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cultura

Orvieto a lezione di felicità da Luis Sepúlveda e Carlo Petrini

martedì 21 ottobre 2014
di Davide Pompei
Orvieto a lezione di felicità da Luis Sepúlveda e Carlo Petrini

Presentare al pubblico una novità – "porque la chiamate fatica?!" – letteraria. Oppure dargli in pasto un'esperienza corale da vivere. Sceglie la via della condivisione di un momento, intenso e collettivo, la rassegna "Il Libro Parlante" promossa dalla Libreria dei Sette-Mondadori. Che, alla vigilia delle venti edizioni, in stretta collaborazione con l'assessorato alla cultura, recupera la formula di "Orvieto Città Narrante" per "costruire il futuro sull'economia della conoscenza" e "identificare la città come centro nevralgico della cultura".

Un progetto di "rinascimento culturale", come è stato definito in più di una circostanza, sul quale l’assessore Vincenzina Anna Maria Martino sta lavorando con diversi operatori culturali della città. Ed è in questo contesto che si inserisce la stessa prospettiva de "Il Libro Parlante", ovvero quella di identificarsi come un'occasione irrinunciabile per la promozione culturale di Orvieto.

Sposa progetto e atmosfere nel nome di quell'idea(le) di città da perseguire anche il centenario Caffè Montanucci che, per l'occasione, sforna un semolino da record con la virtuosa chiocciola, fiero simbolo di lentezza e qualità. L'antipasto della nuova stagione di incontri con gli scrittori del momento – in via di ufficializzazione, il calendario dei prossimi – si rivela così tutt'altro che un assaggio. E "Un'idea di felicità" dato alle stampe per Guanda e Slow Food Editore diventa presto pretesto per parlare di terra e di vita, valori e persone.

Di "politica con la P maiuscola", "mondo possibile" e "ammore - questo, invece, con un paio di M - per le cose buone e le cose belle". Lo fanno, senza retorica, domenica 19 ottobre, Luis Sepúlveda e Carlo Petrini arrivati, dopo due passi tra le vetrine di Corso Cavour che espongono il loro libro, nella Sala dei Quattrocento – almeno cento in più a dispetto del nome, quelli che si accalcano anche a bordo palco, tra gli allestimenti della Bottega Michelangeli – di un Palazzo del Capitano del Popolo insufficiente a contenere tutti, compreso il balcone dove già nei giorni precedenti all'incontro sono state avvistate persone di ogni età aggirarsi con una copia del libro giallo in mano.

Accomuna i due ospiti, l'anno di nascita – 1949 – e quella filosofia di vita che li rende rivoluzionari come guerrieri pacifisti e politici senza far politica in senso stretto. Luis è alla sua terza presenza ad Orvieto – l'ultima nel 2011 in occasione di Off –, Carlin in quella stessa sala ha tenuto a battesimo la nascita, sotto forma di movimento internazionale per la tutela e il diritto al piacere, di Slow Food.

"La coscienza del cibo – esordisce il romanziere cileno – raccoglie le cose. Il libro nasce dall'incontro di due vecchi amici, come contributo e stimolo ad avere un'esistenza improntata alla giustizia sociale globale. A partire dalle attività quotidiane come il gesto di sedersi a tavola per comunicare un legame, una comunione con la terra. Quando prendo il pane, mi piace pensare a chi lo ha fatto. Di fronte a un pomodoro, mi chiedo da dove arriva, come si chiama il contadino che lo ha coltivato. La pratica della fraternità è già un pezzo di felicità".

"Molti pensano – gli va dietro Petrini – che il piacere sia antagonista alla salute. In campo alimentare equivale a vedere dietro un prodotto, la sua storia. Non esiste piacere nella crapula, nell'arruffare, nell'egoismo. Uno degli elementi distintivi è la morigeratezza consapevole, la condivisione. Viviamo, invece, in una situazione un po' schizofrenica. Siamo in carenza di pensieri. In agricoltura, la situazione è allo sfascio. La civiltà sta andando a tappe forzate verso la distruzione della storia. Scontiamo l'esaltazione volgare dell'alimentazione, il 22% dei bambini è obnubilato dall'idea di voler fare lo chef ma non sa cosa significa stare in cucina. Non c'è visione olistica della gastronomia, che non è la ricetta, ma agricoltura, zootecnia, biologia, fisica e chimica e poi storia, antropologia, identità ed economia politica. Questa è la cultura del cibo. C'è dell'arroganza nel pensare ai contadini come imprenditori agricoli in un paese dove si spende più per dimagrire che per mangiare. Se per produrre 100, consumo 400 si apre una crisi entropica da cui non si esce con consumi passivi. Ma con nuovi paradigmi, anche politici".

Quali? Dall'obbligo di ridurre lo spreco alimentare alla necessità di aiutare l'economia locale nella convinzione che mangiare sia il primo atto agricolo. E poi incominciare a pensare che "non siamo nati per accumulare e consumare, ma per condividere e voler bene alle persone che amiamo. Diranno che è utopia, ma è solo la somma di pratiche virtuose".

Il resto sono racconti di telefonate di un pontefice atipico a un agnostico incallito che rendono giustizia a nonne defunte. Sono inviti alla pratica dell'intelligenza affettiva (e austera anarchia), al rispetto di colture e culture autoctone. Esortazioni ad uscire dagli stereotipi, sostenere biodiversità e paesaggio come patrimonio. La felicità come metabolizzazione della sofferenza e impegno civico verso una legge che contrasti il consumo del suolo agricolo.

Il resto sono gli applausi di chi si aspettava la presentazione di un libro e si è trovato di fronte a una lezione a due voci. In prima fila, annuisce interessata anche Susanna Tamaro, tornata sugli scaffali da mercoledì 15 ottobre con "Salta, Bart!", avventura per ragazzi, monito per gli adulti sull'abuso alienante della tecnologia. Ne fa dono di una copia autografata a entrambi, insieme a un vasetto di miele che lei stessa produce.

L'autore della Gabbianella disegna un "animalo piccolo piccolo" come la sua lenta lumaca. Il presidente di Slow Food ripete "Grazie all'accogliente Orvieto". Giangiacomo Blesio, chef di Altarocca Wine Resort, cucina per loro terrina di fegatini con pere all'Albaco, passata di fagioli del Purgatorio con farro e coregone di Bolsena affumicato, tagliolini tirati a mano con ragout d'oca e timo, porco cinturello orvietano al forno con cipollotti fondenti e salsa di rosmarino, zuccotto di ricotta e amarene, in abbinamento ai vini della Cantina Altarocca. La variante vegeteriana prevede tempura di verdure di stagione, tagliolini ai funghi porcini, torta salata alla castagne, tofu e verdure di stagione.

Entrambi trascorrono la notte all'Hotel Palazzo Piccolomini. Sepúlveda riparte lunedì mattina. Vola in Spagna e poi da lì nel suo amato Cile, dove sarà ospite di un festival letterario. Petrini, si trattiene invece qualche ora in più, prima di raggiungere il Lingotto Fiere di Torino, dove giovedì 23 ottobre inaugurerà il Salone Internazionale del Gusto "Terra Madre". Sulla scia di quanto ascoltato, sono già pronte a raggiungerlo anche alcune persone di Orvieto. Il seme è piantato.

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