cultura

Quaresima: la guarigione pericolosa

mercoledì 22 marzo 2017
di Fabio Massimo Del Sole - Patrizia Pelorosso
Quaresima: la guarigione pericolosa

El Greco, "Gesù guarisce il cieco nato” Olio su tela 1567 (particolare), Gemaldegalerie, Dresden.

Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va a lavarti nella piscina di Siloe (che significa inviato)”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
(Giovanni 9, 6-7)

E’ indubbio che la prerogativa principale di Cristo sia quella di andare sempre incontro agli uomini e al mondo, senza mai fermarsi. Fin dall’infanzia il luogo di Gesù è fuori casa, fuori dal riparo. La sua vita è caratterizzata dal costante sradicamento, dalla ricerca del confronto, della dialettica, della provocazione mai fine a se stessa. Non è mai uno stato tranquillo il suo, non è docile e men che mai conformista. La mitezza con cui nell’immaginario religioso si è soliti rappresentare la personalità del Figlio di Dio andrebbe meglio definita, come scrive Barbara Spinelli nel suo libro “Il soffio del mite”, “l’intranquilla” mitezza di Gesù. Nel mite non c’è affatto la rinuncia all’azione, al fuoco, ma l’aspirazione a incendiare: “Nelle parole di Gesù l’impeto entusiasta unito a una intelligente prudenza - afferma l’autrice - sono ordito e trama di un’unica tela”: Sono venuto a gettare il fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso (Luca 12,49).

E’ quanto ci ricorda il Vangelo della scorsa settimana quando, in uno dei suoi viaggi, l’irrequieto Gesù intercetta ad un pozzo una donna samaritana, una sconosciuta, irrompendo nella vita di lei.
Anche in questo racconto, tratto dal Vangelo di Giovanni, Gesù si fa avanti, prende l’iniziativa, puntando la vita di un giovane, cieco dalla nascita, che se ne stava a mendicare sul ciglio della strada.
Reduce da una delle tante discussioni con i Giudei, che lo accusavano di avere un demonio, e sfuggito dal pericolo di una lapidazione proprio nei pressi del tempio dove era solito predicare, il Messia incontra nel suo cammino questo cieco e si rivolge a lui con un gesto a dir poco singolare: ...sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va a lavarti nella piscina di Siloe (che significa inviato)”.

Terza versione dello stesso quadro: El Greco,” Gesù guarisce il cieco nato”, olio su tela 1570, Metropolitan Museum of Art, New York

Anche se l’attenzione nel leggere il racconto va naturalmente verso fatti e personaggi che si succedono incalzanti e che l’evangelista descrive peraltro in modo molto dettagliato, un posto sicuramente non secondario rivestono le reazioni scaturite da quel miracolo e che il pittore El Greco fissa in modo suggestivo nella sua tela rinascimentale (1570).  Attorno al Cristo guaritore, raffigurato sul lato sinistro della scena insieme al miracolato, ci sono tutti i protagonisti fotografati dall’artista nel particolare atteggiamento che li identifica: sulla sinistra è il gruppo dei discepoli, completamente “estranei” a tutta la vicenda perché troppo preoccupati a discutere sulle possibili colpe commesse dal cieco o dai suoi genitori (era infatti credenza degli ebrei associare una malattia ad un peccato); sulla destra il gruppo dei Farisei, scandalizzati e “increduli” alla vista del miracolo (avevano messo in dubbio la stessa cecità dell’uomo!); in basso i genitori del cieco, meravigliati di fronte al gesto di Gesù ma nello stesso tempo “distanti” per non compromettersi con quello che sta accadendo; e infine il cieco stesso, mostrato in ginocchio mentre è preso dolcemente per mano da Gesù che lo guarda intensamente, con un volto luminoso, mentre gli tocca gli occhi.

Sullo sfondo la città è chiaramente lontana, grazie allo sfondamento prospettico che si apre dietro al miracolo, come a dire che Gesù non vuole operare in modo spettacolare, ma “appartato”, nascosto agli occhi della gente.  Se un cieco dalla nascita torna a rivedere perché tanta ostinazione? Perché tanto accanimento? Quale “male” poteva mai portare quel bene immenso che, sovvertendo ogni legge naturale, aveva restituito vita e felicità ad un uomo destinato ad essere per sempre maledetto? Evidentemente per i Farisei l’osservanza della Legge era più importante della vita stessa degli uomini, senza considerare che a fare il miracolo era stato proprio Gesù, un uomo, un peccatore. Ai Farisei infatti non interessava tanto che un povero cieco tornasse a riacquistare la vista, ma piuttosto chi lo aveva guarito e come era stato guarito.

Il caso si sarebbe diffuso e molti avrebbero creduto in Cristo sminuendo l’autorità dei Farisei con i quali Gesù aveva un conflitto aperto. Troppo scomodo da accettare, troppo pericoloso per chi in quel tempo deteneva tutto il potere religioso. Inizia l’interrogatorio, il processo su Gesù raggiunge un culmine e il dibattito dei testimoni convocati si fa serrato. Di fronte alla certezza di un miracolo si nega l’evidenza e ci si appella a questione giuridiche, rifiutando di vedere il passaggio della grazia. Alla fine il giovane miracolato che ha il coraggio di confessare la verità dei fatti, viene cacciato dal tempio, espulso dalla chiesa di allora, abbandonato da tutti. Gesù, saputolo, lo incontra e gli dice: Tu credi nel Figlio dell’uomo? Ed egli rispose: Io credo, Signore E gli si prostrò innanzi.
Così al miracolo fisico si aggiunge il vero grande miracolo, perché il cieco “illuminato” è ora illuminato anche nell’anima! Ora vuole conoscere Colui che lo ha guarito, vuole incontrarlo fino in fondo: Io credo, Signore.

La sua vita è ormai profondamente, radicalmente cambiata, rinnovata fuori e dentro, nel corpo e nello spirito; diversamente da quella dei Farisei che invece stanno fermi, non cambiano, perché credono di sapere già tutto, e quindi non si lasciano interrogare e mettere in discussione dai segni misteriosi in cui Dio si manifesta. Gesù non corrisponde affatto all’idea che si sono fatti di Dio!
Ma proprio essi, che credono di sapere e di vedere, finiscono per non vedere...mentre la gloria di Dio illumina gli occhi, il cuore e la vita di colui che una volta era stato cieco.

Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi.
(Giovanni 9, 39).


Fonti di riferimento
www.culturacattolica.it Arte e catechesi
Barbara Spinelli: Il soffio del mite, ed.Qiqajon Comunità di Bose

 

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