cultura

Una scelta difficile

giovedì 29 giugno 2017
di Mirabilia-Orvieto
Una scelta difficile

"Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà".

(Matteo 10, 39)

A differenza dei cosiddetti tempi forti (Quaresima, Pasqua, Avvento e Natale), in cui la Chiesa ripercorre le tappe fondamentali del mistero della salvezza, quello ordinario è visto come un tempo di approfondimento e di meditazione di tale mistero.
Il Vangelo di questa domenica invita proprio a fare questo, a entrare cioè dentro un testo molto particolare, cercando un collegamento con la vita di chi ha pronunciato quelle parole e anche con la vita di chi le ha ascoltate.
Tutti, salvo pochissime persone, stanno abbandonando Gesù.
Eppure erano stati in molti ad averlo seguito durante gli anni della predicazione. Molti ne avevano ascoltato le parole, molti ne erano anche rimasti convinti, qualcuno era stato beneficato e guarito; addirittura c'è chi aveva riacquistato la vita!
Ora però il Maestro di Nazareth desidera che i suoi discepoli non solo diano testimonianza di ciò che hanno visto e udito, ma che vivano quello che lui ha vissuto.

La sequela di Gesù

Ancora una volta la sua predicazione lascia sorpresi, come avvenne a Cafarnao, quando Cristo disse di mangiare la sua carne e bere il suo sangue.
Infatti, di fronte a quelle incredibili parole: "Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me...” (Matteo10,37), tra Gesù e i suoi discepoli qualcosa si rompe...c'è qualcosa che non è più possibile intendere, accettare e soprattutto vivere.
Chi mai si è posto al di sopra della Legge, e precisamente del quarto comandamento, dove si dice che la famiglia è sacra e che il primo dovere dell’uomo verso l’altro uomo era quello di “onorare” il padre e la madre?
Quale tipo di amore può superare l’amore verso la propria famiglia? Per un ebreo è come “disconoscere” Dio stesso.
Anche in un’altra occasione, un tale gli aveva chiesto se, prima di seguirlo, poteva andare a seppellire il padre, ma la risposta di Cristo fu lapidaria: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti” (Matteo 8, 21).
Del resto Gesù aveva già dato dimostrazione, nella sua vita, che è possibile staccarsi dai rapporti familiari più profondi, e lo aveva fatto in modo davvero singolare e forte.
Chi poteva dimenticarsi il rifiuto verso i suoi familiari, durante uno dei suoi instancabili viaggi attraverso la Palestina e oltre?
Entrato in una casa, Gesù si era messo come al solito a predicare; in quel luogo era radunata talmente tanta folla che non c’era più posto, neanche per mangiare. Venuti a saperlo, la madre, Maria, e i cugini (nel testo “i fratelli”), lo raggiunsero per riportarlo a Nazareth, perché dicevano “E’ fuori di sé” (Marco 3,21).
Qualcuno lo avvisò “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Marco 3, 32-35).
Se infatti la posta in palio è il Regno di Dio, allora i discepoli debbono essere pronti a seguirlo dovunque e comunque, incondizionatamente, vincendo persino l’irresistibile richiamo dei legami di sangue, così profondi e viscerali. Il distacco deve essere completo e immediato.
Come tutti i veri maestri, non c’è nulla che Cristo insegni senza averlo prima sperimentato sulla propria pelle; sta proprio qui la differenza con l’insegnamento dei Scribi e dei Farisei.

Gesù predicatore

Il messaggio è chiarissimo. Accogliere il Vangelo è spesso scomodo e può suscitare dissensi, anche profondi, divisioni e incomprensioni.
La conferma che il Vangelo ha la caratteristica di essere un segno di contraddizione, sono poi le parole con cui Gesù mette in guardia i suoi discepoli: "I nemici dell'uomo saranno proprio quelli della sua casa" (Matteo 10,36).
Proprio così, la Parola di Dio può diventare una spada che taglia, che separa, che disunisce, perché spinge a fare delle scelte che non tutti condividono.
Nulla di straordinario, visto che sono proprio le scelte a qualificare un essere umano, a determinarne il futuro. Se si pensa che la vita si dà come esigenza di uscita dalla famiglia, allora tutto sembra più ragionevole, anzi necessario. La durezza di quelle parole svela addirittura una grande verità: anche aldilà della fede, “la vita cerca fuori dalla famiglia la propria realizzazione!” (Massimo Recalcati).
Ci vuole infatti “separazione”, rottura con il familiare, perché ci sia una vita nuova, un’altra vita. La vita non si realizza nella ripetizione del familiare, ma è continua uscita da sé...la vita è fondamentalmente “erranza” (Massimo Cacciari).
La novità comporta sempre uno strappo dal luogo e dalle persone che ci hanno visti crescere, dall’attaccamento alle sicurezze del passato, da tutto ciò insomma che un individuo ha incorporato e assimilato nel tempo, molte volte senza neanche accorgersene.
Nell’opera “Riposo durante la fuga in Egitto” del Caravaggio, la famiglia di Nazareth è confortata da un angelo, mentre deve fuggire a causa del re Erode, mandante della strage degli innocenti a Betlemme.
Le difficoltà incontrate da Giuseppe e Maria per il non-ritorno a Nazareth (il Vangelo parla di ben sette anni di esilio in Egitto), sarà motivo di profonda riflessione volta a comprendere meglio la pedagogia di Dio: negli ultimi tempi la salvezza si rivelerà come completo “sradicamento” dalla Terra, dalla Famiglia, dalla Legge, dal Popolo e dal Tempio. Nel tenero abbraccio di Maria c’è tutto l’amore umano di una madre verso il figlio, a sottolineare poeticamente che la dimensione terrena espressa dai sentimenti non può chiudersi in se stessa, ma deve avere sempre la capacità di trascendersi, radicandosi nel divino, rappresentato dalla presenza angelica.

Caravaggio, Riposo durante la fuga in Egitto

Solo chi ha il coraggio di affrontare dei conflitti può veramente aprirsi alla vita e trovare la propria identità, in una parola diventare adulto, altrimenti la vita soffre, si ammala e muore.
Al contrario la vita soddisfatta è la vita che si incammina con decisione lungo la via di un progetto, il quale per realizzarsi esige sempre rottura, conflitto.
Chi dunque vorrà ereditare la Vita dovrà scoprirsi “orfano”, perché non vivrà più delle aspettative dei genitori, di una vita già fatta, ma dei progetti che lui stesso è chiamato a comprendere, a sperare, a incarnare, a difendere, anelando ad un’altra “paternità”.
In un’epoca così lontana dalla nostra, molto prima della psicanalisi, Cristo spinge l’umanità a cercare dentro di sé la propria “vocazione” che, paradossalmente, secondo il Vangelo, non si dà se non si è disposti a perdere qualcosa, se non si lascia morire in noi qualcosa: “Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà” ( Mt 10,39).

 

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