cultura

A Montegabbione presentazione del libro di racconti di Nicola Dal Falco "Il cavaliere verde"

mercoledì 11 agosto 2010

Sabato 14 luglio, a Montegabbione, verso le 17, verrà presentato in piazza, durante i festeggiamenti di ferragosto, il libro di racconti "Il cavaliere verde" di Nicola Dal Falco, stampato da Trasciatti Editore di Lucca.
Oltre all'autore sarà presente Andrea Ricci, il sindaco del paese dell'Alto Orvietano dove la densità arborea raggiunge la rassicurante cifra di diecimila piante per abitante.
Montegabbione si trova a pochi chilometri dalla Scarzuola, il convento francescano dove l'architetto Buzzi edificò la sua città ideale, ispirata all'estetica del ruinismo e seminata di simboli esoterici, tra le valli del Chiani, del Paglia e del Tevere.
Un paesaggio collinare di querceti ed uliveti che culmina nel monte Peglia, nuovamente visitato dal lupo appenninico.
Proprio uno dei racconti del libro ha per sfondo queste campagne.

Di seguito il racconto da Il cavaliere verde di Nicola Dal Falco, Trasciatti Editore, Lucca


Bucolica


Povero Cervone, alto, grande di naso e di falcata, vestito, anche d'estate, di lana un po' frusta.
Accende sigarette che innalzano un fumo azzurro, vellutato. Ha la testa stempiata, tonda, da imperatore e un filo di baffi, quasi un rammendo invisibile sulla barba di ieri. Gli occhi, vispi e chiari trattengono un pianto asciutto. È un rabdomante, un cercatore d'acqua, di pause sotterranee; tra abissi di materia inerte e silenziosa, traccia la via dei fiumi, le note di un canto, misurato in litri ora.
Racconta due storie incredibili, paurose, vissute alla luce del sole, che sembrano, invece, emerse da un budello della notte. Povero Cervone che non aggiunge dettagli, non cerca aggettivi, con i ricordi conficcati come chiodi. «Questi sono i fatti». E lo dice, cercando di prendersi in giro.
Quando era salito al Pantano, si era tolto la giacca e l'orologio a cristalli liquidi, facendolo ondeggiare velocemente, a scatti, mentre percorreva tutto il podere. Si era, quindi, fermato, voltando le spalle alla valle e abbracciando con lo sguardo il pendio.
«L'acqua c'è, sta a quaranta, cinquanta metri di profondità. Scende dal bosco, passa sotto la casa e arriva davanti al portico».
Aveva individuato diverse vene che per un lungo tratto scorrono unite e, poi, sparpagliate come il bordo di un merletto. Indicò il punto in cui l'acqua aveva la massima portata e ci piantò un paletto. Seguì una breve libagione, fatta con il vino di Giuseppe, fresco e pastoso, di un giallo stoppia quasi verde. Povero Cervone, al ricordo di quella cosa bianca, sudava freddo. Diceva che c'era un campo, tra Faiolo e Montegabbione, pieno di tombe. Una volta, durante l'aratura, una vacca era sprofondata per il peso. Da quelle parti andava spesso a funghi, da solo e in compagnia.
Sotto una quercia isolata, aveva sentito un uccello cantare un canto di due note, quasi un pianto. Il brutto è che lo sentiva solo lui. Non c'era verso di farlo intendere anche agli altri. Si fermava, diceva: «Ecco, ascoltate»! Ma niente, quelli al massimo avvertivano il rumore del vento o di un furgone che arrancava in salita. Strano posto. Aveva deciso di parlarne al parroco di Monteleone. Quell'uccello gli provocava uno strazio, un'infelicità, rendendogli il sonno leggero. Don Angelino lo consigliò di far dire una messa. Magari era l'anima di uno, morto male. Così fece e almeno il canto solitario dell'uccello non lo udì più.
Nel frattempo, però, era avvenuto un altro fatto, molto più complicato da spiegare. Stava camminando per una strada sterrata. La polvere spessa ricopriva i bordi fino ai rami di mezzo; si udivano le cicale martellare il silenzio.
Cervone saliva e pur avanzando piano ci mise un po' a bloccarsi sugli stinchi quando vide quella cosa scendere, occupando tutta la larghezza della strada.
Era bianca, profonda, una chioma ritta e gonfia su due gambe nervose. Aveva degli occhi...? naso, bocca, orecchie? Forse. E le braccia? Se c'erano formavano un tutt'uno con la sfera del corpo. Goffa e imponente, veniva giù dalla collina a passettini.
Ma gli occhi? Bella domanda. Fatto sta che qualcosa, simile ad uno sguardo se lo scambiarono, perché quando pensò di scappare, il gran tipo si girò verso destra, buttandosi nel bosco. Lo attraversò letteralmente nonostante fosse fitto e pieno di rovi. Sparì senza un grido, liquefatto nel verde. Cervone tornò ancora laggiù, sotto la croce della Madonna del Monte.
«Posto da porcine» - sottolineava, aggiungendo alla stranezza del racconto una dose supplementare di mistero, ma diventava subito serio in volto appena il giro delle domande e dei dubbi da parte degli ascoltatori si concentrava su una questione della massima importanza. Aveva mai rifatto quell'incontro?
No, con la cosa bianca, no, però era successo dell'altro. «Macché ubriaco! - era costretto a precisare, ogni volta - sarà stato mezzogiorno e si era in due».
Andavano, distanziati di qualche metro, lungo un sentiero di ginestre, al centro del vallone che piega verso il torrente, trasformandosi in ripa scoscesa mentre, sul lato opposto, si estende un bosco, piantato a cipressi e pini.
Fu Cervone che camminava davanti a vederlo per primo: «Non era un cane né un lupo, ma aveva addosso un vestito. Mi ricordo benissimo le macchie di colore: del rosso qui, del verde e del marrone. Corri col bastone - gridai al compare che arrivò subito, pensando ad un cinghiale - Lo guardò bene anche lui. Non assomigliava ad un cane e neanche ad un lupo ed era vestito».


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