cultura

Abbandonarsi all'impossibile

sabato 23 dicembre 2017
di Mirabilia-Orvieto
Abbandonarsi all'impossibile

Beato Angelico, "Annunciazione", Museo diocesano di Cortona

Niente è impossibile a Dio. Questo è l’unica cosa che l’angelo dice a Maria per invitarla a credere. Niente è impossibile!
Sta qui tutta l’essenza della fede, pensare e vivere contro ogni logica e ragionevolezza. Il Natale manda così il suo messaggio: la nascita di qualcosa che nessuno s’aspetta, che nessuno osa immaginare.
Che senso avrebbe una vita che, fin dalla nascita, deve rassegnarsi alla “limitatezza” dell’esistenza umana?
In fondo è questa la domanda che tutti prima o poi si pongono quando riflettono su se stessi. Bisogna imparare presto che è molto più sensato sperare di ottenere semplicemente il possibile per sopravvivere, senza pretendere altro, senza sperare in chissà che cosa di straordinario.
In fin dei conti basterebbe avere l’indispensabile per una vita “normale”, confidando magari, per chi crede, nella protezione e benevolenza di Dio...ma nulla di più!
Ebbene, nel Vangelo dell’annunciazione, Dio non la pensa esattamente così. Il senso di questo racconto è talmente potente da rappresentare uno straordinario invito a non disperare, a non sottovalutare o disprezzare troppo in fretta quel “poco” che si è ricevuto dalla vita.
A volte il proprio apparentemente “misero destino” (pochi sono i fortunati che possono dire di avere avuto tutto dalla vita!) potrebbe non essere poi così misero, come appare a prima vista. I bilanci si faranno solo alla fine!
E, infatti, secondo la logica di Dio, proprio quel “poco”, ritenuto tale anche per una semplice e modesta vita, per il comune e normale “ordinario”, diverrà la base per un futuro assolutamente “straordinario” e decisamente impensabile.
Nelle favole, che a ragione possono essere considerate delle parabole, il protagonista, quasi sempre sfortunato o perseguitato dalla sorte, non solo riuscirà a “sopravvivere”, ma anzi guadagnerà una vita di grande pienezza, diventando addirittura spettatore attivo di un incredibile “capovolgimento” della propria storia personale.

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dal film di Zeffirelli

E’ anche il caso di Maria di Nazareth, la futura madre di Gesù che misteriosamente rimane incita: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò Colui che nascerà sarà Santo e sarà chiamato Figlio di Dio” (Lc 1, 34-35).
Certo, l’annuncio che l’angelo fa a Maria è a dir poco sconvolgente e non affatto rassicurante: accettare quel progetto rappresenterà per la giovane donna della Galilea incomprensioni profonde, giudizi e persecuzioni, fino al rischio della vita quando dovrà affrontare inevitabilmente l’accusa di adulterio, punito in quel tempo con la morte per lapidazione. Sarà proprio Giuseppe a salvarla: con un atto di fede sposa Maria, credendo in lei e nel progetto divino.
Ostacoli e difficoltà non impedirono alla Vergine di accogliere Dio, un Dio totalmente diverso da come se lo era immaginato, così diverso da sconvolgere anche i suoi “pii progetti” di donna, di sposa e di figlia devota di Israele, osservante della Legge.
Certamente tutto questo può accadere solo se ci si affida a un semplice segreto che è una totale fiducia e abbandono in Dio, perché proprio attraverso e mediante un tale “affidamento” avviene l’incredibile e assolutamente imprevedibile ribaltamento della situazione di partenza.
Credere all’annuncio dell’angelo significa infatti sperare nello straordinario, significa non guardare più a se stessi, ma trascendersi, superare se stessi, andare oltre se stessi.
Credere non è affatto una cosa semplice, perché, inizialmente, non può che apparire come una “assurdità”, impossibile e folle.
Inoltre, credere non vuol dire solo lasciar fare a Dio; non equivale cioè a una passiva de-responsabilizzazione o a un lavarsi le mani, visto che a tutto pensa Dio, un attendere tutto dall’alto, come se Dio si sostituisse completamente all’uomo, ma vuol dire, anche e forse soprattutto, un impegnativo e tutt’altro che banale “stare al gioco di Dio”; e quindi esige da parte dell’uomo una collaborazione, un “coinvolgimento attivo” con Dio, anche senza capire all’inizio che cosa questi ha in mente e anche se quello che fa non può che sembrare assolutamente privo di senso.
Credere significa affidarsi pur senza capire. Per questo credere si rivela come una importantissima “decisione”, una opzione fondamentale che può dare un’impronta diversa a tutta la vita: in pratica per credere bisogna decidere di voler credere, decidere di dare una svolta alla propria vita, di volersi affidare a ciò che appare sempre, almeno all’inizio, impossibile e assurdo.
Credere è, in fin dei conti, il saper ascoltare il proprio cuore, che spesso non coincide con pensieri e ragionamenti umani. Ascoltare il cuore significa infatti tacitare il dominio dell’ego, che crede solo a se stesso e alle proprie forze, per lasciarsi guidare da ciò che può aiutare a capire più a fondo chi siamo, dove siamo, e dove stiamo andando.

Rossi da Cadore Antonio, Viaggio a Betlemme, XV sec.

Credere è mettersi nelle mani di Dio, affidandosi a Colui che mette in movimento la storia degli uomini, che li spinge sempre ad uscire da se stessi, da quello “status quo” insoddisfacente e irrealizzante. Occorre quindi grande coraggio e scommettere su ciò che appare un nonsenso, e sopratutto una “fiducia incrollabile” in Dio.
Sì, fiducia incrollabile “Perché tutto è possibile presso Dio” (Mc 10,27). Sta qui la differenza. Nel Vangelo di Luca, come in quello di Matteo, si legge “tutto è possibile a Dio” (Mt 19, 26), lasciando pensare all’ascoltatore che credere significhi semplicemente “lasciar fare a Dio”, perché appunto “a Dio tutto è possibile”. Questo sarebbe troppo semplice! In fondo, sarebbe come dire: fa‘ tu! Io mi siedo qui ad aspettare...Chiamami quando avrai finito! Questa è la fede a buon mercato, la fede del poco, la fede del minimo.
Per il Vangelo di Marco, il più antico di tutti, credere significa invece confidare che “presso Dio tutto è possibile” (Mc10, 27), cioè che noi siamo in grado di superare qualunque ostacolo o avversità se e nella misura in cui siamo “radicati in Dio”. Essere “presso Dio” altro non è che essere “in Dio”. Non è quindi Dio che fa per noi, al posto nostro, quasi magicamente, sostituendosi a noi; siamo noi invece che facciamo e lo “facciamo” con successo solo nella misura in cui ci si affida a Dio, radicando la propria vita nella sua parola.
Credere non è dunque un atteggiamento di passiva de-responsabilizzazione, ma “una concreta capacità di agire”, nella fiducia - in tali casi folle e assurda - che tutto andrà, comunque, per il meglio.
Ecco perché in un altro passo si dice che “Gesù non poté operare a causa della loro incredulità” (Mc 6,1-6): in sostanza è la fede che fa Dio onnipotente, perciò senza di essa egli non può far nulla, si rivela cioè “impotente”, perché gli si impedisce di agire, di operare!
E a far sprigionare a Dio tutta la sua forza, non saranno coloro che si credono forti, ricchi e autosufficienti, ma gli ultimi e i poveri.
E’ questo l’altro rovesciamento proposto dal messaggio di Gesù: “Beati i poveri perché di essi è il Regno dei cieli” (Mt 5,3).

Natività di Rubens

Nella natività di Rubens, pastori e povera gente accorre a vedere la nascita di Gesù. Essi sono inondati dalla luce sprigionata dal bambino, una luce di speranza che illumina le tenebre, mentre scalda e rallegra i cuori dei presenti, uomini e donne; a loro è diretta la grazia divina, sono loro i mendicanti di vita che, giunti al cospetto di Dio, vedono finalmente l’impossibile diventare “possibile”.

Con questa immagine auguriamo un Buon Natale a tutti!

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