cultura

"La speranza in Dante-Commento al XXXIII canto del Paradiso". Continuano gli appuntamenti di "Arte e Fede"

mercoledì 26 maggio 2010

Continuano gli interessanti appuntamenti del Festival Internazionale "Arte e Fede". Atteso per venerdì 28 maggio alle 21.15 presso la Sala dei '400 a Palazzo del Capitano del Popolo l'incontro dibattito, in collaborazione con Centro Culturale Acil, dal titolo "La speranza in Dante-Commento al XXXIII canto del Paradiso", tenuta dal professor Franco Nembrini (già membro del Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, della Consulta Nazionale di pastorale scolastica della CEI e della Commissione per la parità scolastica del Ministero dell'Istruzione).


Il professor Franco Nembrini è legato a Dante come Dante lo era a Virgilio: da "lungo studio e grande amore". E'questo legame che dà alla sua interpretazione una grande libertà, che è al tempo stesso fedeltà e rigore. Come scriveva Ugo Foscolo, infatti, Dante "descrive tutte le passioni umane, tutte le azioni, i vizi e le virtù. Li colloca nella disperazione dell'Inferno, nella speranza del Purgatorio, nella beatitudine del Paradiso", esaltando il valore dell'individuo, la sua volontà e libertà, messa costantemente a dura prova, di scegliere tra il Bene ed il Male.


Gli incontri del professor Nembrini sono raccolti in 3 libri dal titolo suggestivo "Alla ricerca dell'io perduto. L'umana avventura di Dante". Il tema principale, che irradia di senso tutto il percorso dantesco, è la centralità dell'io: lo smarrimento del proprio sé è il maggior ostacolo sulla via della conoscenza. Nella concezione medievale l'uomo, in rapporto strutturale e naturale con Dio, "prendendo coscienza di sé, capisce di essere apertura all'Infinito, all'Eterno, al Mistero."


L'uomo è chiamato a riconoscere il proprio male (Inferno), a superarlo in un cammino di purificazione (Purgatorio) per accedere alla visione beatifica di Dio (Paradiso). Il tema del destino è evidenziato dal ricorrente riferimento alle "stelle". Non è un caso che ogni cantica si conclude con il richiamo alle stelle. L'uomo è in rapporto con esse perché capace di vedere, di fissare lo sguardo: tutta la libertà dell'uomo si gioca su ciò che lui riesce a mettere a fuoco.
"La vita è essere evocati, vocati, chiamati. La vita è vocazione, cioè se tu guardi le cose, le cose urgono ad un significato, chiedono una risposta a te, la realtà ti chiama". Dante offre un salvifico punto di fuga: solo attraverso uno sguardo prospettico l'uomo acquisisce spessore e profondità, riuscendo a cogliere di essere segno, simbolo di qualcosa che lo trascende. Nel mistero dell'Essere "che move il sole e l'altre stelle", il cuore ritrova l'obiettivo della vita, da cui, troppo spesso, la paura della morte lo di-verte. Lo sguardo dantesco con-verge, invece, su ciò che è essenziale, con-vertendoci nell'abbraccio di Dio, nell'abbraccio della verità.

 

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