiducia possa far rimanere inermi tra la necessità di rinnegare il passato per non sentirsi conservatori e l’allontanamento dell’orizzonte del futuro per paura di non essere all’altezza di comprenderlo e dominarlo. Se questa fotografia è reale; se cioè si assiste a cambiamenti d’identità delle cose, è bene che il giudizio non sia staticamente sferzante ed odioso, ma si sappia inserire in una dimensione storica. Leggere il contemporaneo è difficile, si sa. Si è implicati, si è troppo vicini, ma non si può che essere contemporanei a se stessi. Così se si cerca di vedere le cose più chiaramente aspettando di prendere le distanze, si finisce con l’arrivare in ritardo. Il ciclo di incontri di Orvietato Sporgersi ci conferma appunto che dobbiamo prendere confidenza con nuove identità e nuovi significati e senza perdere tempo possiamo già partire, ora, avviando il processo da quel poco che si è fatto, da un elenco di temi affrontati. La scuola: Si parte da qui perché Orvietato Sporgersi, senza colpevolmente averlo messo in agenda per tempo, è stato attraversato e folgorato da questo argomento che non a caso da solo ha trovato un suo grande spazio. Vogliamo ancora davvero raccontare i giovani come inconsapevoli, decerebrati, privi di ogni valore, regola o insegnamento? Ci interessa descriverli come il paradigma del dirupo verso il quale viaggia tutta la società contemporanea? È da secoli che si ragiona così e sono secoli che ci sbagliamo. Se poi fosse vero, è evidente che la responsabilità investirebbe in primo luogo l’istituzione scolastica. Nonostante le riforme tanto declamate, formiamo gli studenti con sistemi che sarebbero stati desueti nel secolo scorso. E non ci stupisce affatto ch’essi non si appassionino. Ci ostiniamo ancora sulle antologie: gli insegnanti e gli studenti non hanno la possibilità di poter scegliere le letture differenziando la preparazione e costruendo possibilità di confronto e scambio. Così quando si sostiene con passione, come è capitato durante lo svolgimento di una sessione del convegno, (e plaudiamo alla voglia di gridare il proprio malcontento!) che alcuni argomenti sono troppo complessi per un uditorio fatto anche di studenti, noi ci si dice che, se gli studenti sono pronti per capire Dante, è strano che non capiscano noi o il buon Ottonieri - per fare un illustre esempio. Il lavoro: La struttura del mercato del lavoro come incide sul concetto stesso di persona? O per meglio dire di soggetto? L’esplosione delle modalità di collaborazione lavorativa, di contrattualità differenziate, la frammentazione degli interessi sociali, ha portato ad una evidente moltiplicazione delle possibilità, accompagnata da problematiche di accesso. Si è modificato il sistema di relazioni e quindi è inevitabilmente cresciuta l’individualizzazione del fare. Insomma, abbandonata la speranza di migliorare significativamente gli ambiti collettivi, iniziamo a mangiare cibi genuini, a prender lezioni di yoga, ad innamorarci di discipline orientali, a cospargerci di creme riparatrici, ritirandoci, così, definitivamente dalla politica. Come possiamo pensare di incidere nella realizzazione un reale cambiamento sociale. In che modo si può contare? Dobbiamo abbandonare? Nel convegno si è detto che si può rinunciare alla vittoria e alla proprietà. Si pensi però a quanto debbano aver pianto per le sconfitte e goduto delle vittorie i lavoratori che hanno lottato per conquistare i propri diritti. Difficile credere che avrebbero volentieri rinunciato alla rivendicazione di “proprietà” sulla fabbrica. Siamo forse passati dalla lotta dei lavoratori a quella dei consumatori. Ma i soggetti che chiamiamo con nomi diversi sono sempre gli stessi. Per una certa parte di tempo della giornata produco, per un’altra consumo, per una terza esercito il mio potere di critica, ecc. Per un momento ci è parso che nella nostra fase di consumatori saremmo stati più forti ed incisivi nell’intento di modificare la realtà secondo le nostre aspettative ed esigenze. E non è stato un abbaglio. Certo in prospettiva non pare che ne usciremo vincitori, perché sembra del tutto evidente che non ci saranno vinti. Siamo tutti consumatori ma non siamo tutti proletari. Classe: In questi mesi, complici le differenti posizioni ideologiche sulla finanziaria, è tornato in voga il termine “classista”. Ma non era finita la suddivisione in classi? Parliamone dunque, della fine della società di classe. Può essere che questa affermazione abbia un suo fondamento. Ma cosa significa? Significa forse che non esistono classi sociali? Si potrebbe dire – certamente semplificando in modo non corretto - che se si vive prevalentemente di reddito si è prevalentemente proletari, se si vive prevalentemente di rendite si è prevalentemente capitalisti. E il termine “classe” risponde ancora al bisogno di raffigurazione delle categorie sociali. Forse si. Ma se così fosse, sarebbe ancora più urgente averne coscienza. Quando cambia l’identità della società, del lavoro, della produzione, di nazione, per poter governare la realtà, si deve maturarne coscienza e condividerla. Media: Cosa significa comunicare ai tempi di internet. Per certi aspetti la rete aggrava in maniera esponenziale il principio di auto-esclusione, il proliferare di forme autarchiche ed individuali, che si perdono nell’universo dell’offerta comunicativa. Internet è anche il luogo dove meglio si evidenziano le tensioni di un capitalismo privo di regole e garanzia. Ma al tempo stesso come sostenuto da Michele Mezza “la rete non è solo un ufficio postale più efficiente e veloce. È un nuovo paradigma di convivenza sociale, dove lavoro, relazioni, identità e valore, assumono radicalmente un altro significato. Se – continua Mezza - il mulino ad acqua ci ha dato il signore feudale, il mulino a vapore ha prodotto la borghesia industriale, scolasticamente ci chiediamo: il mulino digitale cosa sta selezionando?”. In Francia la candidata socialista all’Eliseo Ségolène Royal ha "riscoperto" l'intelligenza angelica o collettiva. Cosa significa? Significa che dovremmo guardare con attenzione al concetto di “individuo cooperante” esaltato dalla rete. Internet moltiplica un fenomeno tipico della produzione intellettuale che "incorpora" idee e prodotti già realizzati (vedi cinema e pubblicità), se non addirittura permette di realizzare nuove piattaforme come Linux. Si pensi ad un fenomeno quale Wikipedia, enciclopedia realizzata in open source. La vita è complessa. Detto questo, armandoci di un sanguinettiano “catastrofico ottimismo”, preme dire che non v’è bisogno di nostalgia: stato d’animo nobile e interessante da indagare, in amore o in vecchiaia, ma poco utile per la storia. Non si pensi con struggimento ai tempi che furono. Non si rimpianga né Carosello né la fabbrica. Detto questo, sia ben inteso, non si tratta di rinnegare l’importanza della storia. È nel rispetto di quella storia - che seppe con sofferenza, fatiche e perdite, sfidare il presente conquistandosi diritti e ruolo sociale, superando il fascino di pensieri regressivi - che si deve essere capaci di esserne figli. Passato: Perché molto spesso la difesa di un diritto, ad esempio del diritto di vivere in un ambiente sano, va a coniugarsi con la celebrazione di una vita arcaica, magnificando la campagna come un salvifico ritorno alle origini? Quando si parla di ambiente, qualità della vita e di benessere, sia la società civile che i grandi brand internazionali, parlano lo stesso linguaggio; case di campagna, contadini meravigliosi, massaie sorridenti, allegri vignaioli, aratri, mulini, calessi, nonne. Pensieri ornamentali e folcloristici che è bene “tirino le cuoia”. Oltre ad essere menzogneri perché non rappresentano affatto il reale stato della produzione, sono fortemente diseducativi. Non ci pare, infatti, ci sia la necessità di rimpiangere la pre-globalizzazione. La globalizzazione va attraversata non negata. Una volta si viveva anche in orrendi tuguri di cui il mondo è ancora pieno, circondati da bellissimi palazzi aristocratici e chiese monumentali. Per quale ragione si inviterebbero i contadini a riutilizzare la falce? Per sentimentalismo nostalgico o per gratificare il nostro fine palato? Siamo disposti a rinunciare alla bontà delle tradizioni perché la rivoluzione borghese ha posto al centro diritti formali per l’intera umanità. Si tratta di renderli sostanziali. Una volta quei contadini morivano a trent’anni di pellagra, mica facevano colazione tutto il giorno con biscottini dorati. Crediamo che il protagonismo della società civile e dell’associazionismo sia essenziale. È possibile riuscire a far crescere attività che mirino a cambiamenti strutturali senza eroicizzarsi esclusivamente nella caritatevole filantropia dei giusti, così nobile e altrettanto chic? Rappresentatività: La perdita di potere nel mercato da parte dei lavoratori e la trasformazione dei mezzi di comunicazione preludono ai cambiamenti delle forme di rappresentanza e delle forme politiche. Uno dei momenti di riflessione politica, che ha provato a dare risposte per il futuro, si è tenuto proprio qui ad Orvieto ad ottobre. Qui si sono volute porre le basi per un progetto, il Partito Democratico, che è tutto da costruire. Forse non sarà una semplice somma di partiti… ma forse si. Sarà pronto ad accogliere il mondo riformista cattolico e quello gramsciano. Insomma un’analisi così tagliata con l’accetta lascia poche speranze ma, provando ad accettare il punto di partenza, siamo pronti ad elogiarne il punto di arrivo. Nuovi strumenti, nuovi luoghi e nuove linee di confine. Di conseguenza, è evidente, nuove esclusioni e nuove contrapposizioni. Saremo qui volutamente elusivi: non si intende dire se sia il luogo giusto o meno, ma di certo il passato non è migliore, non pare in grado di dare risposte adeguate e neppure - e questo è il punto -, porsi le domande giuste. È possibile che il nuovo inizi con l’elenco delle vecchie contrapposizioni? Seppure paia inevitabile inciamparvi in continuazione, non pare siano centrali le vecchie divisioni. Ad esempio: può apparire come proiettata nel futuro una discussione tra credenti e atei? È un dibattito sterile, ripetitivo, finito con la rivoluzione francese con qualche inutile strascico di fine ottocento. Non si vuole affermare che le convinzioni religiose e le radici non influiscano con pieno diritto sulla cultura. Ma sembra più utile sedersi sopra al ritorno del neo-determinismo e parlar d’altro. Cambiare punto di osservazione. La stessa discussione su chi è più o meno erede del Partito Comunista che riempie le pagine dei giornali giocando su rivendicazioni o negazioni non ci appassiona affatto. Intellettuali: Gli straordinari interventi di Malerba e Balestrini hanno confermato l’attualità delle tematiche e la grandezza di anni in cui la storia favorì la crescita di grandi intellettualità. Ancora oggi a trent’anni di distanza non v’è dubbio che le avanguardie del ‘900, il “Gruppo ‘63”, rappresentino il punto di partenza. Al contrario, noi, non siamo senza peccato. Ci siamo infatti persi nel ribadire quanto straordinari furono i tempi che furono. Abbiamo sbagliato. Esattamente come allora era più facile celebrare i classici che parlare dei Quindici, dei Novissimi, oggi è difficile parlare del proprio presente. Il punto è che il convegno ha confermato una delle novità di questi ultimi 30 anni: la nascita di figure intellettuali diverse non legate più alle sole categorie letterarie o scientifiche ma costruite nella società civile, legate al volontariato, al territorio e all'impegno civile. Realtà come Amref, Legambiente o Amnesty producono nuove figure di impegno culturale e politico così come diverse sono le intellettualità quali Daniele Gasparinetti di Net-Mage o Paolo Gentiluomo performer di “Pronto Intervento Poetico”. Tali novità rappresentano, o meglio, devono rappresentare, una parte fondamentale nella costruzione della nuova politica e certamente devono essere parte fondamentale nella costruzione di un nuovo soggetto politico. Ora. Per finire, continueremo a dare il cattivo esempio e ancora adotteremo vecchie categorie, consapevoli di non avere mezzi migliori. Il principale problema dell’oggi è una questione di coscienza. Coscienza della propria identità e delle identità sociali; coscienza democratica (“Ai tedeschi non piace più la democrazia”, titolo di Repubblica di sabato 24 novembre 2006). Le nostre Prove di Conoscenza del Contemporaneo rappresentano una effettiva piattaforma di lancio. Per dirla con Gramsci, la letteratura deve tendere ad elaborare ciò che c’è, per quanto possa essere arretrato o convenzionale. È meglio poggiarsi su qualcosa di degradato, ma realmente sentito, che su istituzioni culturali nobili ed insigni ma ben poco effettuali. Gli intellettuali, oggi, non devono essere capaci di ritrovare il nesso tra teoria e pratica? Tra arte e storia? Non la risolveremo qui, oggi. Ma ci pare sia inevitabile partire da qui. Apriamo il dibattito.

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